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Siamo sospesi. Nessuno sa dirci come finirà tra noi e il virus. E a quale situazione andiamo incontro. Per la prima volta nella nostra storia siamo senza maestri. La competenza – ultima dea – fugge via dai nostri sepolcri. Tanti parlano da competenti. Ma sappiamo tutti, loro e noi, che si naviga a vista, che si va a tentoni. Nessuno sa come il nostro stile di vita dovrà cambiare. Nessuno sa quando torneremo a riunirci, quando torneremo ad abbracciarci, quando torneremo a viaggiare.

Questo lungo giorno produrrà una trasformazione profonda. Ci siamo accorti di qualcosa di sorprendente. Mentre noi stavamo a casa soffrendo il distanziamento, la nostra terra – incredibile a dirsi – è migliorata. Il clima è più salubre, l’air pollution è diminuita, le acque sono trasparenti, il cielo è più terso. Non solo: sono diminuiti i morti in mare e quelli sulle strade. E allora, noi stiamo bene se sta male la terra? E viceversa? O è possibile che stiamo bene entrambi? A cosa dobbiamo rinunciare, cosa dobbiamo cambiare per una sana convivenza tra la casa e la città, la casa e il cosmo?

E chi gestirà questo cambiamento? Domanda difficile. Il cambiamento spinge come un fiume carsico. E va accompagnato. L’acqua è energia, ma senza sponde straripa, con sponde troppo rigide tracima. Siamo proprio a questo punto. Il progressivo calo di morti e di contagi riporta in auge una questione in ombra durante l’emergenza: come conciliare la protezione della libertà individuale e la sicurezza?  Chi è pro libertà ha già scoperto complotti e mistificazioni (le holding che prevedono di arricchirsi con il vaccino, le derive autoritarie…), mentre chi è preoccupato per la sicurezza conta i morti e chiede controlli per tutti. Ci troveremo sempre meno d’accordo su come far fronte ad una situazione nuova. Nessuno sa con certezza l’entità del rischio che stiamo vivendo e quale futuro ci attende. Tutte le fragilità e le incompetenze del nostro sistema sanitario, del nostro welfare, stanno esplodendo. E così dovremo andare avanti. Stiamo cercando, forse senza saperlo, una nuova mappa. 

Dobbiamo ripetercelo: il dopo-virus sarà diverso dal dopo-guerra (ci pensavano i capi), dal dopo-peste (si tornava alla vita di prima), dal dopo-quarantena (si approdava ad un porto conosciuto).  Nessuno può dirci come sarà.  “Il cerchio delle cose / Deve restringersi / Ed annullarsi / Affinché il cerchio della nudità / Si allarghi e si ingrandisca / In tutta la sua ampiezza”.  È una voce che giunge da lontano, dal Medioevo, da una donna mistica e amante. Allora forse esiste un filo d’Arianna. Vale la pena cercarlo.

Siamo nudi. Siamo stati spogliati del cerchio delle cose. Come vivere la nostra nudità? È vero: i device ci hanno aiutato a ricoprirci e abbiamo tirato un sospiro di sollievo (come sarebbe stato triste senza). Ma dentro di noi sappiamo che se dovesse continuare così staremmo molto male. E sentiamo che siamo stati feriti proprio là dove abitiamo: l’essere gli uni accanto agli altri. Prima di essere ‘con’ l’altro noi siamo ‘tra’ gli altri. A soffrire in questo periodo sono stati soprattutto i bambini, i nonni, gli innamorati. Primo capo del filo: anche se non sai dove vai, comincia ad abitare dove sei. Resta umano! In questi cinquanta giorni abbiamo assistito alla lotta tra il ‘restare umani’ e il ‘negare l’umano’. Di fronte alla paura della sopravvivenza o al delirio della razza pura torna sempre la rupe Tarpea: la perversa decisione su chi deve morire (anziani, diversabili, poveri, quelli del Sud o quelli del Nord…). Non dimentichiamo la lezione della storia: quando l’uomo si definisce proprietario della vita e della morte crea solo distruzione. Tutte le volte che è stato ucciso un giusto per salvare un popolo (‘mors tua vita mea’) si sono distrutte le fondamenta dell’umano. Il nostro futuro sarà ‘vita mea vita tua’.

Per questo, dall’altro capo del filo ci sono gli uomini e donne che hanno rischiato e dato la vita per salvare altre vite. La tragedia inedita del coronavirus ci ha donato il vero Cantico dei cantici: donare la vita per gli altri. Al filosofo che si chiedeva ‘quale dio ci salverà’ noi oggi possiamo rispondere: il dio del rischiare la vita per salvarne altre. È questa la bellezza che salverà il mondo. Dostoevskij lo sapeva.

C’è poi la materia del filo: l’umiltà. Umiltà significa riconoscere che per far fronte al ‘coronavirus day’ dobbiamo cercare nuovi modi di vedere e di capire. È patetico constatare come tanti si ostinino ad affrontare il nuovo con logiche antiche. Invece di dichiararci ignoranti affolliamo i talkshow, e ognuno urla la propria verità come un dio in vacanza sulla Terra. Gli esperti chiamano questa follia ‘effetto alone’.  La tua competenza in arte, in filosofia, in teologia non legittima la tua arroganza. Chiunque tu sia, anche un virologo, apriti all’opinione diversa. Qualcuno diceva che ci salveremo se gli dei impareranno a dialogare. Quando impareremo che nessuno è dio?

Ripartiamo allora insieme dal dolore di tutti, che è la forza capace di tendere il filo. Il dolore purificato dal qui e ora, non caricato dal peso di ieri e dalle preoccupazioni di domani. Abitiamo il presente: “Iniziò a respirare flebilmente… Assaporò l’elisir di sentirsi smarrito… Egli non poteva dare un senso alle cose per lui essenziali (che non lo avevano mai fatto felice); le sentiva fuggire lontano da sé; eppure non si aggrappò ad esse come un disperato. Invece toccò il suo corpo, si guardò attorno, e sentì ‘qui io sono e adesso’ e non fu preda del panico” (P. Goodman).

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