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Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine de La Sicilia. CLICCA PER LEGGERE L’ARTICOLO SUL QUOTIDIANO

di Giovanni Salonia

L’anno nuovo ci attende. Qualcuno diceva che siamo stati fatti per cominciare, che cominciare è la gioia più grande della vita. Quest’anno l’inizio arriva in maniera nuova, inedita. Non possiamo essere ingenuamente proiettati in avanti, non possiamo scambiarci auguri formali o abbandonarci a progetti a buon mercato. Forse per la prima volta vorremmo davvero scrollarcelo di dosso quest’anno. «L’anno che sta arrivando tra un anno passerà…» cantavamo quasi automaticamente in quell’ultimo giorno del 2019. Oggi avvertiamo il peso di quelle parole. Perché questo è il tempo della consapevolezza. Adesso sappiamo, conosciamo. Siamo stati gettati fuori dall’Eden di una vita vissuta ad occhi chiusi. Un Eden per molti inospitale, per altri addirittura un inferno, certo. Ma attraversato da una narrazione dominante: il mondo è questo e non può essere cambiato. Queste le leggi: della tecnica, dell’economia, della politica; bisogna stare a questo gioco. Oggi sappiamo che non è così. Iniziamo spiazzati, impauriti. E se nulla cambiasse? E se non ci fosse alcuna trasformazione? Se tutto restasse com’è?

Ascoltiamo questo potente desiderio di novità che sentiamo dentro. Ma per essere nuovi dobbiamo fare i conti col tramonto. La nuova alba può venire solo da lì. Cosa portiamo nel nuovo anno? Cosa abbiamo imparato in questo 2020 che ha fatto da spartiacque alla storia umana, che ha stravolto i corpi, le case, le città? Correvamo tranquilli, in fondo, sui sentieri della soggettività. Avevamo le parole giuste per definirci, le metafore ad hoc: le nostre erano esistenze ‘liquide’, ‘liquida’ la nostra società. Una vita che scorre, senza condensarsi mai. Soggettività, protagonismo, visibilità. Erano le strade garantite, lungo le quali correvamo, arrancando magari, ma sapendoci collocati in un orizzonte, immessi in un sentiero. Ora il sentiero si è interrotto. La strada è finita. Siamo caduti da cavallo. Siamo disorientati, scioccati. E adesso? Senza le strade già segnate dove andremo? Perché il 2020 ci ha insegnato che non si possono ripristinare i sentieri interrotti, che il rattoppo sul vestito vecchio è inutile. Né possiamo più sperare in magici rivolgimenti. Non possiamo più credere che l’anno bisestile è finito e che il giorno dopo le cose cambieranno per incanto.

Forse la novità dell’anno che comincia può venirci da un altro modo di sentire il tempo. Il tempo non è solo un fiume che scorre inesorabile, un insieme divisibile. Non è pura e passiva attesa di una sorte o miraggio di una fortuna. Forse oggi siamo pronti a capire che il tempo è anzitutto tempo vissuto, tempo inscritto nel nostri vissuti interiori, relazionali, collettivi. Forse un anno nuovo è un pre-testo per diventare nuovi. Nuovi non con un gesto di cesura rispetto al passato ma con una novità che ci trasformi e trasfiguri.
Si tratta però di dare senso al tempo che viviamo, di fare spazio dentro di noi, per far risuonare ogni parola, per non saltare nessun gesto, per fare della mancanza inizio del desiderio, per rendere anche l’assenza più cocente principio di una diversa presenza, come un canto doloroso alla sorgente sacra della vita.

Aristotele diceva che si inizia a pensare e ad imparare dallo stupore. Non sempre lo stupore è dolcezza di una meraviglia. È anche sorpresa, disorientamento. Ma non è mai lamento. Chi si stupisce si apre. È proteso verso un evento. Aderisce a quel che accade e vi si immerge. Rispetta il nuovo e si misura con il rischio. Traducendo per i miei allievi il principio gestaltico dell’incontro terapeutico, dico loro che per incontrare l’altro bisogna essere stupidi e stupiti. Che significa essere privi di un sapere che blocca, di un pregiudizio che pietrifica, di un pensiero che sclerotizza. Essere in-genui, ovvero essere liberi per accogliere la manifestazione dell’altro. Ed essere stupiti, pronti a guardare con occhi nuovi quel che potevamo ritenere scontato e privo di senso. Essere totalmente presenti è il riscatto che ci è chiesto in ogni evento. Anche se significa attraversare il dolore con coraggio e purezza, senza paura della realtà, della più fragile come della più dura. Avere una passione cocciuta per la realtà. Perché solo i dolori e disagi accettati possono diventare il tramonto gravido di un’alba nuova.

Viviamo il presente. Il potere che viene da lì ci purificherà dall’euforia dell’apparenza. Non impariamo dal passato, impariamo dal futuro portandoci dentro la fiducia che il passato ha costruito. Forse è vero che la vita ci pone sempre nuove domande e quando troviamo le risposte ci cambia le domande. La vita ci vuole ‘in via’. Homo viator. Lamentarsi è la deriva della mancanza di curiosità, di stupore. Per questo  siamo chiamati a scoprire l’intima, rivoluzionaria vitalità che zampilla dentro e dai piccoli gesti. Con audacia rinnovata. L’audacia di stare gli uni accanto agli altri, di risentirci vicini, di non indietreggiare davanti alla vita e nemmeno davanti alla morte:

Il mondo sa di polvere
se si è davanti alla morte
[…]
Ma il più piccolo ventaglio ,
agitato da una mano amica,
rinfresca come la pioggia.

Che io ti sia accanto, quando
Verrà la tua arsura,
per recarti le rugiade di Tessaglia
e i balsami di Ibla.

Fin qui la Dickinson. Noi, da compagni di viaggio, possiamo guardarci gli uni gli altri e completare la parola di Emily: «Che tu mi sia accanto, / quando verrà la mia arsura». Buon anno a tutti.

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