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Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine de La Sicilia

di Giovanni Salonia

Parlare di felicità nel tempo della pandemia ha il sapore di una provocazione. Si avverte una sorta di imbarazzo. È un tema che ci appartiene ma che in questi giorni diventa sempre più fuori luogo e fuori senso. Attraversiamo momenti drammatici. Una spada di Damocle sembra pendere sulla vita di tutti. Contagio, non contagio. Positivi, negativi. E si parla di morti inumane, di separazioni atroci, di crolli economici, di contrazione dei nostri affetti e dei nostri corpi. Contrazione anche della nostra speranza di felicità? La cosa più logica sembra quella di metterla tra parentesi questa speranza, cresciuta spasmodicamente in Occidente dagli anni Sessanta in poi, anni in cui la combinazione di un periodo di ‘pace pragmatica’, del benessere economico, dello sviluppo tecnologico provocarono un cambiamento del pensiero: dall’ansia della sopravvivenza si passò lentamente, quasi inconsapevolmente, alla ricerca della felicità. O dei suoi dintorni. E gli scaffali delle librerie si andarono riempiendo di percorsi o di ricette per la felicità. In definitiva, non bastava più sopravvivere, trattenere la vita biologica come un bene assoluto e sempre minacciato: da pesti, da guerre, da carestie. Non era più – la felicità – un tema buono per una élite e di letterati e di filosofi, una ricerca da intellettuali. La felicità era un diritto universale non più scritto sulla carta ma pensato e sentito a disposizione di ognuno.

E invece, quest’anno appena trascorso pare averci ributtato indietro, aver rimesso al centro la sopravvivenza, il rischio connesso alla possibilità di mantenersi in vita. E se fosse questa l’occasione propizia per riscoprire la felicità? Ora che siamo diventati esperti nel distinguere la sopravvivenza dalla vita piena, il puro essere dall’essere felici? Riflettiamoci su. Prima del trauma collettivo andavamo dal dottore, dal terapeuta, dal sacerdote, dal counsellor a chiedere: «Dottore, come posso essere felice? Dottore, che sintomi ha la felicità?». Ci siamo affannati, disperati quasi, alla ricerca continua dello spessore emotivo, della consistenza (anche corporea) di un evento, la felicità appunto. Con il timore sempre vivo di sacrificarla a causa delle nostre rinunce, di non cogliere l’attimo del suo passaggio. Oggi è diverso. Prima cercavamo l’elisir della felicità, le coordinate giuste, la combinazione degli accadimenti. Eravamo dentro l’equivoco nascosto nella parola inglese happiness, dove è compresa l’idea che la felicità sia qualcosa che avviene, che essa coincida in fin dei conti con la fortuna. O che magari, come diceva Aristotele, ci vogliano necessariamente agiatezza, salute e amicizia per essere felici.

Ci viene tolto così il potere tutto umano di diventare felici, di poterlo essere al di là delle condizioni stabilite. Non si tratta di proteggerci dalla infelicità con pratiche scaramantiche (evitiamo il 13, non partiamo il martedì e il venerdì) ma nemmeno di pensarla come un compito. Si tratta di assumere in pieno la  nostra condizione umana, anche nel momento in cui dovessimo sentirci gettati nell’esistenza senza paracadute. E questo tempo di piena (pienissima) pandemia ci fa da maestro.

Intanto perché abbiamo ritrovato il valore di alcune piccole cose che prima ritenevamo trascurabili. Essere felici di un abbraccio, di un contatto fino ad un anno fa era impensabile: oggi ci si presenta come una meta, una possibilità bella, calda, significativa. Come a ricordarci che la nostra esistenza è fatta di contatti e che il tatto incluso nel con-tatto è una funzione primordiale della nostra presenza alla vita. Prima di quest’anno credevamo che la felicità fosse il contrario della tristezza. Oggi sappiamo che è indispensabile ammettere la tristezza, senza affannarci a negarla, riconoscendo che le sue onde, così temute, se vissute in comunione creano dalla tempesta l’arcobaleno delle nostre esistenze. Aveva ragione Charlie Brown quando un giorno, sentendosi molto triste, chiese all’amico «A cosa serve la vita?» e, ricevuta una risposta prefabbricata – «Ma a fare felici gli altri, Charlie!» -, replicò: «Oggi qualcuno non ha fatto il proprio dovere». Non si tratta di dare risposte, ma di condividere sul serio la tristezza dell’altro. Senza mestizia, ma con l’immediatezza dei bambini, che ancora ci fanno da maestri. Per loro il vissuto di un corpo materno caldo e accogliente è la felicità, prima di ogni definizione.

Faremo nelle prossime settimane un po’ di strada assieme in cerca di pienezza, ripartendo dalla felicità. Provvisoriamente dobbiamo forse ammettere che la felicità accade ma sta a noi prepararle il terreno, dando senso e sapore alla realtà. Anche quando non siano date le condizioni di Aristotele, anche quando arriva la malattia, la sua sentenza. Ricordo sempre con gratitudine coloro che me lo hanno mostrato e insegnato. Enrico, pediatra pieno di luce, chiese di incontrarmi. Non ci conoscevamo. Ma fu subito simpatia e intesa, intellettuale e spirituale. Ammalato inguaribile, consapevole della propria discesa verso la morte, Enrico voleva conversare con me della sua fine. E ogni incontro fu una lezione di vita. Consapevolezza lucida del male coniugata con una incredibile serenità. Mi sembrava di sentire nella sua voce il fragore limpido di un fiume di vita che gli scorreva dentro. Un giorno parliamo del suo funerale. Enrico mi chiede se oltre alla Salve Regina si possa suonare anche  la nona sinfonia di Beethoven: l’Inno alla gioia. Bisbigliamo assieme quel Freude!. «Gioia, Gioia, o Amici. Gioia scintilla divina». Un momento magico. La morte si avvicinava ma lui si immergeva nell’inno. In quel momento mi sono ricordato di Eichendorff: «In ogni cosa dorme un canto / Che sogna e continua a sognare / E il mondo riprende a cantare/ Se la parola magica riesci a trovare». Vivere non basta. Dobbiamo rimanere nel fuoco della gioia di vivere che continuamente rinasce nei nostri corpi e nelle nostre relazioni. Buona Pasqua!

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