Lo psicoterapeuta Salonia: "Siamo spinti al contatto non dalla mancanza, ma dalla pienezza"

di Giovanni Salonia*

Cappella Sistina: Creazione di Adamo. Il dito di Dio è pronto per toccare il dito di Adamo. Estatici contempliamo la scena e sentiamo nel nostro corpo che il dito di Dio vibra in cerca di Adamo. E lui, forse inizialmente indolente, svegliato dalla ricerca del dito di Dio si trova dentro la tensione del decidere se rispondere o no. È vero ciò che diceva Aristotele: se il dito duole, l’anima è nel dito che duole. L’anima è nel dito che vibra alla ricerca dell’altro. Ma nella Creazione di Michelangelo le due dita sono state dipinte nell’attimo che precede l’incontro, proprio nel momento in cui la tensione ha raggiunto il suo acme e si è pronti a consegnarsi all’altro. Forse lo spazio vuoto contiene il segreto della nostra inquietudine: la ricerca di un contatto che ci dia calore e ci lasci libertà. Il contatto ci placa, ci dà pienezza, e al contempo ci rimette in cerca. Lacan (e Recalcati) hanno torto. Siamo spinti al contatto non dalla mancanza ma dalla pienezza. Sono passati secoli, e quelle dita continuano a vibrare, a raccontarci che nella tensione verso l’altro è racchiuso il senso pieno dell’esistenza. E se fosse questo il significato genuino del ‘panta rei’ tradotto da Montaigne con «tutto è in movimento»? Completa Maria Fux: «Il movimento vibra in ogni corpo, anche se il corpo non lo sa». Ma verso dove ci muoviamo? È chiaro: verso la pienezza del contatto. È il contatto che genera il fuoco della vita. Miliardi di recettori straordinariamente distribuiti sulla superficie corporea permettono di percepire e distinguere il caldo, il freddo, il dolore, persino l’orientamento del corpo nello spazio circostante. È la sensibilità tattile che rende l’individuo, uomo o animale che sia, capace di rilevare la presenza di stimoli esterni, generati dal contatto della superficie cutanea con il resto del mondo. Tramite preziosi meccanismi anatomofisiologici ci relazioniamo col mondo esterno (e interno) riuscendo a tradurre il contatto materiale tra il corpo e gli agenti fisici in sensazioni termiche, dolorose, variazioni di pressione, percezione dei movimenti. Siamo stati seriamente progettati per interagire con l’altro, fuori di noi e dentro di noi.  

In un periodo storico in cui olfatto e gusto sono diventati i due sensi ‘sentinella’, la percezione tattile si ritrova gravemente segnata dal rigido distanziamento fisico dovuto al virus. Toccare e poi toccarsi potrebbe essere causa di contagio: niente di più distruttivo poteva colpire il bisogno innato che l’uomo ha di relazionarsi corporeamente con l’altro, di fare con-tatto. Ma è proprio perdendo gli abbracci che abbiamo scoperto quanta fame abbiamo di contatti e come ne siamo nutriti. Certo, questo lungo digiuno di abbracci rischia di rendere i nostri copri freddi, impauriti. Toccare è vibrare: due corpi accostati sentono reciprocamente il calore l’uno dell’altro: è come respirare in un’unica contrazione diaframmatica. Farne esperienza è spinta irrinunciabile alla vita. Non farla questa esperienza, o non averla mai fatta, è violazione di una dimensione fondamentale del vivente, che ogni essere avrebbe il diritto di provare. Perché nasciamo nel bisogno incessante di essere avvolti da un abbraccio, di essere accarezzati, riscaldati, nutriti, di essere consolati da un semplice tocco ‘caldo di presenza’. Il bimbo in orfanotrofio, accucciato lungo le sbarre del cullino che lo ospita, testimonia drammaticamente il bisogno indiscusso che ogni uomo sente di una percezione cosciente e confortante dell’altro. L’anziano che inaspettatamente blocca e stringe la mano che gli porge l'ennesima pillola della giornata, approfittando di quel passaggio veloce per ‘sentire’ la presenza, ci rimanda al bisogno pulsante, intimo, di una pur fugace percezione dell’altro. 

Viviamo un tempo duro. Eppure, in questo periodo così impervio, Michelangelo forse ci sostiene. È lui, nella Creazione di Adamo, a ricordarci che sebbene le dita non si tocchino si può vibrare di energia e di vita. Perché il contatto accada dobbiamo desiderarlo con tutto noi stessi, cercarlo dentro una grammatica che, come le sponde, permette al fiume della vita di scorrere e di fluire senza smarrirsi. Nella grammatica del contatto innanzitutto ci viene chiesto di ‘esserci’, di ‘essere presenti’. Impariamo dai ragazzi. Si accertano del contatto chiedendosi reciprocamente: ‘Sei connesso?’ E poi continuano: ‘Ma ci sei?’. Quasi a dire: ‘Ti voglio presente’. Ed ancora, per verificare quanto l’altro tenga all’incontro: ‘Ma tu, quanto ci sei? Da 1 a 10 quanto ci si sei?’. Affinché accada il contatto, quello vero, che rigenera, dobbiamo essere presenti, esserci totalmente. Nel con-tatto ci sentiamo vivi. Anestesia e parestesie sono infatti dimensioni patologiche che sregolano la nostra relazione corporea nel mondo e con il mondo, perché siamo vivi ma soprattutto ‘ci sentiamo vivi’ se toccando ci arriva la percezione tattile del gesto. E solo così riusciamo a orientarci nel mondo. Se siamo connessi e siamo presenti, allora siamo pronti e disponibili per il contatto. 

Forse solo adesso possiamo capire quanto fossero veloci e vuoti tanti abbracci, tanti contatti prima della pandemia. Oggi siamo pronti a sapere, a capire nel profondo, che lo sguardo e la parola si riempiono di magia solo se sono pieni di anima, se sono i luoghi in cui si esprime il desiderio di incontrare l’altro. La vita d’altronde, quando vibra, inventa il dove e il come incontrarsi. In questa condizione borderline a cui la pandemia ci costringe, il ‘ti amo e non posso abbracciarti diventa ‘ti amo, non ti abbraccio, ma inventiamo insieme una strada per incontrarci’. Possiamo e dobbiamo attraversare questo momento di necessaria distanza fisica con la creatività che si sprigiona da una rinnovata intenzionalità di contatto. In tempi difficili come i nostri, quando essere pessimisti sembrerebbe la via più sicura e più facile (Bonhoeffer), l’ottimismo genuino e fecondo è quello generato dalla certezza che mai dovremo smettere di cercare l’altro: nostro porto, nostro destino, nostra salvezza. Scrive Chandra Livia Candiani: «Dammi l'acqua / dammi la mano / dammi la tua parola / che siamo, / nello stesso mondo!».

*Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine del quotidiano La Sicilia.

Grazie, permesso, scusami: tre parole per la grammatica della relazione

di Giovanni Salonia*

I dettagli fanno la differenza. Nei dettagli - si diceva una volta - si nasconde Dio (o il diavolo), perché in essi si nasconde la verità e diventa visibile la profondità. Anche le nostre relazioni si concretizzano e si qualificano nei dettagli. Papa Francesco, esperto di umanità, nei suoi discorsi sottolinea la centralità della concretezza. E precisa come nelle relazioni umane assumono valore e significatività tre parole. «Vorrei ripeterlo. Tre parole: permesso, grazie, scusa. Tre parole chiave!». Tre piccole parole che esprimono il profondo del cuore e costruiscono relazioni positive e nutrienti.  

"Grazie". Vivere è ringraziare, nella vita abbiamo sempre da ringraziare. Già il nascere avviene nella gratitudine verso una donna che rischia la vita per darci la vita e di un uomo che si fa ‘prigioniero’ (Marquez) di un bambino. ‘Grazie’ è una delle parole più belle e sonore in assoluto, incisiva e graffiante per la sua matrice gutturale. Per qualcuno imprescindibile strumento di relazione col prossimo, per altri conquista difficile. Dire grazie è in fin dei conti una vera conquista emotiva, un dialogo prima con noi stessi, poi col mondo attorno al nostro. Quanto a gratitudine siamo stitici. Soprattutto con noi stessi. Eppure è una delle parole che impariamo sin da piccoli, certamente per la preoccupazione sociale (ed educata) che guida i genitori: "Hai ringraziato?". Molto presto però la frenesia e il distacco emotivo di cui a volte siamo vittime finiscono per farci dimenticare che nella vita nulla é scontato.

Ringraziare la vita lungo la vita diventa a volte un compito arduo ma rimane sempre una esperienza che, anche nelle situazioni limite, ha il potere di rigenerare energie e vitalità. Certo il ringraziare può non essere del tutto genuino. A volte può suonare “eccessivo” e precoce, e rimandare ad atteggiamenti di sottomissione, di mitizzazione dell’altro. Il grazie pieno e genuino genera quel calore proprio della reciprocità che si vive nel dare e nel ricevere perché tutti nella stessa barca, tutti gettati – direbbe il filosofo – nella sfida del vivere e del vivere con senso e con pienezza.

A proposito, grazie a te lettore, che leggendomi mi doni il tuo tempo, la tua stima, il tuo interesse. 

"Permesso?". Una seconda parola che crea la magia della relazione. È il dettaglio in cui si concretizza la consapevolezza della sacralità dell’altro. La raffinata accortezza nel non voler risultare invadenti in un gesto, in uno slancio, in un semplice passo, di fronte ad una porta che aprendosi ci comunica accoglienza, si concretizza in una espressione lì per lì dal sapore gerarchico (chiedo il permesso per fare qualcosa). In realtà è tutta eleganza. Permettere qualcosa non é solo potere che avvenga qualcosa, è innanzitutto fiducia, slancio approvato, calorosa accoglienza. È il riconoscimento che l’altro ha una sua interiorità ed è anche in ascolto di una propria intima musica. Per entrare nel suo mondo devo chiedere il permesso perché interrompo comunque il suo ritmo. Adam, quattordici anni, si presentava disadattato, chiuso in sé stesso, continuamente arrabbiato, eppure cominciò ad uscire dalla sua fortezza e a gustare la relazione quando i genitori, avendo compreso l’importanza della sua musica interiore, prima di fargli domande o di interromperlo gli chiedevano permesso, aspettando i tempi necessari per lui per entrare in sintonia con il ritmo dei suoi genitori. Una relazione nutre e fa crescere se rispetta la diversità dei ritmi che vibrano nei corpi. Accostarsi al mondo dell'altro con l’umiltà di chi chiede il permesso esprime l’atteggiamento nobile di chi onora la dignità dell’altro e ne riconosce il diritto di protagonista in ogni relazione.  

"Scusa!". Forse un’altra parola che ci viene chiesto di imparare da bambini, con quel sottile ma prepotente velo di imposizione ai fini educativi ("Chiedi scusa a tuo fratello!") che probabilmente appesantisce la bellezza dello slancio e la musicalità del termine. Scusa è perdonare innanzitutto se stessi, guarire una mancanza, un errore. Anche quello voluto. Scusa è accettare chi si abbandona alla bellezza di questa parola, è umiltà profonda nell'accogliere la presa di coscienza dell'altro. Spogliarsi di orgoglio e accettare le scuse di un familiare, di un amico, è forse più complicato che donarle. 
Rispetto per gli altri, e in fin dei conti per se stessi, é riconoscere un errore, un torto, tornare sui propri passi consolidando e accettando nella propria vita la parola scusa. Vissuta spesso come indigesta sconfitta interiore, in realtà concedersi e maturare questa parola non è che arricchimento, profondo e drasticamente umano. Strada più complicata del grazie, un po' più tortuosa del permesso, chiedere scusa è difatti umana accettazione dei propri limiti. rivela la grandezza di chi sa riconoscerli e riconoscere l’eventuale torto compiuto nei confronti dell'altro. Quanti discorsi inutili, quante strategie vengono messe in atto, a volte, pur di non pronunciare questa parola semplici e potente: scusami! Ci vuole una serena autostima per riconoscere i propri errori. Ma anche con questa “parolina” non sempre è facile: non si chiede scusa perché si teme di diventare più deboli e che l’altro diventi troppo forte o non si chiede scusa perché convinti che sia sempre l’altro il responsabile dei  conflitti. Chieder scusa è riconoscere che per me l’altro, la relazione è importante. Le relazioni, si sa, non sopportano il braccio di ferro. Nelle relazioni voler vincere è la strada della sconfitta. Non c’è ricchezza relazionale se non nella logica del chiedere scusa. È vero anche ci sono persone che hanno difficoltà ad accettare le scuse perché temono che le scusa siano un modo di placare la loro rabbia prima di poter esprimere fino in fondo la loro ferita. La richiesta di scusa, se genuina, sa spettare anche il ritmo dell'altro. Siamo umani e fa parte della condizione umana sbagliare, far del male. Ma gli umani hanno la capacità di riparare questo limite, riconoscendolo di fronte a se stessi e all’altro ferito.  

Grazie, permesso, scusami: in un mondo ideale nutrito di grazie, permesso e scusa si potrebbe respirare la freschezza della relazione con l'altro, la semplicità delle azioni, il buon sapore dell'umiltà del nostro essere profondamente umani. Dopotutto le fragilità che ci circondano (tutte umane anch'esse) si nutrono della difficoltà che subiamo nell'attraversare, accettare e poi donare ognuno di questi passi.

E se fossero queste tre parole il segreto semplice scritto nella grammatica della relazione che nutre nella reciprocità? 

Grazie, Francesco, per avercelo ricordato. 

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*Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine de La Sicilia. 

Lo psicoterapeuta Salonia: "Se la solitudine è una via per riscoprire la nostra unicità..."

Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine de La Sicilia

Siamo in una terza fase dell’era del corona virus. La prima ci sorprese rapinosa. La reazione fu una grande confusione ma anche una mobilitazione generale. Oscillavamo tra il canto dai balconi e lo strazio dei camion carichi di bare, tra le strade deserte e gli ospedali affollati. Leggevamo e scrivevamo per capire il senso di quanto ci accadeva: cercavamo nel passato qualche risposta, ma quel che vivevamo aveva un non so che di inedito. Non era guerra, non era attacco terroristico, non era peste. Era altro. La vendetta del creato depredato. Con tutta la nostra tecnologia visibile, venivamo messi in ginocchio da un virus invisibile. Siamo rimasti senza piazza e senza abbracci. 

Poi è arrivata la fase due, quella del ritorno del contagio. Questa volta ci ha trovati stanchi: i canti finiti, i tanti ‘eroi’ delle corsie prostrati e delusi, gli esperti confusi, la sensazione fastidiosa che non ci saremmo più liberati dal morso del virus. Cercavamo di riprenderci la nostra vita. A sussulti. Un passo avanti e uno indietro. Tra vittoria e sconfitte, tra il giallo e il rosso. Con una domanda sottesa e angosciante: ma se un affetto non si esprime, non è che alla lunga si modifica? Abbiamo cominciato a temere una progressiva lenta possibile modifica del nostro modo di essere umani. Ci siamo detti: come crescerà una generazione di giovani a cui è stato tolto l’abbraccio, il gruppo dei pari, i corridoi e la ricreazione a scuola, lo sperimentarsi fuori di casa e il far gruppo negli spazi riconosciuti quali luoghi dell’iniziazione alla vita adulta? 

Con i vaccini è arrivata la terza fase. I volti, i corpi si stanno aprendo alla speranza. Ma non è facile lasciare la rassegnazione: resteremo sempre così, sempre vulnerabili? Quale variante metterà di nuovo a rischio la nostra sicurezza rattoppata? La terza fase è proprio come l’ora della notte in cui non si sa se le prime luci dell’alba continueranno a crescere o saranno ancora vinte dal buio. Si tratta di ritornare alla vita con fiducia non solo perché la situazione migliora ma anche perché stiamo imparando alcune lezioni. Stiamo imparando che la terra va abbracciata e custodita, che i corpi vanno abitati, che la qualità dell’abbraccio conta più della quantità, che lo sguardo – protratto un secondo in più dello scontato – ha un potere di contatto superiore al toccarsi con il pugno e col gomito, che la vita è riparare con l’oro i vasi rotti (kintsugi), che la resilienza deve essere amore alla vita senza aggettivi, che si può essere sicuri nella confusione e pieni di speranza nell’incertezza, che la vita non è destino ma compito perché possiamo dare la forma che vogliamo alla realtà, fosse pure la più aspra.

Abbiamo imparato che nella solitudine si può sentire pienezza d’umanità. La solitudine: l’incubo del tempo del coronavirus. La solitudine: spazio interiore inabitato e deserto, gremito da un senso di inospitale e sconfinata vastità. La solitudine ci appartiene. Nasciamo soli e nudi, con attorno un corredo di vocio e di volti sconosciuti e inteneriti, calde coperte (non solo emotive), pensate e cucite da tempo, che non potranno mai sostituirsi al vero legame e al calore che per settimane ci ha nutrito e protetto. Da quel momento in poi, da quel primo vagito, da quel taglio netto, ci sperimentiamo soli e bisognosi dell'altro. Da quell'istante, la nostra esistenza sembra essere una lotta continua contro la solitudine. Di cui la felicità non pare compagna. La solitudine emotiva è poi la più terribile: è la condizione dell'essere (e sentirsi) soli in mezzo a tanti. Solitudine dell'anima, che genera solitudine del corpo. Certamente la più dolorosa, perché subìta interiormente, quasi come una beffa della vita. La solitudine dei numeri primi: somma senza unione di solitudini silenziose, differenza tra adattamento ed isolamento, (con)divisione senza resto del proprio baratro interiore. E poi la solitudine a casa, al tempo della pandemia. Quella dell’adolescente solo, della coppia logorata, dell’anziano senza legami, dello schermo che rende schiavi. La solitudine in ospedale, dove un virus ci ha svuotato di abbracci e di speranza, dove la mancanza di corpi amati è diventata terrore. 

Accogliamo allora l’appello della pandemia e ripensiamo la solitudine. È vero: nasciamo in un ‘noi’, da cui lentamente ci separiamo per poter dire ‘io’. Ma per giungere al ‘tu’, per ricostruire un ‘noi’ nuovo e diverso, per non chiuderci in una fortezza vuota, la solitudine resta uno spartiacque necessario. Cantava Gaber: “La solitudine non è mica una follia / È indispensabile per star bene in compagnia”. Perché la solitudine di cui ci lamentiamo è segnata dal ‘senza’: soli perché senza l’altro, senza stima, senza riconoscimento. Eppure, se viviamo questa esperienza fino in fondo, ne vediamo l’altra faccia. Come se avesse lo scopo di liberarci dal bisogno e dalla pretesa, per portarci nel giardino della unicità. È un cammino necessario a farci diventare umani. In Genesi, ad Adamo che si sente solo, dopo il peccato, nel giardino, Dio chiede: “Adamo, dove sei?”. Non perché Dio non lo sappia, ma per donare all’uomo l’interiorità (Buber). Chiamato a chiedersi “Dove sono?” Adamo riceverà il dono di sé stesso dandosi del ‘tu’ (Kierkegaard). Ovvero raccontandosi, come dicono i grandi studiosi della psicologia evolutiva (Stern). Come a dire che l’interiorità vissuta rende feconda ogni solitudine. Chi dimora in sé stesso, nell’ascolto del proprio corpo, cercherà l’altro non più come protesi del proprio io dolorante ma come compimento del desiderio di pienezza. È una cosa che si impara, sin da piccoli. Non diciamo ai nostri bambini: “Copriti, c’è freddo”, ma “Se c’è freddo, ci si copre”. Solo così potranno imparare ad ascoltarsi. E da giovani potranno giocare sia a tennis che a calcio. Reggere la solitudine del campo diviso dalla rete e gioire del dinamismo eccitante della squadra nel grande campo della festa. 

In principio stranieri a noi stessi, impariamo il silenzio, sentiamo il nostro respiro come un fiume carsico, come il fluire della vita. E troveremo le parole che ci diranno dove siamo e dove stiamo andando, dove l’altro ci attende. “Cantate e danzate insieme e siate felici, ma fate in modo che ognuno di voi sia anche solo, come sono sole le corde di un liuto, sebbene vibrino alla stessa musica” (Gibran). 

L'editoriale del terapeuta Salonia: "Imparare l'attesa, strada per la felicità"

Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine de La Sicilia

di Giovanni Salonia

Nella nostra ultima puntata abbiamo iniziato una sorta di mappatura dei sentieri che portano lontano, verso l’orizzonte della felicità: il saper attendere ne è di certo un ingrediente fondamentale. L’attesa è felicità in divenire: brama di vivere mista a pazienza del vivere. Il suo dispiegarsi è decisivo per gli umani. Il giorno in cui il cacciatore primitivo, invece di consumare subito la preda appena cacciata, decide di portarla a casa, perché venga cucinata e condivisa, segna l’avvento di un radicale cambiamento antropologico: nasce la civiltà. Gli uomini capiscono che attendere di cucinare la preda e di condividerla non diminuisce il piacere ma lo accresce: in raffinatezza del cibo cotto, in calore femminile, in gratitudine reciproca, ingredienti che fanno di un insieme di individui una comunità umana. 

D’altronde, la felicità come attesa è scritta nei vissuti di ognuno di noi. Siamo venuti al mondo nella condizione di ‘attesi’ e ci è stato scritto addosso che siamo protesi verso la felicità perché noi stessi siamo stati brama di felicità. Per questo ci ritroviamo tutti indistintamente gravidi della ricerca costante della lieta esistenza, ‘ad tesi’ verso quella dimensione tanto reale quanto fugace che è strada della vita tutta. Quel tempo dell’attesa di qualcuno che deve venire, che i luoghi comuni osano definire ‘dolce’ ed è in realtà irto di paure ed incertezze, miste a gioia e umane speranze. Sfumature di felicità, sentite un passo dopo l’altro, a volte realizzate, a volte solo sfiorate. Ma l’attesa non segna solo l’avvento ma anche il nostro primo essere al mondo. 

Quando il bambino inizia a piangere perché ha fame, dargli subito il capezzolo non fa altro che ridurre la sua soddisfazione. Concedergli un tempo giusto di attesa non solo lo renderà più forte, gli consentirà una soddisfazione più grande, ma soprattutto lo aprirà alla scoperta del corpo dell’altro. Le madri lo sanno: rispondere troppo tardi al bisogno genera senso di abbandono; farlo troppo presto non permette al bambino di scoprire che il capezzolo non è una protesi del suo corpo ma appartiene ad un corpo ‘altro’. Il corpo della madre, nella sua sincronia con il corpo del bambino (è questa l’intercorporeità), conosce la magia del tempo giusto, dove il senso della forza si coniuga mirabilmente col calore dell’alterità.. 

L’attesa non è dunque un tempo sprecato. Grazie all’attesa ritroviamo l’ordine e il senso degli avvenimenti. Si dice che il tempo è galantuomo. Nel tempo dell’attesa, le emozioni, da ingenue o euforiche si trasformano, diventano sentimenti duraturi, che ci maturano. Nel tempo dell’attesa anche le sofferenze insopportabili vengono assimilate. È stato provato come pure i dolori più grandi, se attraversati fase dopo fase, vengono assimilati e danno ai cuori feriti l’esperienza di un placarsi che sa di calore e di senso. L’attesa aumenta e purifica il desiderio; dà pace e fa scoprire il significato insondabile del dolore. In fondo, impariamo il tempo proprio nell’attesa. Al grande Agostino, che si chiedeva cosa è il tempo, oggi potremmo rispondere così: il tempo è l’attesa, quella quarta dimensione in cui impariamo il nostro corpo e quello dell’altro. Parafrasando i Greci, potremmo dire che nell’attesa ‘passa Hermes’: il dio che insegna i significati e il dialogo. Nell’attesa si impara a sentire il mondo, a leggerlo, a metterlo in comune con l’altro in gesti e parole. Ci vuole sempre tempo. È molto saggio il proverbio brasiliano: il tempo distrugge ciò che senza il tempo è stato edificato. Ciò che è nato senza attesa.

C’è qualcosa di radicalmente umano dunque nell’attendere. Il sabato del villaggio dimora in ognuno di noi. Pregustare la realizzazione di un sogno dà forse più gioia della realizzazione di un obiettivo agognato. La civiltà – intesa come il passaggio dal vivere al saper vivere – non crea il disagio di cui ha parlato Freud. Si rinuncia a un piacere solo perché se ne pregusta uno più fine e più completo, più ampio. Non c’è un principio della realtà o del dovere cui sottostare: vanno scoperti il dovere del piacere e il piacere del dovere. Queste le strade umane per la felicità: dal crudo al cotto; dalla soddisfazione immediata ma fugace ad una soddisfazione differita ma più piena; dal pensare a sé stessi al pensare agli altri. Sono esperienze cardine, che segnalano e segnano il territorio della civiltà e della felicità umane. 

Oggi, attesa è diventata sorella di speranza. L’attesa della fine del regno del virus, entità che continua a manovrare spaventosamente le nostre vite. Quanta pazienza abbiamo tentato di gestire e di incentivare in questo faticoso anno appena trascorso, proprio aspettando la libertà desiderata e meritata! La pausa subìta dai nostri corpi e dalle nostre menti durante una pandemia certamente non attesa (lei no!), si trasforma oggi in attesa intesa come strada per la felicità. Lottiamo dunque per non permettere che essa sia contaminata da una qualunque forma di rassegnazione. Anche questa è conquista del lieto vivere: aspettare e desiderare con tutto sé stessi di poter mostrare un sorriso nella sua pienezza, nella sua bellezza, senza l'ombra cupa di una mascherina… Si tratta dell’attesa di una felicità che mai avremmo pensato di desiderare così tanto. E così in tanti. Allora ci accorgiamo che il tempo dell’attesa autentica è anche il tempo anche della speranza. Dare e darsi tempo, attendere sé stessi e attendere l’altro è un’esperienza che ci apre alla speranza, dove il no della gioia di ‘oggi’ prende la forma di un ‘non ancora’. È l’attesa accolta e vissuta a trasformare ogni stop in uno step, in un passo verso la felicità. Siamo chiamati a scoprire oggi più che mai i tempi necessari alla freccia per colpire il bersaglio. È il tiro con l’arco, forse, una delle metafore più puntuali del nostro intrigante mestiere di vivere.

Lo psicoterapeuta Salonia: "Il potere delle parole è l'unico antidoto alla solitudine"

Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine de La Sicilia. CLICCA PER LEGGERE L’ARTICOLO SUL QUOTIDIANO

di Giovanni Salonia

Sartre aveva torto. L’inferno non sono gli altri. L’inferno è la loro mancanza. Dal trono della sua inconsapevole cattiveria (dopotutto che ne sa lui, lotta per sé stesso con le sue cuspidi, avide della nostra debolezza vitale), il virus non è riuscito però a congelare uno dei bisogni fondamentali dell'essere umano. Anzi lo ha enfatizzato. Senza gli altri, senza il contatto cordiale con gli altri, sentiamo freddo. O meglio, ci sentiamo freddi e ci intristiamo. Perché anche al narcisista e all’arrogante torna al tramonto, della giornata come della vita, la voglia di casa, la voglia dell’altro. La quarantena perpetua di tanti anziani, di tanti nonni, di tante persone afflitte da varie fragilità rappresenta oggi una prova grandissima, che espone allo sconforto e alla depressione. D’altronde, il terrore di morire da soli accomuna gli ammalati e coloro che li amano, di fronte all’incubo di quel ricovero in ospedale che scava un tunnel di separazione e di isolamento. Se si è fortunati, ci si trova consegnati a mani sconosciute, imbarazzate forse, a sguardi (lontani: dietro lo scafandro che protegge) che esprimono pietà ma non appartengono alla nostra storia corporea. Morire da soli è un inferno.

Oggi il poeta non può cantare: “Che dici? / Se ti abbraccio forte forte, / ho qualche chance in più/di scampare alla morte? “(Marcoaldi). Oggi la madre di Ben non potrà dire a suo figlio, stringendolo a sé, che l’abbraccio è stato inventato per unire le solitudini (Grossman). “Non ti abbraccio perché ti amo”: è questa la nostra terribile realtà. Come evitare allora che questo inferno della solitudine non contagi la nostra esistenza? Come evitare che l’impossibilità di abbracciarci ci inaridisca, blocchi il consegnarsi dell’anima? E come riscaldare i nostri incontri senza abbracci?

Non ci sono altre vie. Ci sono rimaste le parole. È la loro forza, è il loro potere l’unico antidoto alla solitudine, alla mancanza, all’inverno degli affetti. Certo, le parole possono unire e separare, farci incontrare e farci disperare, accarezzare e pugnalare. A volte sembrano ubbidirci. Creano calore vicinanza, magia, placano i cuori. Altre volte sembrano allontanarci. Generano malintesi, impediscono la condivisione (quanti equivoci quotidiani nei messaggi scambiati su WhatsApp o sui socia!). Per questo, è come se dovessimo imparare di nuovo a parlare, ricominciare a cogliere, delle parole, la potenza e il mistero. Ricordiamocelo: in principio le parole sono musica. La loro prima forma, la lallazione, è una lingua dell’incontro e non del significato. Così come pura musica è per il neonato la parola materna, sin dal grembo. La musica non conosce ostacoli, arriva dovunque, al cuore di ognuno. Mentre non possiamo abbracciarci, impariamo allora ad ascoltare la musica delle parole, a raggiungerci sin nel profondo, scrivendo nel corpo dell’altro il nostro affetto, come se l’aria, la carta o lo schermo su cui le stampiamo fossero il corpo di quelli che amiamo. Non si tratta di imparare la retorica, di fare bei discorsi, ma di dire, sentendole, assaporandole, quelle poche parole che toccano e ci toccano.

Iniziando dal nome. Come diciamo ogni giorno il nome dell’altro che non possiamo toccare? Torniamoci su, risentiamo la musica del chiamare. Rimasi affascinato, un giorno, quando mi trovai a leggere la dedica che Erving Polster, uno dei grandi maestri della Gestalt Therapy, aveva voluto all’inizio di un suo libro: “A Miriam, Sara e Adam. Mi piace dire i loro nomi”. Erano i nomi di sua moglie e dei suoi due figli. Pensai subito a Francesco d’Assisi: i nomi di quanti ci stanno a cuore hanno il sapore del miele sulle labbra. Ricominciamo a dire i nomi così, con questa intensità, con questa gioia. Dirli e ascoltarli ci farà sentire rigenerati, riconosciuti. Mettiamo questa gioia musicale, questa melodia interiore anche nel semplice TVB oggi così in uso nei messaggi. Come la punta di un iceberg, come il condimento di pochi ingredienti capaci di calore. Diciamoci: “stasera sento gratitudine”; “adesso mi sento riscaldato”. E diciamoci il perché. Condividere cosa ci accade dentro genera legami e calore. Anche le esperienze sgradevoli si possono comunicare così, esprimendo il bisogno, il desiderio, le attese che pur se deluse dicono un sogno, una speranza. È questo il segreto: ogni parola deve emergere dal corpo di un io e avere un tu, avere un corpo a cui è intimamente rivolta. Quando si parla senza rivolgersi a un tu, le parole si moltiplicano, non ci si sente mai sazi di parlare, si ha l’esperienza terribile di parlare a vuoto. È il parlare senza direzione. Non sono infatti le belle parole che fanno un incontro, ma quelle piene di me e di te, della mia e della tua unicità, della nostra musica. Anche nel conflitto. Se usi il tu, esci fuori dalla trappola dell’accusa, consenti lo scambio: intendevi dire questo? ti senti ferito? ti senti impaurito?

Ascolta la parola dell’altro, come Vasudeva, il vecchio barcaiolo di Siddharta, ascoltava il linguaggio del fiume. Se farai spazio alla sua musica, gli restituirai la parola giusta. Guardandolo negli occhi, realmente o idealmente. Perché la parola, avida di vita e spogliata dell’alleanza di un abbraccio, di una carezza, di una mano tesa, giunga dagli occhi all’anima. Ancora una volta, mi dico, aveva ragione il mio amico poeta: “Solo parole abbiamo/ per trovarci/ e d’amore il filo / che resiste” (Alberto Melucci).