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Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine de La Sicilia. CLICCA PER LEGGERE L’ARTICOLO SUL QUOTIDIANO


di Giovanni Salonia

«E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore, / fra i morti abbandonati […] / Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento».
Così cantava il poeta, sconvolto dal turbine della guerra mondiale. Così cantiamo noi. Il triste vento della seconda ondata non ha portato i canti dai balconi, i tanti ‘ce la faremo’. Le nostre cetre sono appese. E arriva Natale. E chiede a tutti di cantare. Noi non possiamo. Eppure, all’improvviso, la cetra riprende a suonare. È la cetra della vita che canta: è il vagito di un bambino che nasce. Quel vagito è il canto della speranza che rinasce: decisa, indistruttibile, inevitabile. Un vagito salva sempre il mondo.
Il canto di quel vagito ci appartiene. È quello dei nostri figli, dei bimbi amati, è il canto più intimo del nostro intimo. Anche l’urlo dell’uomo di Munch è in fondo un vagito. Non solo degli umani. Pure la creazione geme (anche quando ci fa gemere). Nel nostro urlo di dolore per i corpi separati, abbandonati nella loro triste nudità, stiamo forse urlando, senza saperlo, la rinascita della vita. Sarà per questo che Paolo di Tarso scriverà ai Romani: nell’intimo di ogni cuore lo Spirito urla: «Padre!». È come se il vagito del bambino desse il là ad ogni canto, ad ogni urlo. Non per nulla, qualcuno lo ha chiamato «urlo primario» (primal scream ): l’urlo infantile levato al padre e alla madre, indispensabile per separarsi e iniziare una nuova vita. E ad ogni nuova vita rinascono nel mondo il sorriso e la speranza. Ad ogni nascita, ad ogni vagito, sappiamo che una relazione d’amore è diventata carne per ridare amore.
La pandemia, oggi più di ieri, ci rimanda all’essenziale, e ci conduce a riscoprire l’esperienza più ‘naturale’ e ‘non voluta’ della nostra esistenza: la nascita.

La storia della nostra nascita è scritta nel nostro corpo in modo indelebile e si conserva come imprinting della nostra esistenza. Raccontarla e celebrarla – in ogni Natale – ha sempre il senso intimo di un ri-nascere. La vita che ci fu consegnata all’origine, la sentiamo dentro di noi viva, fremito, bisogno attivo, non più esperienza subita. Ecco perché il primo vagito, seppur traumatico, rimane oggi essenza e segno della vita che inizia. E che continua.

Dentro questo coronavirus che ci attanaglia e impaurisce è cominciato da giorni un cammino, un istintivo bisogno di ricerca e di (ri)scoperta delle proprie origini, dei propri natali. Si tratta del manifestarsi di uno dei bisogni più radicali della natura umana: l’appartenenza. Esplode in maniera decisiva il bisogno di riascoltare il suono genuino della famiglia, quel vocio gratificante degli affetti che ha sempre caratterizzato questo periodo dell’anno. Abbiamo bisogno di godere tutto il rimescolio di voci e di profumi, di condividere una tavola accesa e colorata. È fame di vicinanza e di calore, da toccare e da carezzare, fame che accende un Natale per certi (troppi) aspetti atipico. Le sue sfumature sottolineano la vera essenza dello stare insieme.

Seppur tristi per le severe restrizioni, prepariamoci a questi giorni, guardiamoli in maniera diversa e più vigile. Sentiamo fino in fondo il desiderio di quell’abbraccio che non possiamo scambiarci, comprendendo, in questo Natale malato di solitudine, come quell’abbraccio sia il più grande dono della vita. Pensiamo con affetto anche al dono mancato, alle valigie abortite di chi non torna a casa per fare il bene degli altri, dei familiari più deboli. Celebriamo il rito di una tavola impallidita e sparuta, nel rispetto dovuto verso chi non c’è, verso chi non può sedersi accanto a noi perché il virus lo ha toccato e non ce l’ha fatta, vittima innocente di una guerra invisibile. Alle famiglie ferite dal freddo di perdite senza lutto, senza calore, facciamo arrivare in qualche modo la vicinanza che ci fa umani, il sostegno che serve per rinascere.

E ancora una volta ripartiamo dai bambini, lasciamoci contagiare da loro. Sia questa la nostra pandemia. Ogni bambino ci ricorda che non siamo fatti per le distanze sanitarie (chiamarle ‘sociali’ è assurdo e confusivo, ci ha spiegato De Rita). Non siamo fatti per frenare la gioia che ci esplode dentro. Siamo fatti per cadere nelle braccia e sul corpo di chi ci ama, di chi ci invoca e ci attende. Qualcuno dirà: come possiamo far crescere i nostri figli in un contesto così incerto e impaurito? Ritornano alle mie orecchie le parole sapienti e calde di un fraterno amico: «Ce lo siamo chiesti con mia moglie. E ci siamo detti che non possiamo dare certezze che resistano al tempo e alle vicende della vita. Se ameremo i nostri figli, se daremo loro fiducia, i loro corpi saranno capaci di sentire amore e forza. E forse questa è l’unica certezza».

Ritroviamo il calore. Non lasciamolo bloccare dal distanziamento, che non sarà mai distanziamento dei cuori. A Natale ricordiamoci che solo l’amore che proviamo e che ci doniamo può riscattare i dolori e le sofferenze della vita. Perché la vita è ‘guerra’: militia est vita hominis (il nostro fratello Giobbe lo sapeva). Ritroviamo la forza. Ovvero l’intima fiducia che la realtà, anche la più dura, è in fondo plastica e può essere cambiata: dipende da come noi la ricreiamo nel nostro mondo interiore.
In questo tempo sospeso e incerto dobbiamo saper stare. So-stare diventa il nuovo tempo: quello della precarietà e dell’attesa che non provoca angoscia o panico ma ci prepara a far fronte a quel che deve accadere. È un bambino consegnato al mondo. È la vitalità che ci soccorre. È la cetra della vita e della relazione che ricomincia a suonare. Buon Natale.

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