Lo psicoterapeuta Salonia: «La novità del nuovo anno verrà da un altro modo di sentire il tempo»

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di Giovanni Salonia

L’anno nuovo ci attende. Qualcuno diceva che siamo stati fatti per cominciare, che cominciare è la gioia più grande della vita. Quest’anno l’inizio arriva in maniera nuova, inedita. Non possiamo essere ingenuamente proiettati in avanti, non possiamo scambiarci auguri formali o abbandonarci a progetti a buon mercato. Forse per la prima volta vorremmo davvero scrollarcelo di dosso quest’anno. «L’anno che sta arrivando tra un anno passerà...» cantavamo quasi automaticamente in quell’ultimo giorno del 2019. Oggi avvertiamo il peso di quelle parole. Perché questo è il tempo della consapevolezza. Adesso sappiamo, conosciamo. Siamo stati gettati fuori dall’Eden di una vita vissuta ad occhi chiusi. Un Eden per molti inospitale, per altri addirittura un inferno, certo. Ma attraversato da una narrazione dominante: il mondo è questo e non può essere cambiato. Queste le leggi: della tecnica, dell’economia, della politica; bisogna stare a questo gioco. Oggi sappiamo che non è così. Iniziamo spiazzati, impauriti. E se nulla cambiasse? E se non ci fosse alcuna trasformazione? Se tutto restasse com’è?

Ascoltiamo questo potente desiderio di novità che sentiamo dentro. Ma per essere nuovi dobbiamo fare i conti col tramonto. La nuova alba può venire solo da lì. Cosa portiamo nel nuovo anno? Cosa abbiamo imparato in questo 2020 che ha fatto da spartiacque alla storia umana, che ha stravolto i corpi, le case, le città? Correvamo tranquilli, in fondo, sui sentieri della soggettività. Avevamo le parole giuste per definirci, le metafore ad hoc: le nostre erano esistenze ‘liquide’, ‘liquida’ la nostra società. Una vita che scorre, senza condensarsi mai. Soggettività, protagonismo, visibilità. Erano le strade garantite, lungo le quali correvamo, arrancando magari, ma sapendoci collocati in un orizzonte, immessi in un sentiero. Ora il sentiero si è interrotto. La strada è finita. Siamo caduti da cavallo. Siamo disorientati, scioccati. E adesso? Senza le strade già segnate dove andremo? Perché il 2020 ci ha insegnato che non si possono ripristinare i sentieri interrotti, che il rattoppo sul vestito vecchio è inutile. Né possiamo più sperare in magici rivolgimenti. Non possiamo più credere che l’anno bisestile è finito e che il giorno dopo le cose cambieranno per incanto.

Forse la novità dell’anno che comincia può venirci da un altro modo di sentire il tempo. Il tempo non è solo un fiume che scorre inesorabile, un insieme divisibile. Non è pura e passiva attesa di una sorte o miraggio di una fortuna. Forse oggi siamo pronti a capire che il tempo è anzitutto tempo vissuto, tempo inscritto nel nostri vissuti interiori, relazionali, collettivi. Forse un anno nuovo è un pre-testo per diventare nuovi. Nuovi non con un gesto di cesura rispetto al passato ma con una novità che ci trasformi e trasfiguri.
Si tratta però di dare senso al tempo che viviamo, di fare spazio dentro di noi, per far risuonare ogni parola, per non saltare nessun gesto, per fare della mancanza inizio del desiderio, per rendere anche l’assenza più cocente principio di una diversa presenza, come un canto doloroso alla sorgente sacra della vita.

Aristotele diceva che si inizia a pensare e ad imparare dallo stupore. Non sempre lo stupore è dolcezza di una meraviglia. È anche sorpresa, disorientamento. Ma non è mai lamento. Chi si stupisce si apre. È proteso verso un evento. Aderisce a quel che accade e vi si immerge. Rispetta il nuovo e si misura con il rischio. Traducendo per i miei allievi il principio gestaltico dell’incontro terapeutico, dico loro che per incontrare l’altro bisogna essere stupidi e stupiti. Che significa essere privi di un sapere che blocca, di un pregiudizio che pietrifica, di un pensiero che sclerotizza. Essere in-genui, ovvero essere liberi per accogliere la manifestazione dell’altro. Ed essere stupiti, pronti a guardare con occhi nuovi quel che potevamo ritenere scontato e privo di senso. Essere totalmente presenti è il riscatto che ci è chiesto in ogni evento. Anche se significa attraversare il dolore con coraggio e purezza, senza paura della realtà, della più fragile come della più dura. Avere una passione cocciuta per la realtà. Perché solo i dolori e disagi accettati possono diventare il tramonto gravido di un’alba nuova.

Viviamo il presente. Il potere che viene da lì ci purificherà dall’euforia dell’apparenza. Non impariamo dal passato, impariamo dal futuro portandoci dentro la fiducia che il passato ha costruito. Forse è vero che la vita ci pone sempre nuove domande e quando troviamo le risposte ci cambia le domande. La vita ci vuole ‘in via’. Homo viator. Lamentarsi è la deriva della mancanza di curiosità, di stupore. Per questo  siamo chiamati a scoprire l’intima, rivoluzionaria vitalità che zampilla dentro e dai piccoli gesti. Con audacia rinnovata. L’audacia di stare gli uni accanto agli altri, di risentirci vicini, di non indietreggiare davanti alla vita e nemmeno davanti alla morte:

Il mondo sa di polvere
se si è davanti alla morte
[…]
Ma il più piccolo ventaglio ,
agitato da una mano amica,
rinfresca come la pioggia.

Che io ti sia accanto, quando
Verrà la tua arsura,
per recarti le rugiade di Tessaglia
e i balsami di Ibla.

Fin qui la Dickinson. Noi, da compagni di viaggio, possiamo guardarci gli uni gli altri e completare la parola di Emily: «Che tu mi sia accanto, / quando verrà la mia arsura». Buon anno a tutti.

Salonia: "Come resistere a un Natale solitario, nel tempo della precarietà e dell’attesa"

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di Giovanni Salonia

«E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore, / fra i morti abbandonati […] / Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento».
Così cantava il poeta, sconvolto dal turbine della guerra mondiale. Così cantiamo noi. Il triste vento della seconda ondata non ha portato i canti dai balconi, i tanti ‘ce la faremo’. Le nostre cetre sono appese. E arriva Natale. E chiede a tutti di cantare. Noi non possiamo. Eppure, all’improvviso, la cetra riprende a suonare. È la cetra della vita che canta: è il vagito di un bambino che nasce. Quel vagito è il canto della speranza che rinasce: decisa, indistruttibile, inevitabile. Un vagito salva sempre il mondo.
Il canto di quel vagito ci appartiene. È quello dei nostri figli, dei bimbi amati, è il canto più intimo del nostro intimo. Anche l’urlo dell’uomo di Munch è in fondo un vagito. Non solo degli umani. Pure la creazione geme (anche quando ci fa gemere). Nel nostro urlo di dolore per i corpi separati, abbandonati nella loro triste nudità, stiamo forse urlando, senza saperlo, la rinascita della vita. Sarà per questo che Paolo di Tarso scriverà ai Romani: nell’intimo di ogni cuore lo Spirito urla: «Padre!». È come se il vagito del bambino desse il là ad ogni canto, ad ogni urlo. Non per nulla, qualcuno lo ha chiamato «urlo primario» (primal scream ): l’urlo infantile levato al padre e alla madre, indispensabile per separarsi e iniziare una nuova vita. E ad ogni nuova vita rinascono nel mondo il sorriso e la speranza. Ad ogni nascita, ad ogni vagito, sappiamo che una relazione d’amore è diventata carne per ridare amore.
La pandemia, oggi più di ieri, ci rimanda all’essenziale, e ci conduce a riscoprire l'esperienza più ‘naturale’ e ‘non voluta’ della nostra esistenza: la nascita.

La storia della nostra nascita è scritta nel nostro corpo in modo indelebile e si conserva come imprinting della nostra esistenza. Raccontarla e celebrarla – in ogni Natale – ha sempre il senso intimo di un ri-nascere. La vita che ci fu consegnata all’origine, la sentiamo dentro di noi viva, fremito, bisogno attivo, non più esperienza subita. Ecco perché il primo vagito, seppur traumatico, rimane oggi essenza e segno della vita che inizia. E che continua.

Dentro questo coronavirus che ci attanaglia e impaurisce è cominciato da giorni un cammino, un istintivo bisogno di ricerca e di (ri)scoperta delle proprie origini, dei propri natali. Si tratta del manifestarsi di uno dei bisogni più radicali della natura umana: l’appartenenza. Esplode in maniera decisiva il bisogno di riascoltare il suono genuino della famiglia, quel vocio gratificante degli affetti che ha sempre caratterizzato questo periodo dell'anno. Abbiamo bisogno di godere tutto il rimescolio di voci e di profumi, di condividere una tavola accesa e colorata. È fame di vicinanza e di calore, da toccare e da carezzare, fame che accende un Natale per certi (troppi) aspetti atipico. Le sue sfumature sottolineano la vera essenza dello stare insieme.

Seppur tristi per le severe restrizioni, prepariamoci a questi giorni, guardiamoli in maniera diversa e più vigile. Sentiamo fino in fondo il desiderio di quell’abbraccio che non possiamo scambiarci, comprendendo, in questo Natale malato di solitudine, come quell’abbraccio sia il più grande dono della vita. Pensiamo con affetto anche al dono mancato, alle valigie abortite di chi non torna a casa per fare il bene degli altri, dei familiari più deboli. Celebriamo il rito di una tavola impallidita e sparuta, nel rispetto dovuto verso chi non c’è, verso chi non può sedersi accanto a noi perché il virus lo ha toccato e non ce l’ha fatta, vittima innocente di una guerra invisibile. Alle famiglie ferite dal freddo di perdite senza lutto, senza calore, facciamo arrivare in qualche modo la vicinanza che ci fa umani, il sostegno che serve per rinascere.

E ancora una volta ripartiamo dai bambini, lasciamoci contagiare da loro. Sia questa la nostra pandemia. Ogni bambino ci ricorda che non siamo fatti per le distanze sanitarie (chiamarle ‘sociali’ è assurdo e confusivo, ci ha spiegato De Rita). Non siamo fatti per frenare la gioia che ci esplode dentro. Siamo fatti per cadere nelle braccia e sul corpo di chi ci ama, di chi ci invoca e ci attende. Qualcuno dirà: come possiamo far crescere i nostri figli in un contesto così incerto e impaurito? Ritornano alle mie orecchie le parole sapienti e calde di un fraterno amico: «Ce lo siamo chiesti con mia moglie. E ci siamo detti che non possiamo dare certezze che resistano al tempo e alle vicende della vita. Se ameremo i nostri figli, se daremo loro fiducia, i loro corpi saranno capaci di sentire amore e forza. E forse questa è l’unica certezza».

Ritroviamo il calore. Non lasciamolo bloccare dal distanziamento, che non sarà mai distanziamento dei cuori. A Natale ricordiamoci che solo l’amore che proviamo e che ci doniamo può riscattare i dolori e le sofferenze della vita. Perché la vita è ‘guerra’: militia est vita hominis (il nostro fratello Giobbe lo sapeva). Ritroviamo la forza. Ovvero l’intima fiducia che la realtà, anche la più dura, è in fondo plastica e può essere cambiata: dipende da come noi la ricreiamo nel nostro mondo interiore.
In questo tempo sospeso e incerto dobbiamo saper stare. So-stare diventa il nuovo tempo: quello della precarietà e dell’attesa che non provoca angoscia o panico ma ci prepara a far fronte a quel che deve accadere. È un bambino consegnato al mondo. È la vitalità che ci soccorre. È la cetra della vita e della relazione che ricomincia a suonare. Buon Natale.

Lo psicoterapeuta Salonia: "Il potere delle parole è l'unico antidoto alla solitudine"

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di Giovanni Salonia

Sartre aveva torto. L’inferno non sono gli altri. L’inferno è la loro mancanza. Dal trono della sua inconsapevole cattiveria (dopotutto che ne sa lui, lotta per sé stesso con le sue cuspidi, avide della nostra debolezza vitale), il virus non è riuscito però a congelare uno dei bisogni fondamentali dell'essere umano. Anzi lo ha enfatizzato. Senza gli altri, senza il contatto cordiale con gli altri, sentiamo freddo. O meglio, ci sentiamo freddi e ci intristiamo. Perché anche al narcisista e all’arrogante torna al tramonto, della giornata come della vita, la voglia di casa, la voglia dell’altro. La quarantena perpetua di tanti anziani, di tanti nonni, di tante persone afflitte da varie fragilità rappresenta oggi una prova grandissima, che espone allo sconforto e alla depressione. D’altronde, il terrore di morire da soli accomuna gli ammalati e coloro che li amano, di fronte all’incubo di quel ricovero in ospedale che scava un tunnel di separazione e di isolamento. Se si è fortunati, ci si trova consegnati a mani sconosciute, imbarazzate forse, a sguardi (lontani: dietro lo scafandro che protegge) che esprimono pietà ma non appartengono alla nostra storia corporea. Morire da soli è un inferno.

Oggi il poeta non può cantare: “Che dici? / Se ti abbraccio forte forte, / ho qualche chance in più/di scampare alla morte? “(Marcoaldi). Oggi la madre di Ben non potrà dire a suo figlio, stringendolo a sé, che l’abbraccio è stato inventato per unire le solitudini (Grossman). “Non ti abbraccio perché ti amo”: è questa la nostra terribile realtà. Come evitare allora che questo inferno della solitudine non contagi la nostra esistenza? Come evitare che l’impossibilità di abbracciarci ci inaridisca, blocchi il consegnarsi dell’anima? E come riscaldare i nostri incontri senza abbracci?

Non ci sono altre vie. Ci sono rimaste le parole. È la loro forza, è il loro potere l’unico antidoto alla solitudine, alla mancanza, all’inverno degli affetti. Certo, le parole possono unire e separare, farci incontrare e farci disperare, accarezzare e pugnalare. A volte sembrano ubbidirci. Creano calore vicinanza, magia, placano i cuori. Altre volte sembrano allontanarci. Generano malintesi, impediscono la condivisione (quanti equivoci quotidiani nei messaggi scambiati su WhatsApp o sui socia!). Per questo, è come se dovessimo imparare di nuovo a parlare, ricominciare a cogliere, delle parole, la potenza e il mistero. Ricordiamocelo: in principio le parole sono musica. La loro prima forma, la lallazione, è una lingua dell’incontro e non del significato. Così come pura musica è per il neonato la parola materna, sin dal grembo. La musica non conosce ostacoli, arriva dovunque, al cuore di ognuno. Mentre non possiamo abbracciarci, impariamo allora ad ascoltare la musica delle parole, a raggiungerci sin nel profondo, scrivendo nel corpo dell’altro il nostro affetto, come se l’aria, la carta o lo schermo su cui le stampiamo fossero il corpo di quelli che amiamo. Non si tratta di imparare la retorica, di fare bei discorsi, ma di dire, sentendole, assaporandole, quelle poche parole che toccano e ci toccano.

Iniziando dal nome. Come diciamo ogni giorno il nome dell’altro che non possiamo toccare? Torniamoci su, risentiamo la musica del chiamare. Rimasi affascinato, un giorno, quando mi trovai a leggere la dedica che Erving Polster, uno dei grandi maestri della Gestalt Therapy, aveva voluto all’inizio di un suo libro: “A Miriam, Sara e Adam. Mi piace dire i loro nomi”. Erano i nomi di sua moglie e dei suoi due figli. Pensai subito a Francesco d’Assisi: i nomi di quanti ci stanno a cuore hanno il sapore del miele sulle labbra. Ricominciamo a dire i nomi così, con questa intensità, con questa gioia. Dirli e ascoltarli ci farà sentire rigenerati, riconosciuti. Mettiamo questa gioia musicale, questa melodia interiore anche nel semplice TVB oggi così in uso nei messaggi. Come la punta di un iceberg, come il condimento di pochi ingredienti capaci di calore. Diciamoci: “stasera sento gratitudine”; “adesso mi sento riscaldato”. E diciamoci il perché. Condividere cosa ci accade dentro genera legami e calore. Anche le esperienze sgradevoli si possono comunicare così, esprimendo il bisogno, il desiderio, le attese che pur se deluse dicono un sogno, una speranza. È questo il segreto: ogni parola deve emergere dal corpo di un io e avere un tu, avere un corpo a cui è intimamente rivolta. Quando si parla senza rivolgersi a un tu, le parole si moltiplicano, non ci si sente mai sazi di parlare, si ha l’esperienza terribile di parlare a vuoto. È il parlare senza direzione. Non sono infatti le belle parole che fanno un incontro, ma quelle piene di me e di te, della mia e della tua unicità, della nostra musica. Anche nel conflitto. Se usi il tu, esci fuori dalla trappola dell’accusa, consenti lo scambio: intendevi dire questo? ti senti ferito? ti senti impaurito?

Ascolta la parola dell’altro, come Vasudeva, il vecchio barcaiolo di Siddharta, ascoltava il linguaggio del fiume. Se farai spazio alla sua musica, gli restituirai la parola giusta. Guardandolo negli occhi, realmente o idealmente. Perché la parola, avida di vita e spogliata dell’alleanza di un abbraccio, di una carezza, di una mano tesa, giunga dagli occhi all’anima. Ancora una volta, mi dico, aveva ragione il mio amico poeta: “Solo parole abbiamo/ per trovarci/ e d’amore il filo / che resiste” (Alberto Melucci).

Nel tempo sospeso non sospendiamo il fluire dell’amore

di Giovanni Salonia

«Shomèr ma mi-llailah?»: «Sentinella, quanto resta della notte?». Quanto manca ancora alla sua fine? Se lo chiedeva il profeta e lo canta Guccini: «Sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato». E anche noi continuiamo a chiedere, a richiedere: quanto manca? Si è rotto qualcosa. Il fluire scontato del tempo e delle sue vicende è stato sospeso e siamo rimasti in un’apnea che ci paralizza. Che il tempo sia sospeso lo sappiamo dal nostro respiro sospeso. Pensavamo che questo virus restasse lontano. Poi è approdato sempre più invasivo e pervasivo, letale. Non sapevamo se le prime mascherine fossero prudenza o ipocondria. E poi il lockdown. Anche se a malincuore, l’abbiamo vissuto; in attesa che tutto tornasse come prima: ‘andrà tutto bene’. Cantavamo canti che si infrangevano davanti alle porte degli ospedali o delle sale di rianimazione. E poi liberi. Siamo tornati per le strade, come il ragazzo che torna a scuola dopo mesi di sospensione. Siamo stati bravi – ci siamo detti – e meritiamo la fine di ogni restrizione. E così ci siamo ubriacati di contatti, di abbracci, di danze e di vicinanze.

Ma l’errore che ha generato il virus, il nostro errore era troppo grande. Da secoli saccheggiamo la terra. E il virus è tornato.
E sono tornate le mascherine a nascondere la grazia dei sorrisi e, a volte, anche il riconoscimento di un volto amico. È tornata l’apnea. Questa volta accompagnata dalla domanda che ci facciamo tutti: ma finirà? Ogni sera il conto delle vittime e dei contagiati ci fa sentire appesi ad un filo. Anche se lo neghiamo: – Signora purtroppo il tampone è positivo… – Dottoressa, non può essere io mi sento bene. – Ma signora, non ha qualche sintomo? – Che vuole che sia, dottoressa? Non sento i sapori e gli odori… Ha ragione il poeta: «quando per un segnale incomprensibile / lì nella brulicante commedia / l’azione si interrompe» risalta la «malcelata verità» di ognuno: quelle follie silenziose, quei pensieri magici tenuti a lungo a bada. L’emergenza fa venire a galla le nostre angosce e la voglia infantile di una magia che ci liberi da questa roulette russa.

Sospesi. Si è interrotto il next, il prossimo passo che davamo per scontato, la sequenzialità che è dentro ogni presente. Pure ora: state leggendo una parola e cercate la prossima. E poi il punto. E poi un’altra parola ancora… Non si sa più se finiremo una giornata come l’abbiamo iniziata, se finiremo la frase iniziata. Eravamo sospesi anche in primavera, ma oggi, come in ogni ricaduta, è più pesante: per chi si sente assediato a causa della salute o dell’età; per coloro che si trovano sulla prima linea della cura; per chi resta al lavoro o sulla strada; e anche per quanti pensano che mai saranno toccati (perché giovani, perché in gran forma, perché non credono che tutto questo sia vero). Si è rotto il tempo come pare essersi rotto quello spazio comune che avevamo infine costruito in primavera. Programmare è impossibile (potremo sposarci? potrò partire?). Vivere alla giornata è duro. Abbandonarsi all’inconsapevolezza non ripaga dell’area plumbea che anche chi fugge non può non sentirsi addosso. Né riesce a consolarci il pensiero di essere dentro una svolta della storia. Sarà triste lo stesso quando un giorno rivedremo le fotografie di un compleanno festeggiato in solitudine o porteremo qualche fiore e una lacrima alla persona cara che non abbiamo potuto accompagnare negli ultimi momenti della sua vita. È proprio così. Siamo fatti per fluire. Siamo fatti per il futuro. Quando il futuro si annebbia e diventa impossibile sognarlo, qualcosa ci si blocca dentro, fino alla disperazione o alla fuga, che della disperazione è un’altra forma. In una solitudine che insidia ogni aspetto della vita.

Forse ad offrirci una strada è ancora una volta il triangolo della nostra esistenza che è fatta di corpo, di tempo, di altri. Ritorniamo a vivere dentro questa ovvietà luminosa, ogni mattina, ogni momento della giornata. Lasciamo respirare il nostro corpo, senza contratture e senza sospensioni. Cogliendone fino in fondo l’energia. Abitiamo nel tempo, dilatando il presente e riducendo fiduciosi il progetto a lungo termine: se restiamo in contatto con noi stessi un’alba nuova verrà. E poi gli altri. Non chiudiamoci negli egoismi impauriti che riemergono, a volte violenti, in un momento in cui ognuno è tentato di pensare a sé stesso, ai suoi, nel senso del riparo e del profitto, misero magari. Ritroviamo il gusto di guardarci negli occhi, di scambiarci vicinanza e calore, di sperimentare quell’appartenenza (che è infine appartenenza all’umano, appartenenza al creato) che ci aiuta ad attraversare i possibili deserti della solitudine. Goodman dice che in certe emergenze ci viene chiesto soltanto di essere pronti. A testa alta, con il respiro pieno, l'appartenenza calda. Sentirsi pronti. Adesso. L’amore di oggi, di questo momento. L’amore che riempie il corpo e dimora, e resiste in ogni sospensione.

Se dovessi dirlo in breve, direi che si tratta di imparare una versione ‘femminile’ della vita. Le donne conoscono meglio degli altri questa dedizione quotidiana, questo rimanere nell’amore e nella cura, questo dar senso all’istante in vista del bene dell’altro. Parlavamo con amici, una sera, di quanta vita e di quanta vitalità questo virus finora sia riuscito a sospendere. Conversazione triste. Ad un tratto un’amica, medico di famiglia, con voce pacata e sicura, si lascia andare ad un commento che mi tocca e che vi regalo. Dice: «Ma mentre fuori tutto continua ad essere segnato e guidato con violenza dal contagio, c'è un luogo dove il tempo  continua a scorrere sereno, immune da qualsiasi interruzione, sospensione, interferenza: è il grembo di una donna che si prepara ad essere madre: nessuna pandemia riuscirà mai a turbare il tempo del battito di una vita che cresce nell’utero della propria madre, protetta e abbracciata, senza distanza, settimana dopo settimana». Come a dire che lì, pur con tutte le paure e le fibrillazioni del presente, lì dove una donna si piega idealmente su chi ha generato ed ama, il virus non ha presa.

Nel tempo sospeso non sospendiamo il fluire dell’amore.

Attraversare le paure

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di Giovanni Salonia

Abbiamo paura. Siamo dentro la paura. Paura di essere contagiati o contagiosi. Paura di ammalarci e di far ammalare. Paura del passo veloce e felpato di un’entità invisibile che si manifesta in modi subdoli e aspecifici. Temiamo la superficialità di chi ci sta accanto. Temiamo di essere atterrati dal virus, di perdere il lavoro (quanti dicono con disperazione: «non faccio il tampone perché non posso permettermi di non andare al lavoro»), di restare tagliati fuori dalle reti sociali e familiari. È una paura che confonde e che nei più fragili diventa terrore: «Non ne usciremo più!». Viviamo con l’incubo di doverci piegare chissà per quanto ancora alle gelide leggi della pandemia. Conviviamo con l’angoscia di continuare a sottrarci senza tempo ad abbracci e ad incontri, a contatti e respiri. Il distanziamento mentre contrae i corpi dissecca le anime: ci rende lentamente ma quasi inesorabilmente più tristi. E la paura della solitudine? Negli ospedali si entra da soli e soli si rimane. La solitudine che si respira nelle corsie ospedaliere, il vuoto attorno a chi soffre e non può ricevere una carezza, o a chi muore senza una mano che lo accompagni: è l'aspetto più brutale e disumano di questa pandemia, riflesso negli occhi e nella voce di un anziano ammalato che dice al suo medico: «Dottoressa, la supplico, non mi porti in ospedale, non voglio morire solo, mi lasci andare via con mia moglie accanto». È vero: la vita è vita se c’è calore. Ma una vita senza calore che vita è?

E poi il virus non puoi controllarlo. In una società come la nostra, in cui un quarto d’ora di visibilità rischia di essere più prezioso del paradiso, siamo stati atterrati da un virus invisibile. Non lo vedi né in te né nell’altro, ma è lì. Continuamente, ossessivamente esposto: in tv e sui giornali, nei discorsi e nei cuori. Quanti contagiati oggi? Più di ieri? Per questo ci sentiamo impotenti e vulnerabili. Ogni malessere ci inquieta, ogni benessere ci sembra precario. E intanto crolla la fiducia nei ‘competenti’, che propongono soluzioni spesso opposte ma presentate da ognuno di essi come uniche e assolute. A chi dar retta? E poi la pandemia è segnata oggi da pesantezze ignote alla prima ondata. Non c’è più la chiarezza che veniva dallo stare a casa, dai provvedimenti univoci. Non si sa quanto proteggersi e quanto si esageri. Soprattutto, gli eroi della primavera – i medici e gli infermieri, gli operatori della sanità, i volontari – sono stanchi. Forse i loro sforzi non sono stati abbastanza riconosciuti ed ascoltati. La sanità non è pronta come speravamo. Paghiamo ritardi e disinvestimenti di decenni. Scontiamo un sistema che scarta i poveri, che non si cura degli anziani, che non pensa alla salute di tutti, che coltiva l’eccellenza e non custodisce la normalità. Siamo messi di fronte ad una responsabilità individuale e sociale che fatichiamo a reggere: la nostra estate lo ha dimostrato. Ma allora che fare? Come fronteggiare la paura? Come ritrovare la fiducia? Siamo di fronte a compiti epocali: cambiare un mondo profondamente ingiusto, trovare un senso diverso ad una vita che pensavamo di dominare e che ora ci sfugge, che ci fa sentire gettati nel dubbio, nell’insicurezza, nella paura appunto.

Nessuno ha ricette facili. Non ci sono scorciatoie. Ricominciamo – direi – da un modo nuovo di raccontarci. Dobbiamo cambiare i nostri sogni. Abbiamo sognato a lungo sulla base della nostra immagine. Ora siamo chiamati ad altri sogni: sogni di cuori svegli e di relazioni nutrienti, di ciò che solo rende vera la vita. Perché quando passerà la tempesta dovremo ritrovarci più consapevoli e più pieni di umanità. Più distanti dal gioco delle immagini e delle apparenze, pronti a vedere quell’invisibile che solo il cuore vede.

Siamo provati ma il tempo è propizio. Guardiamo più a fondo. Guardiamo oltre. La paura è in origine un’emozione che salva la vita. Un delicatissimo dispositivo di protezione. Può essere solo adeguata o inadeguata. C’è la paura irrealistica, dove si percepisce come minaccioso ciò che non lo è; e c’è la mancanza assoluta della paura, che non è coraggio ma solo autodistruzione. Paura e coraggio non sono separabili. Un coraggio senza paura ci rende euforici e ci porta al fallimento: non vediamo il pericolo. Una paura senza coraggio ci paralizza: non vediamo la vita. Sia la paura che il coraggio sono attivati dall’interesse. È l’interesse a suscitarli. Restare interessati alla vita: questo dobbiamo fare di fronte alla paura. Restare vivi. Non lasciarci ossessionare dall’oggetto della paura, non lasciarci contrarre. Ecco la pienezza che ci è offerta: vivere la vita che abbiamo in questo momento tra le mani, vivere il presente. Senza le pesantezze del passato e senza l’inutile preoccupazione del futuro. Non saranno i nostri pensieri e le nostre paure a rendere meno pericolosa la vita. Un grande neuroscienziato ha spiegato questo itinerario con un esempio: il sale, in un recipiente piccolo come una tazzina di caffè, rende l’acqua imbevibile. Ma in litri e litri d’acqua ci accorgeremo che il sale può dare sapore. Così è per le paure (e per i dolori) della vita: inserirle nella pienezza dell’esistenza ci permette di attraversarle.

Amico, ascolta il tuo corpo quando hai paura. Cerca di sentirlo tutto. Non solo il petto che tracima ansia. Respira largamente. Dalla testa ai piedi. Attraversa il tuo corpo. Senti la sua vitalità. Continua anche in quel momento ad amare la vita, a sentirti interessato a tutte le vite: la tua, quella di ognuno, quella del creato. E porterai a compimento, a testa alta, il tuo essere nel mondo.

 

Elogio della vitalità

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di Giovanni Salonia

L’incubo della pandemia continua. Con alti e bassi. Rimane sempre, in ogni caso, un rischio mortale che destruttura il ritmo dell vita personale, relazionale, professionale. Le statistiche ci preoccupano. Certamente non ci danno la bella notizia che tutti aspettiamo: la vittoria sul virus. E nel frattempo?
Come attraversare questo tunnel mentre sperimentiamo con tristezza e preoccupazione che la speranza di uscirne viene continuamente disattesa? Questa calamità ci sta cambiando. Ci fa sentire confusi e impauriti, mette in crisi i nostri stili di vita e ci chiede risposte sempre nuove. Diventa quasi una sfida a far emergere potenzialità inespresse della condizione umana. Abbiamo bisogno infatti di ricordarci come la vera sfida non stia nella pandemia ma nel modo in cui rispondiamo al suo appello. Nessuna realtà si impone in modo assoluto, oggettivo: ognuno di noi ha il potere intimo, creativo, irriducibile, di aprirsi e di dare senso anche alla realtà la più amara. Viktor Frankl – reduce da Auschwitz – lo ha espresso in modo estremo: il nemico potrà privarti della vita ma non potrà mai toglierti la dignità e la libertà di dare il tuo senso al tuo morire. Perché la voglia di vivere non può essere soffocata.
La vita infatti non è solo vivere, ma è sentirsi vivi. Il sentirsi vivi è dentro la vita e ne è forse è il succo più segreto e più intimo: “Datemi il succo delle mie passioni” cantava Whitman. Non si tratta solo della forza di resistere alle difficoltà (l’ormai famosa resilienza), ma di un’energia che scorre in ogni vita come un fiume carsico, come una linfa vitale. In Terapia della Gestalt al concetto di resilienza preferiamo quello di vitalità: sentirsi vivi dentro ogni vita. Tutti amiamo la vita e la vorremmo ‘tutta’ e ‘sempre’. Dentro ogni scelta c’è il desiderio, la spinta ad accrescere la vita. Anche chi si toglie la vita sta dichiarando che ama la vita e rifiuta la vita che non è vita, non è gioia di vivere, non è pienezza di vita. Quando siamo scoraggiati o ci sentiamo travolti dalla sofferenza esprimiamo la nostra lamentela dicendo: ma che vita è questa?’ Vogliamo la vita, ‘in abbondanza’ però. È lecito chiedersi: la vita è piena quando tutte le circostanze sono favorevoli? La vita è bella solo quando non sperimentiamo l’asprezza del limite? Ecco dove si colloca la vitalità: è quell’energia calda e direzionata che ci fa sentire vivi anche quando la sofferenza prende la forma del morire. La vitalità ritrova in ogni situazione la via della pienezza della vita.
Tina, inchiodata per mesi a letto con il ventilatore, con i suoi occhi pieni di luce trasmette una vitalità che commuove e contagia. Con il filo di voce che le esce dalla bocca, togliendosi per un attimo il ventilatore, mi dice: “Ringrazio Dio. Non mi lamento. Dalla vita ho ricevuto tanto. Tutto è grazia. Sai, di notte sogno di essere piena di vita e camminare, come mi è sempre piaciuto fare”. Sorride quando le dico di rimando, citando il poeta: “Qual è la vera vita? Chissà che non sia quando sogniamo che viviamo davvero”.
Ma dove si attinge la vitalità? Dove si trova questo ‘sentirsi vivi’, questo ‘amare la vita’ senza aggettivi’? È un dono o un compito? Certo, la vitalità è dono: sentirsi amati e sostenuti da genitori che trasmettono energia e calore produce nel corpo quella vitalità che il più bel regalo che possiamo ricevere lungo il cammino. Ma per chiunque, per chi l’ha ricevuta e per chi no, c’è un momento in cui ci viene chiesto di partorirci di nuovo a noi stessi. Che può voler dire appropriarsi della vitalità ricevuta ovvero riscoprirla (il corpo non la perde mai), anche se non è stata sostenuta dalle figure genitoriali. Solo chi si ridà la vita si sente vivo.
Così è stato per Ciaula, una delle creature più belle di Pirandello, che sente il fluire della vita e piange sommessamente lacrime di commozione contemplando per la prima volta la luna, mentre il carico di zolfo gli cade dalle spalle. Così è stato per Etty Hillesum, nel campo di Westerbork: “Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio”.
La vitalità ci fa amare ogni vita, non disprezza nemmeno la più indifesa: contempla la luna, coglie la delicatezza nobile del gelsomino. Ogni vita disprezzata, ogni vivente rifiutato esprimono i limiti della nostra pienezza, della nostra vitalità. Solo il canto che fiorisce dal limite e nel limite è il canto della vitalità. Ma la strada è lunga. Passa dal sentire il proprio corpo in pienezza, accettandone la paura e la vulnerabilità, lasciando fluire il respiro della vita dalla gola ai piedi, oltre l’ansia del petto, al di là della tensione dello stomaco, dell’insensibilità delle viscere. Passa dall’aprirsi alle relazioni che ci costituiscono, cogliendo ogni goccia della loro acqua, ogni briciola del loro nutrimento. Sapendo che questo si irradierà nei corpi dei nostri figli, dei nostri compagni, dei nostri fratelli.
Così è stato per un uomo come Nino (Nino Baglieri, 1951-2007), precipitato da una impalcatura da ragazzo e fino a ventisette anni inchiodato, immobile, in un letto di rabbia, di dolore, di disperazione. Poi qualcosa si è sciolto. Ha incontrato amici, ha incontrato un annuncio di vita in cui ha creduto. Si è sentito rinascere: “Anche se sono rimasto nelle stesse condizioni fisiche, in me ora c’è tanta pace e tanta gioia… Quel 6 maggio 1968 non lo chiamo più il giorno della disgrazia, ma il giorno della grazia. In quel giorno sono rinato alla vita”.

Relazioni familiari: risorse e fragilità. Salonia e Conte in diretta con l'Ordine degli Psicologi

I nostri direttori Giovanni Salonia e Valeria Conte sono intervenuti in diretta l' OPRS - Ordine Psicologi Sicilia per parlare di “Relazioni familiari: risorse e fragilità”.

Ecco il video:

La ripartenza a scuola: bambini e bambine, ragazzi e ragazze tra procedure protettive e bisogno di spontaneità

Siamo ripartiti.
Bambini e bambine, ragazzi e ragazze, sono rientrati a scuola.
Quanta tensione nell'aria nelle settimane precedenti l'inizio!
Genitori tesi come corde di violino, scuole prese di mira dai media e bombardate con costanti messaggi di sfiducia, maestre in lacrime, insegnanti che si rifiutano di farsi il test sierologio, dirigenti e coordinatori indaffarati a costruire un assetto scolastico sicuro e quindi iperstrutturato, denso di procedure, di norme da interiorizzare e rispettare, giustamente in linea con le direttive governative.
Siamo ripartiti, quindi.
Ma niente è come gli anni scorsi, tutto o quasi tutto, è cambiato.
Ognuno reagisce a modo proprio: alcuni bambini tornano a casa nervosi, agitati o impauriti, in altri invece prevale la felicità di aver ritrovato le maestre o i maestri, i compagni o gli amici, incuriositi magari dalle novità.
Nei ragazzi e nelle ragazze più grandi sembra invece prevalere la sfiducia.
I ragazzi sono scettici, dubitano che quest'anno sarà possibile frequentare in modo regolare la scuola, tra di loro continuano a ripetersi: "Tanto tra tre settimane saremo di nuovo tutti costretti a rimanere a casa!".
Il pessimismo cosmico tipico della loro età suona oggi come una previsione legata al reale.
C'è chi spera che una volta abituati e adattati alle rigide prescrizioni, tutto sarà come gli anni scorsi. Si tratta solo di abituarsi e poi tutto si svolgerà come di consueto!
Ma non sarà così. Quantomeno noi non lo crediamo. E, soprattutto, non crediamo che il punto fondamentale sia garantire che tutto torni come prima.
Molte cose sono cambiate: non si fa merenda come prima, non si fa ricreazione come prima, non si sta insieme come prima, quando si sta male non sarà come prima; e ancora scoprire, esplorare, incontrarsi, conoscere, toccare, fare esperienza, fare amicizia non sarà come prima.
In particolare non sarà come prima un elemento fondamentale e nucleare per l'infanzia e tutto l'arco dell'età evolutiva che, con le nuove procedure, viene oggi obbligatoriamente interrotto e bloccato nelle scuole: la spontaneità, garanzia di benessere e di crescita armoniosa.
La spontaneità delle relazioni, del movimento, delle intenzioni e delle azioni.
Ma se viene bloccata la spontaneità viene a mancare uno degli aspetti più importanti che caratterizza le età dello sviluppo.
Per questo ci chiediamo: "Che ripercussioni potrà avere sullo sviluppo delle identità e delle personalità dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze, questo blocco della spontaneità? Questo blocco, cosa creerà in loro?".
Non nascondiamo la nostra preoccupazione poiché ci sembra che si vengano a creare le condizioni per una traumatizzazione e una interruzione del processo di crescita.
E questo riteniamo sia il rischio più alto che corriamo oggi per i nostri bambini e i nostri ragazzi.
Soprattutto di questo dovremmo occuparci oggi noi adulti, genitori, insegnanti, maestre e maestri, educatori ed educatrici. Ora. E per tutto l'anno.
In particolare per la prima infanzia, che è un tempo significativo, dove le esperienze per essere assimilate devono essere sperimentate e vissute a livello corporeo e relazionale dentro relazioni significative asimmetriche con genitori/ maestre/nonni e simmetriche con fratelli – compagni – amici e che costituiranno la base per le relazioni sociali e intime dell’adulto di domani.
Si è parlato a lungo del trauma Covid. Ci si è domandati quali vissuti traumatici il lockdown avesse generato in ciascuno di noi e in particolare nei bambini, dato che ad interrompersi erano state la quotidianità, le abitudini e le sicurezze. Ed è stato importantissimo chiedercelo, per favorire l’emergere di una serie di risorse che le famiglie/genitori hanno attivato, ad esempio recuperando una qualità di fisicità, di presenza, del fare insieme cose nuove e tutto ciò è stato molto bello e creativo.

Ma adesso il tema a cui prestare attenzione è un altro. Riguarda l'interruzione della spontaneità, non più l'interruzione delle abitudini e della quotidianità.
Adesso la questione sulla quale è necessario focalizzarsi è l'ambiente scolastico, sociale e relazionale dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze, affinché non diventi, per esigenze legate alla salute pubblica, fonte di blocchi, perché le procedure da seguire sono tutto il contrario della spontaneità.
Di questo dobbiamo occuparci oggi noi adulti, con molta attenzione e rapidamente.
Se non capiamo questo, rischiamo di pensare che il punto sia come far rispettare le procedure a scuola.
Invece il punto, a parer nostro, è come mettere insieme la necessità di protezione della salute di pubblica con la necessità evolutiva dei bambini e dei ragazzi di viversi a scuola nella spontaneità della socialità.
Questa è la vera sfida.
Non è garantire la didattica nonostante tutto.
È garantire la crescita dei bambini e dei ragazzi a scuola, nonostante tutto e mentre ci si occupa della didattica.
È una questione di sguardo. Come sempre.
Da sottoporre ad attenzione non sono le procedure o la didattica ma la relazione.
La relazione educativa vissuta tra maestre e bambini, insegnanti e ragazzi e la relazione tra pari. La relazione fatta anche, e soprattutto, di esperienze vissute con il corpo che, ora più che mai, se ne sta silenzioso ed invisibile nello sfondo.
La relazione come luogo sicuro, dove venga dato spazio e risalto all'ascolto dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze e al rispetto del loro ritmo. Oggi più di ieri. Ascoltare, rispettare e rallentare, per ascoltare e ascoltarsi. Perché in ballo c'è qualcosa di veramente importante.
Non sono i comportamenti di per sé a determinare il problema, sono i modi (il come) si vivono e si trasmettano ai bambini. Ad esempio se un bambino piange e la regola è che non si può abbracciare diventa importante che la maestra attivi altri modi: parole calde, accoglienti, rassicuranti che arrivano come un abbraccio protettivo, sicuro e soprattutto arrivi la presenza.
Non restiamo in maniera nostalgica a pensare di fare la vita di prima. Non sarà possibile ripristinarla a breve termine, vediamo in questo che viviamo una opportunità nuova, sia di apprezzare il prima che di sviluppare altre possibilità.
E quindi oggi la vera domanda è: come possiamo garantire ai bambini e ai ragazzi un ambiente relazionale sereno, accogliente, caldo e rassicurante che li aiuti a canalizzare la spontaneità senza bloccarla, tenendo conto di ciò che stiamo vivendo e della necessità di osservare le procedure protettive?
Utilizzare il potenziale umano, dare importanza all’essere più che al fare. Non ci sono ricette per essere bravi genitori/ insegnanti, il saper fare deve essere il nostro sfondo scontato che ci aiuta a comprendere e a interrogarci sul cosa fare, soprattutto quando non funziona quello che stiamo facendo o ci sentiamo in difficoltà.
La figura che emerge nel qui e ora della relazione deve sempre essere adattata a chi ho davanti poiché ogni bambino, ogni ragazzo, è diverso e noi apprendiamo da loro di cosa hanno bisogno e verso dove andare.
Questa è la direzione.
A tutti gli adulti che abitano le scuole va oggi il nostro più sincero augurio di mobilitare tutta la creatività possibile del saper fare ma che emerga da una profonda attenzione e consapevolezza al saper essere.
La relazione educativa, oggi più che mai, necessita di riappropriarsi dell’esperienza piena e profonda di essere un punto di riferimento per il bambino e per il ragazzo che hanno bisogno di avere fiducia nell’adulto, di un adulto che si assuma la responsabilità di essere tale.

Concludiamo e salutiamo citando una dolce poesia, che ci è particolarmente cara, di Mario Luzi, bussola di ieri, di oggi, di domani.

Non tra i bambini – con loro.
Con loro e come loro – pacifici
ai piedi della loro crescita,
all’ombra della loro statura prossima:
questo
lo straripante desiderio, questo,
non un suo travestimento.
E con questo tutto il non ancora,
il prima della primavera, quella
luce piovigginosa, quella grigia
fabbriceria di gemme nell’aria acquosa. 

Per il Gruppo di Studio e Ricerca gestaltica sull'Età Evolutiva - Sede di Venezia
Mabi Cinquini, Marianna Danieli, Giovanna Bonavolontà, Cinzia Tieuli, Chiara Sovegni, Barbara Cei, Natascia Borsetto

Rieducarsi alla spontaneità, in un tempo senza abbracci. Di Giovanni Salonia

di Giovanni Salonia

Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine de La Sicilia. CLICCA PER LEGGERE L'ARTICOLO SUL QUOTIDIANO

 

Marco si china per raccoglie la penna caduta a Giulio suo caro amico. Ma la maestra deve bloccare quel gesto spontaneo. È diventato pericoloso: si rischia la trasmissione del Covid. Ester incontra Carla, l’amica che non vedeva da anni. Le braccia si protendono per abbracciarla, ma deve subito bloccare lo slancio spontaneo: sta rischiando un contagio.

Giorno dopo giorno va crescendo in noi la triste certezza che la fine del lockdown non ha prodotto – come speravamo – la fine del virus. Dobbiamo rassegnarci alla possibilità che il Covid possa diventare una condizione strutturale (almeno per un po’), insinuandosi fin nei meandri della nostra esistenza. Di certo, oscillando tra timore e rassegnazione, ci dobbiamo chiedere se lentamente e irrimediabilmente verranno modificate le nostre modalità di relazione, il nostro rapportarci con il nostro e gli altrui corpi. Sono saltate alcune regole scontate del nostro convivere. In primo luogo la spontaneità dei gesti relazionali e dei rituali delle interazioni corporee. La prossemica (quanto stare vicino e quanto stare lontani) non è più scontata. Anzi è diventato inquietante, quasi impossibile, codificarla. Quando e quanto stare vicini a livello intercorporeo? E se si intrecciano mascherina e distanza ottimale chi abbia difficoltà acustiche non rischia di ripetere in modo ossessivo e noioso: ‘come?’ ‘cosa hai detto?’. E poi: quando e quanto abbracciarsi? Congiunti fino a quale grado? E come sostituire l’abbraccio e il bacio, modalità costitutive dello stare assieme in Occidente? Anche l’incomprensibile, ridicolo e grezzo suggerimento di toccarsi con i gomiti (come mai non si è fatto ricorso all’elegante stile orientale del salutarsi con inchino e mani giunte?) è ormai ostracizzato e ci si chiede come esprimeremo la gioia di incontrarci o di rincontrarci dopo anni, di avvicinarci nel dolore e nella gioia. È vero: avevamo riscoperto la bellezza dello sguardo per supplire all’impossibilità di toccarsi. Ma la supplenza è supplenza. Risentiamo forte la voglia di tornare ad abbracciarci in piena liberta o, meglio, in piena spontaneità.

Perché è appunto la spontaneità che rischia di smarrirsi in questo ‘mare di confusione’ (lessico volgare), in questa ‘società borderline’ (lessico psicoterapico). Certo, quello di spontaneità è un concetto sfaccettato, ambivalente. Secondo il vocabolario indica un’assenza di costrizione e suscita simpatia e freschezza. Dire di un fatto naturale che è spontaneo serve a escludere l’intervento umano. Ad altro livello, un gesto spontaneo fa pensare a un’azione istintiva, non artefatta, naturale. Ma a guardarci dentro le cose sono più complicate.

La spontaneità umana rimanda infatti ad una intima connessione tra il ‘sii te stesso’ e l’‘esprimi te stesso’. Un agire non premeditato, non studiato, spontaneo appunto, può risultare anche patetico o addirittura pericoloso. Mentre restiamo entusiasti di fronte alla spontaneità del bambino, nello stesso tempo gli stiamo dietro per ‘bloccare’ la sua apparente spontaneità: il fuoco non si tocca, le scale si scendono un gradino alla volta.

La spontaneità che gustiamo e che ci incanta ha una caratteristica ben precisa: la vitalità, la grazia. Il bambino che con un gesto spontaneo fa una carezza al fratellino o ti stringe con il suo pugnino il tuo dito ti inonda di grazia e di calore. Ma quanto più chiedi ad un bambino di ripetere quel gesto tanto più si affievoliranno la grazia e il calore. La spontaneità ‘accade’ e non può essere ripetuta.

La grazia della spontaneità nasce quando si incontrano innocenza ed esperienza (Blake). È come dire che la spontaneità accade: ha una sua intima e innata innocenza. Nessuno può provocarla. Ma nello stesso tempo ha bisogno dell’esperienza, ha bisogno di una preparazione, di un’educazione. La spontaneità si consegna a chi non la cerca. Si consuma nell’attimo in cui accade. Non si può diventare esperti nella spontaneità. Si è stati o non si è stati spontanei. Eppure ci vuole un’educazione.

Educarsi alla spontaneità significa educarsi alle qualità che la rendono possibile. Quando Agostino dice: ‘ama e fa quello che vuoi’ intende: ‘cerca la verità che è nell’intimo più intimo del tuo cuore e poi sii spontaneo nell’amore’. Per questo, è assurdo dire ad una persona: ‘Sii spontaneo’, così come dirgli ‘segui il tuo desiderio’. Sono messaggi seduttivi, certo, ma estremamente vuoti e confusivi. Perché spesso il difficile è proprio sentire il desiderio autentico, sapere cosa davvero si vuole. Inviti assurdi, che nascono dentro le contraddizioni della nostra postmodernità, se succede, come spesso succede, che l’antico ‘sii come ti vogliono gli altri (la società, la famiglia)’ non abbia compiuto il necessario cammino verso il ‘diventa ciò devi diventare’.

Da questo punto di vista, l’illusione di Rousseau o la tristezza di Freud possono aprirsi a nuove strade. Si tratta di coniugare in sé stessi quello che si è con quello che si è diventati e con quello che si intende diventare. Il passato che diventa presente (chi sono diventato) e il futuro che diventa presente (chi voglio diventare) creano la spontaneità del presente.

Sii te stesso: ascolta il tuo corpo. Non nel pensiero che vuole prendere (più che comprendere), non nella volontà che vuole dominare il corpo e la realtà, ma nel consegnarti ai corpi e al fluire della vita che è fiume e sponda: lì la spontaneità fiorisce.

Torniamo agli inizi. Come salutarsi. Se le mie braccia si muovono per abbracciare l’amico che non vedo da anni, il mio corpo sa che c’è un pericolo invisibile mentre sente al contempo la voglia di abbracciarsi che circola tra i nostri corpi. Se lo ascolto, non sarò ingenuo ma non sarò paralizzato. Scoprirò il modo. Anzi, verrà spontaneo. Là dove il coronavirus ci inchioda può rinascere una nuova spontaneità. Non quella scontata dell’abbraccio, non quella imposta gomito a gomito, ma quella mia, quella tua…

Auguri.

Ma il piacere che funzione ha?

Mi piace sintetizzare la ricchezza del libro di Borghi dentro il paradigma triadico del piacere. Primo scopo del piacere è farci abitare il corpo. So di avere una parte del corpo proprio perché è stata luogo del piacere; tutte le parti del corpo che non hanno sperimentato il piacere rimangono desensibilizzate e creano un senso globale di insoddisfazione e di incompletezza. Se avessimo accolto le teorie di Freud sullo sviluppo del bambino e le avessimo rilette a livello teologico, avremmo individuato la sua grande lezione sullo sviluppo del corpo. Il piacere abita principalmente le parti del corpo (gli sfinteri) che sono la frontiera della relazionalità (mangiare il cibo, espellere ciò che non è assimilabile, essere capaci di piacere, condividere il piacere). È proprio questa la seconda dimensione del piacere: la scoperta dell’alterità, del corpo altro da me. Il piacere è sempre connesso in termini di presenza o immagine a un altro corpo. E infine – sapienza del Creatore! – il piacere finisce. Anzi “deve finire”. Un piacere che non finisce ci fa perdere la nostra identità corporea. Se ci teniamo la mano per un’ora, alla fine non sapremo più riconoscere la nostra mano da quella dell’altro. Il piacere finisce per insegnarci che è occasione per la nostra crescita e poi dobbiamo ritornare a noi stessi, arricchiti dall’incontro e pronti a scoprire, nel desiderio che ritorna e nell’attesa della risposta dell’altro, la reciprocità. L’altro non come protesi dei miei bisogni, ma come altro e come oltre da me e di me, direbbe Gadamer.

Giovanni Salonia, Prefazione, in Gilberto Borghi,  Dio, che piacere! Per una nuova intelligenza cristiana dell’eros, ed. San Paolo, Milano 2018, pag. 12