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Dall’emergenza antropologica a itinerari di cambiamento: lo sguardo della Gestalt Therapy sulle relazioni sociali e intime nel contesto della società post-liquida

DIALOGO CON GIOVANNI SALONIA E VALERIA CONTE A CURA DI ANTONIO SICHERA

Rivista GTK n. 07

ANTONIO
Nella società che possiamo ormai definire post-liquida, lo psicoterapeuta è certamente titolare di un osservatorio privilegiato sulla realtà, e in particolare sulle trasformazioni della dimensione relazionale, tanto pubblica quanto privata.
Lo dico nell’ottica della Gestalt Therapy, da sempre attenta al sociale, per cogliere i mutamenti riguardanti la personalità di base e i modelli relazionali, ma altrettanto renitente a qualunque forma di classificazione astratta del reale, in forza di un profondo e lucido rispetto dell’esperienza vitale, ben più grande di ogni schema.
Direi così allora e vi farei partire da una domanda del tipo: Tra kronos e kairos, tra la città e la casa, qual è l’appello che viene alla Gestalt Therapy dal contesto attuale? Come rispondervi, partendo dall’emergenza antropologica ma cogliendo al contempo le opportunità di sviluppo e di avanzamento che il contesto stesso ci offre, nella logica del now for next?

GIOVANNI
La premessa ci porta subito a ricordare l’intuizione di Lyotard sulla fine delle «grandi narrazioni» [1], che segna il passaggio dalla modernità alla postmodernità e che diventa una prima e lucida diagnosi sulla condizione che ancor oggi viviamo: una condizione in cui siamo privi di un modello antropologico atemporale e aspaziale capace di soddisfare tutti, e in cui le piccole narrazioni avanzano talvolta la pretesa di trasformarsi in grandi. Partiamo come sempre dalla teoria del Modello Relazionale di Base, che ci aiuta a comprendere i nessi tra contesto culturale e dinamiche relazionali e come ogni società sviluppi un proprio modello di cosa significa vivere, stare in relazione, essere felici: senza ribadire il riferimento già più volte esaminato al 6 agosto del 1945[2], è tuttavia indubbio che proprio da quella data è emersa una nuova idea di convivenza, generando quella che tuttora resta una complessa coesistenza di modelli tra loro profondamente diversi, addirittura opposti. È come se noi vivessimo contemporaneamente molti secoli: se da un lato persiste ancora un modello patriarcale e monolitico, che quasi suggerisce la nostalgia di un’impostazione verticistica e della figura di un capo, dall’altro si sono ormai poste le premesse per un mondo nuovo in cui si sono aperte le porte della genuinità e della creatività.
Ma è proprio in questa apertura − quando non ci sono più fedi che si legittimano da sole, quando non è indicato con chiarezza chi ha ragione e chi ha torto − che sorge anche l’angoscia della liquidità, quella che già Durkheim [3] aveva previsto, ipotizzando che un eccessivo spazio per la soggettività avrebbe portato all’anomia e dall’anomia al suicidio: ebbene, se non siamo tipicamente in questa situazione, è comunque chiaramente diffusa l’angoscia di non sentirsi protetti da alcun codice antropologico, che spinge l’emergere di valori di sopravvivenza e spesso conduce molti a rincorrere il facile successo, l’apparenza, il potere sull’altro, come soluzioni che sembrano dare consistenza a frammenti di esistenza.

Tra kronos e kairos, tra la città e la casa, qual è l’appello che viene alla Gestalt Therapy dal contesto attuale? come rispondervi, partendo dall’emergenza antropologica ma cogliendo al contempo le opportunità di sviluppo e di avanzamento che il contesto stesso ci offre, nella logica del now for next?

È indubbio che nel modello di base attuale emerge come centrale la “relazione”: è da questo punto di vista che noi oggi guardiamo alla realtà degli uomini e alla loro possibilità di felicità. Ma essa suscita un’angoscia su cui influisce il fallimento proprio di quelle aggregazioni − nella polis e nell’oikos − che puntavano sulla relazione e che però non sono state capaci di generare una nuova storia (pensiamo al crollo dei partiti e della famiglia come istituzione).
Abbiamo preso tra le mani il fuoco e ci siamo bruciati, potremmo dire, ma invece di ritentare è come se avessimo messo più che mai in pratica la preghiera di Perls: «Io sono io, tu sei tu… se ci incontreremo sarà bellissimo, altrimenti non ci sarà stato niente da fare»[4].
C’è dunque una soluzione per mettere insieme le nostre “piccole narrazioni” senza bruciarci? Il grande problema antropologico su cui dobbiamo interrogarci riguarda più in generale quel che significa “essere umani”: si tratta di individuare un marcatore della condizione umana, non per ricreare su di esso un’altra grande narrazione, ma perché di esso abbiamo bisogno come individui e per il futuro, per lasciare ai nostri figli la possibilità di intravederlo. Diventa insomma necessario modificare la conclusione della preghiera di Perls: «Se non ci incontriamo… ci riproviamo».

VALERIA
Se osserviamo con sguardo attento e rispettoso questo contesto, che è quello della postmodernità occidentale, e se lo facciamo senza spinte nostalgiche verso il passato, numerose risorse e potenzialità si aprono proprio sulla modificata conclusione alla preghiera di Pers di cui parla Giovanni: «Ci riproviamo». Perché ciò sia possibile, abbiamo bisogno di guardare in modo nuovo alla relazionalità, intesa come esperienza di contatto tra le persone. Se assumiamo un atteggiamento aperto ad una nuova comprensione e osserviamo senza pregiudizi le relazioni intime e sociali, vediamo che una nuova sfida emerge da questa osservazione, ovvero l’importanza che viene ancora data alle relazioni intime: ognuno è capace di stare da solo, ma ha voglia di condividere un progetto di vita con l’altro. Questa possibilità si rivela oggi da una parte più facile, perché si è più capaci di intrattenere relazioni, dall’altra particolarmente impegnativa e complessa, quando si tratta di restare in una relazione. La relazionalità, insomma, ha opportunità di pienezza e di crescita non ancora del tutto sviluppate. E vediamo perché.

È indubbio che nel modello di base attuale emerge come centrale la ‘relazione’: è da questo punto
di vista che noi oggi guardiamo alla realtà degli uomini e alla loro possibilità di felicità. Ma essa suscita un’angoscia su cui influisce il fallimento proprio di quelle aggregazioni − nella polis e nell’oikos − che puntavano sulla relazione e che però non sono state capaci di generare una nuova storia

Abbiamo preso tra le mani il fuoco e ci siamo bruciati, potremmo dire, ma invece di ritentare è come se avessimo messo più che mai in pratica la preghiera di Perls

Ognuno vuole essere felice e in effetti ciò è potenzialmente possibile. Se da una parte il primato della soggettività, dell’autoaffermazione e dell’esperienza, ci ha permesso di fare un salto qualitativo nei rapporti, dall’altra sono emerse nuove esigenze del vivere insieme e non sempre abbiamo gli strumenti per affrontarle, mentre la facilità di instaurare relazioni non ci ha dato, allo stesso tempo, la capacità per viverle. Spesso vediamo che si preferisce, anche nelle relazioni, ‘connettersi’ e ‘disconnettersi’ come si fa con la rete, in cui le relazioni virtuali sono più facili sia da instaurare e sia da concludere, spesso con un solo “click”, e in cui la distanza virtuale è in qualche modo meno coinvolgente e più gestibile. Di fatto quando abbiamo il coraggio di attraversare il virtuale e ci esponiamo alla bellezza e alla freschezza dello stare insieme, ci esponiamo anche ad un sentire più pieno e al necessario confronto con l’altro. Ma quando qualcosa comincia a non funzionare, spesso non comprendiamo il perché o non sappiamo come gestirlo: vissuti di confusione e ambivalenza ci assalgono, ci fanno percepire il fallimento e l’incapacità personale («Non riesco a stare bene con lui/lei») o ci fanno sentire inadeguati e impotenti («Cosa c’era in me che non andava?»).

ANTONIO
Questo affresco della realtà attuale ci indica appunto la relazione come asse della vita sia sociale che individuale e di coppia: mai come adesso abbiamo conosciuto il primato della relazione umana, mai come in questo contesto ne abbiamo potuto cogliere le opportunità.
Eppure ecco che lo sfondo di angoscia che essa ci provoca ci porta a cercare scorciatoie, talvolta retrocedendo alle vecchie soluzioni. Accade nel contesto politico, dove la fatica di rifondare nuove ed efficaci forme di mediazione ci spinge piuttosto a cercare nuovamente il vertice, “il capo”, o all’estremo opposto a sperimentare forme di democrazia diretta, totalmente disintermediata. E accade nella vita di coppia, dove da un lato accogliamo il grande fascino di un’avventura in cui ognuno può scommettersi pienamente − non perché c’è un’istituzione che lo decide ma perché c’è una ricerca di realizzazione che lo spinge −, dall’altro le crisi e i conflitti rendono chiaro un sostanziale analfabetismo affettivo, l’assenza di strumenti per gestire le emozioni. Allora potremmo dire che questa situazione del tutto nuova, che è la centralità della relazione a fronte dell’istituzione, ci chiama a trovare un nuovo linguaggio, una nuova modulazione dell’anima?

VALERIA
La facilità di comunicare oggi è sicuramente più scontata, ma non abbiamo compreso che non basta parlare o dialogare. L’emergere delle individualità ci ha aperto alla possibilità del confronto con l’altro che ha una individualità diversa dalla nostra, che ha vissuti, pensieri, parole e logiche diverse. La soluzione non è certo pensarci tutti uguali o annullare le differenze, peraltro necessarie per una crescita della soggettività, ma imparare un nuovo modo per dialogare. È necessario riscrivere una nuova grammatica della comunicazione, dove per capirsi e condividere si deve attraversare innanzitutto la capacità di ascoltare sé stessi e comprendere che il confronto con l’altro è necessario anche per una più piena comprensione di sé stessi: conosco profondamente me stesso nel divenire della relazione con l’altro. E perché ciò avvenga è importante rimanere dentro la relazione, continuare ad avere voglia di comunicare interessati al pensiero dell’altro, anche se non comprensibile nell’immediatezza. Molte volte parliamo senza che ci sia chiaro cosa le nostre parole vogliono dire all’altro, a quale bisogno personale o relazionale tendano, e se poi queste parole risultano per l’altro incomprensibili, illogiche, a volte confuse o ambivalenti, smettiamo di parlare, perdiamo interesse, accusiamo l’altro e ci limitiamo alla nostra percezione delle cose come l’unica verità. 

Se da una parte il primato della soggettività, dell’autoaffermazione e dell’esperienza, ci ha permesso di fare un salto qualitativo nei rapporti, dall’altra sono emerse nuove esigenze del vivere insieme e non sempre abbiamo gli strumenti per affrontarle, mentre la facilità di instaurare relazioni non ci ha dato, allo stesso tempo, la capacità per viverle

Mai come adesso abbiamo conosciuto il primato della relazione umana, mai come in questo contesto ne abbiamo potuto cogliere le opportunità.

Eppure ecco che lo sfondo di angoscia che essa ci provoca ci porta a cercare scorciatoie, talvolta retrocedendo alle vecchie soluzioni

La competenza alla comunicazione – efficace, empatica − che in vari modi ci hanno insegnato nell’ultimo ventennio, nel tempo che viviamo non è la soluzione al problema: il problema non è solamente parlare bene o dire tutto, ma leggere il contenuto di ogni comunicazione in una cornice più ampia. Innanzitutto tenendo conto dell’ordine delle relazioni e degli affetti, come prima forma di orientamento tra le individualità, che per la Gestalt Therapy è l’emergere della funzione-Personalità − “Chi sono io” nella relazione con l’altro si concretizza con “Chi sono io davanti a te” – oltre alla consapevolezza dell’intenzionalità, che per la Gestalt Therapy è l’emergere della funzione-Es – ‘Dicendo questo cosa voglio da te’ −, che in ogni comunicazione dà senso e direzione alle parole. L’intenzionalità relazionale precede la lettura di ciò che avviene e ne chiarifica i percorsi e le chiavi di lettura.
Se vogliamo evitare confusioni, smarrimenti e sofferenze, non dobbiamo dimenticare la differenza − sia a livello sociale che familiare − tra le relazioni simmetriche-paritarie e le relazioni asimmetriche-non paritarie: una differenza che risiede innanzitutto nel concetto di responsabilità. Nelle relazioni asimmetriche la responsabilità non può essere reversibile: c’è qualcuno che ha una responsabilità -educativa, clinica, governativa di qualcun altro che per definizione non è paritario − figli, pazienti, cittadini − e questa non parità non riguarda un giudizio di valore o di sottomissione, è semplicemente una condizione. Nelle relazioni simmetriche – di coppia, di amicizia − la responsabilità, il rispetto e il prendersi cura sono invece reversibili e circolari.
Oggi i rischi conseguenti all’emergere delle soggettività sono questi: da un lato la tendenza a far diventare paritari i rapporti non paritari, come se l’asimmetria rappresentasse una sconfitta, anziché una fonte di pienezza; dall’altro la difficoltà, nei rapporti paritari, di tollerare la diversità. Così assistiamo ad atteggiamenti di intolleranza, ad un’escalation di violenze e all’aumento delle relazioni conflittuali.
Annullare le differenze, anziché farcene carico, ci rende più fragili e incapaci di affrontare la nuova sfida che la condizione umana ci richiede: vedere il volto dell’altro non come uno straniero o un nemico, ma come colui che ci permette di fare un’esperienza di uguaglianza, di condivisione, di reciproco sostegno in un rapporto di pari dignità. Nessuna legge ci obbliga a farlo, né per dovere né per istinto, ma questo rappresenta un’opportunità evolutiva di crescita personale e sociale, per costruire un futuro migliore.

Il problema non è solamente parlare bene o dire tutto, ma leggere il contenuto di ogni comunicazione in una cornice più ampia. Innanzitutto tenendo conto dell’ordine delle relazioni e degli affetti, come prima forma di orientamento tra le individualità

Mai come adesso abbiamo conosciuto il primato della relazione umana, mai come in questo contesto ne abbiamo potuto cogliere le opportunità.

Eppure ecco che lo sfondo di angoscia che essa ci provoca ci porta a cercare scorciatoie, talvolta retrocedendo alle vecchie soluzioni

GIOVANNI
A tal proposito, dobbiamo innanzitutto precisare che la relazione ha la necessità di quest’ordine, secondo la geniale intuizione di Agostino dell’Ordo Amoris[5]Lo stesso Martin Buber, dopo tutte le critiche ricevute da Levinas, ammise di aver sbagliato a dire «in principio era la relazione»[6], parola che si rivela troppo ampia e inconsistente se non viene precisata da una sfumatura: lui avrebbe preferito − affermò − usare non più il termine “relazione” (Beziehung) ma al suo posto il termine “incontro” (Begegnung). È “incontro”, infatti, che esprime la complessità: l’intreccio tra “in” (andare verso l’altro) e “contro”. Non dimentichiamo che anche Gadamer sostenne che «il riconoscimento reciproco è sempre terreno di lotta»[7]. E a questo oggi noi gestaltisti aggiungiamo: lo è anche il riconoscimento di sé stessi (di sé stesso come un altro − «Soi-même comme un autre» −, come ci ricorda Ricoeur[8]).
Il tipo di difficoltà della relazione che oggi abbiamo di fronte ci fa pensare alla scultorea affermazione di Heidegger, secondo cui l’uomo è troppo maturo per credere negli dei, ma è ancora troppo poco maturo per credere in un unico dio. Ed ecco che ancora Gadamer, compiendo un passo avanti, aggiunse che l’ultimo dio che potrà salvarci sarà il dialogo tra le religioni.
Ecco, il dio per il quale non siamo ancora maturi è proprio la relazione. Non un dio inteso ancora una volta con un’accezione verticistica, ma come la nostra capacità di trovare nella cultura della relazione, nella dimensione della relazione, il nostro punto di forza, la vera rigenerazione della condizione umana nella post-liquidità.

ANTONIO
Ma oggi quella che è ancora l’angoscia, l’immaturità per la relazione, ci spinge fino ai paradossi del ‘post umano’. Le loro frontiere, in tutte le direzioni, puntano a neutralizzare il segno più grande della relazione stessa: le emozioni. Eppure le neuroscienze ci dicono il contrario: che sono le emozioni a dirci cosa è la vita, che il corpo non si può mimare né sostituire. È come se finito il tempo dell’uomo religioso, in cui c’era un dio regolatore a garantirci un orizzonte, avessimo bisogno di sostituirlo con un’altra idea, pur di non spingerci a sperimentare che la soluzione non è fuori di noi, ma in noi stessi e accanto agli altri?

GIOVANNI
Dall’intelligenza artificiale alla disforia di genere, stiamo sperimentando le frontiere che abbattono i limiti dell’essere umano.
Nel primo caso cerchiamo macchine che sostituiscano le relazioni, quasi che potessimo appunto dimenticare tutti i risultati delle neuroscienze sulla centralità delle emozioni: arriviamo addirittura al paradosso di un robot counsellor, con emozioni pre-codificate.
Nel secondo, vediamo che la società postmoderna che − da Reich in poi − ha appena riscoperto la centralità del corpo come identità e relazione, ne avverte i limiti, che vuole negare o superare. Lo vediamo dall’espressione artistica, che sempre più lo scompagina, alla teoria gender, che arriva a considerare il corpo come una costruzione sociale da superare.
Ecco quindi che ritorna la domanda: che cosa è umano? È illuminante in proposito uno degli aneddoti iniziali de Il Piccolo Principe, in cui il protagonista chiede al pilota di disegnargli una pecora. Il pilota fa molti tentativi di disegnare una pecora, ma tutti risultano inutili, poi disegna una scatola vuota e il piccolo principe è soddisfatto. Il senso è evidente: ogni pecora disegnata non è “la pecora” ma “una pecora”. Nella scatola vuota qualsiasi pecora può esserci perché l’idea di pecora è dentro e fuori ogni pecora reale.

Annullare le differenze, anziché farcene carico, ci rende più fragili e incapaci di affrontare la nuova sfida che la condizione umana ci richiede: vedere il volto dell’altro non come uno straniero o un nemico, ma come colui che ci permette di fare un’esperienza di uguaglianza, di condivisione, di reciproco sostegno in un rapporto di pari dignità

Il tipo di difficoltà della relazione che oggi abbiamo di fronte ci fa pensare alla scultorea affermazione di Heidegger, secondo cui l’uomo è troppo maturo per credere negli dei, ma è ancora troppo poco maturo per credere in un unico dio. Ed ecco che ancora Gadamer, compiendo un passo avanti, aggiunse che l’ultimo dio che potrà salvarci sarà il dialogo tra le religioni

Oggi quella che è ancora l’angoscia, l’immaturità per la relazione, ci spinge fino ai paradossi del ‘post umano’. Le loro frontiere, in tutte le direzioni, puntano a neutralizzare il segno più grande della relazione stessa: le emozioni

Ecco la grande sfida della postmodernità: ogni uomo si autolegittima perché esiste, ma quando non si può applicare la parola “uomo”? È la lacuna di molte riflessioni di oggi: se l’esistenza precede l’essenza, esistono dei confini per definire l’esistenza umana? La dialettica “questo uomo” e l’”uomo” ritorna da un’altra prospettiva: è possibile – e con quali perimetri – il passaggio dall’esistenza all’essenza?

VALERIA
Oggi nutriamo l’illusione che tutto è possibile, quasi a dimenticarci che non siamo soli ma sempre e comunque immersi nell’ambiente e nella relazione, e pensiamo che questo sia un vero segno di evoluzione. Le risposte e i comportamenti che ne conseguono, però, sono involutivi. Ne è un esempio proprio la necessità, di fronte alle nostre difficoltà e incapacità, di ricorrere al post-umano come possibilità risolutiva.
Ma paradossalmente la pienezza dell’essere umano è racchiusa nel muoversi e ridefinirsi dentro i confini dei propri limiti, non nella loro negazione: il limite è l’essenza stessa della vita e della sua fine.
Questo aspetto è presente, con declinazioni diverse, anche nelle relazioni affettive intime: se ognuno si percepisce come capace di essere felice, rischierà di diventare infelice quando qualcuno o qualcosa si contrapporrà alla realizzazione dei suoi desideri. Immaginiamo cosa succede quando il desiderio e la realizzazione individuale si confrontano con i desideri di realizzazione dell’altro e risultano di segno diverso (ad esempio la fine di un sentimento o la volontà di separarsi): l’amore, una meravigliosa dipendenza quando è ricambiato, si trasforma in un tormento quando non lo è.
Il rischio, in queste situazioni, è di andare verso derive individualistiche estreme. Solo il desiderio che si confronta con il limite − in questo caso con l’altro − si apre a prospettive di crescita e di pienezza.

ANTONIO
Tutte queste premesse che ci portano dritti al corpo, ci legano proprio al suo potere e contemporaneamente − appunto − al suo limite. Così come per la relazione, siamo di fronte a una nuova scoperta: fino a Freud, era una realtà innominabile, pericolosa; ora che ha guadagnato uno spazio proprio, che lo abbiamo scoperto e addirittura divinizzato, il modo in cui ci siamo rivolti al corpo è stato quello di negarne la consistenza reale e il limite. Facendo un parallelismo molto attuale, non accettiamo il limite del corpo così come non accettiamo quello del cosmo, che è la natura stessa, pensando di poterla manipolare dall’esterno. Come si può dunque riprendere la strada per tornare al corpo nel modo corretto, esplorandone il potere ed esprimendolo appieno?

VALERIA
È vero che oggi la ricerca del nostro “potere” spesso coincide con quel potere “fuori di noi” che non sentiamo di avere anziché con l’essere noi stessi fino in fondo. E il vero potere non è prevaricare, vincere, cercare una forza più grande: è piuttosto sentirci capaci di cambiare le cose nella nostra vita, una possibilità che cerchiamo di riprenderci in modo fittizio attraverso altre vie. Tendiamo a delegare la ricerca della soluzione, dimenticandoci di ciò che possiamo fare noi, spesso attanagliati da una paura che ci rende incapaci.

Ecco la grande sfida della postmodernità: ogni uomo si autolegittima perché esiste, ma quando non si può applicare la parola ‘uomo’? È la lacuna di molte riflessioni di oggi: se l’esistenza precede l’essenza, esistono dei confini per definire l’esistenza umana? La dialettica ‘questo uomo’ e l’‘uomo’ ritorna da un’altra prospettiva: è possibile – e con quali perimetri – il passaggio dall’esistenza all’essenza?

Paradossalmente la pienezza dell’essere umano è racchiusa nel muoversi e ridefinirsi dentro i confini dei propri limiti, non nella loro negazione: il limite è l’essenza stessa della vita e della sua fine

Questo è il paradosso del corpo: oggi abbiamo la sensazione che ci sia molta corporeità, ma non è affatto così. Il corpo non viene ascoltato − né comunicato − nella sua globalità: si ascolta ciò che emerge, ma non il corpo vissuto, quel corpo come concetto di anima incarnata che è il rendersi parzialmente visibile della soggettività, del Sé, diremmo in Gestalt Therapy.
La corporeità coincide con la nostra identità: è a questo che non siamo stati educati.
A livello clinico ed educativo questo comporta un cambiamento epistemologico importante, un interesse primario per la consapevolezza, che per la Gestalt Therapy è la valutazione intima dell’esperienza che viviamo nell’essere in relazione.
In essa il disagio nasce e si esprime proprio come incapacità di avvertire e decodificare i segnali e i bisogni del corpo, oltre una frettolosa e superficiale valutazione del sentire: dire «ho fatto quello che sento» non basta se quello che sento è scollegato da «chi sono io che sento in questo momento, dove sono, cosa rappresento, chi ho davanti» e anzi rischia di alimentare pensieri di onnipotenza e impotenza. Quando sentiamo che le persone sanno quello che vogliono ma non riescono a farlo, il dubbio legittimo è che conoscano solo una parte del loro sentire. Anche i pensieri su sé stessi emergono dalle sensazioni del corpo e precisamente nell’interazione con altri corpi. Questo è il concetto di intercorporeità, che il nostro Istituto ha portato avanti dalla ricerca teorica di Giovanni, che è la declinazione gestaltica del concetto di intersoggettività: nell’esterocezione del corpo bisogna includere non solo la propriocezione − sentire il proprio corpo −, ma anche la percezione del corpo − o dell’ambiente non umano − che ci sta vicino.

GIOVANNI
Sappiamo che il corpo, diversamente da ieri − prima del 6 agosto 1945, come dicevamo all’inizio −, non è più considerato solo uno strumento per andare in guerra o fare figli ma come spazio di soggettività ed espressione individuale. Il corpo è una delle più grandi scoperte della postmodernità, eppure, nel relazionarci ad esso, siamo ancora influenzati dai “cattivi maestri”, i seguaci di Freud e Lacan e, in un certo senso, anche certe mode culturali che nascono dagli slogan e si rivelano poi più resistenti di un dogma.
Se pensiamo a Freud, il fatto di aver posto la condizione identitaria dell’uomo nel Super-Io, fuori dal corpo, ha creato un distacco tra il corpo e la realizzazione della persona (non per nulla, Il disagio della civiltà[9]): ma mentre lui teorizzava in sintonia con un mondo diverso dal nostro − verticistico, represso e repressivo − i suoi seguaci non si sono accorti che il mondo era cambiato e hanno continuato a riprodurre le sue teorie in modo così rigido da diventare eretico.
E se guardiamo alle correnti psicoterapeutiche più conosciute oggi (dalla psicoanalisi alla terapia cognitivo-comportamentale), ci accorgiamo che entrambe negano la centralità dell’intercorporeità: il corpo del terapeuta e il corpo del paziente. Parlare di un Super-Io vuol dire dislocare lo spazio della realizzazione individuale, spingendo l’uomo ormai libero dal senso di colpa alla voglia di un potere al di fuori di lui; o dislocare l’uomo stesso nei suoi pensieri, ancora una volta in contrasto con le neuroscienze che affermano che i pensieri di identità e di relazione provengono dal corpo. Ambedue questi approcci cercano un capo o un protocollo: in tutti i casi la creatività soggettiva non ha gli spazi e i rischi del proprio esprimersi.

Questo è il paradosso del corpo: oggi abbiamo la sensazione che ci sia molta corporeità, ma non è affatto così. Il corpo non viene ascoltato − né comunicato − nella sua globalità: si ascolta ciò che emerge, ma non il corpo vissuto, quel corpo come concetto di anima incarnata che è il rendersi parzialmente visibile della soggettività, del Sé, diremmo in Gestalt Therapy

Il corpo è una delle più grandi scoperte della postmodernità, eppure, nel relazionarci ad esso, siamo ancora influenzati dai ‘cattivi maestri’

La domanda vera è dunque se l’uomo possa trovare la felicità fuori di sé, continuando nella ricerca del “tutto è possibile”, o piuttosto debba cercarla attraverso l’”io posso”, quel potere che ha dentro di sé. Assumere il limite lo trasforma in potere e possibilità di autorealizzazione. Negare il limite rende violenti contro di sé, contro gli altri.

ANTONIO
La centralità della relazione, l’aspetto fondamentale delle emozioni, una lettura acuta della condizione del corpo: assumere questi punti di vista come strumenti per l’osservazione della realtà, vuol dire darne già un’interpretazione attraverso le categorie essenziali della Gestalt Therapy. Ed è da questo stesso punto di vista che possiamo delineare un orizzonte di prospettiva.

GIOVANNI
Avere queste visioni come background ci apre al «principio speranza», per citare Bloch[10]: queste categorie che usiamo per leggere la società post-liquida si aprono a un principio educativo che si coniuga – per dirla in questo caso con Jonas[11] − con il «principio responsabilità» di fronte a noi e al futuro.
Riguardo ai nostri temi, una prospettiva che certamente ci dà la Gestalt Therapy è che il superamento del limite avviene proprio collocandosi nel limite: centrandosi sul corpo, sulle relazioni, sulla temporalità.
Categorie che ritroviamo già in uno dei più antichi codici culturali: la Bibbia. Nel peccato delle origini, origine di ogni infelicità, si dice che Adamo ed Eva mangiano la mela, ma già in questo racconto ci accorgiamo che c’è una prospettiva di speranza: ad Adamo ed Eva non viene infatti proibito di mangiare se hanno fame. 

La domanda vera è dunque se l’uomo possa trovare la felicità fuori di sé, continuando nella ricerca del ‘tutto è possibile’, o piuttosto debba cercarla attraverso l’’io posso’, quel potere che ha dentro di sé

L’infelicità, allora, nasce quando si perde il corpo e si sogna qualcosa che è fuori dal corpo, al di là del nostro limite, della fame che dovremmo sentire: mangiare senza fame è patologico, porta al rischio del delirio di onnipotenza, mentre sentire la fame ci fa cercare e ritrovare il cibo di cui abbiamo davvero bisogno. Nella nostra carne e nelle nostre relazioni si spianano le strade più feconde del nostro futuro.
Rieccoci al punto: diventare abbastanza maturi per credere ad un unico dio, a quel dio che si chiama corpo e relazione (pensiamo al Dasein heideggeriano).
Nella prospettiva della Gestalt Therapy il corpo e la relazione sono il vero marcatore dell’umano, il suo limite e la sua garanzia. La felicità non ce la daranno infatti le idee, la tecnica, un capo superegoico, un’idea realizzata, ma un corpo ascoltato e placato e un incontro nutriente.

VALERIA
Se ridiamo centralità − cosa che è fondamentale per la Gestalt Therapy − al senso della responsabilità, ritorniamo alla funzione-Personalità del Sé, che dà un ordine al sentire e alla relazione: il corpo infatti non è mai solo funzione-Es, solo l’immediatezza del sentire, ma con essa operano la funzione-Io, la capacità di scegliere, e la funzione-Personalità. La teoria portata avanti dal nostro istituto, nell’ottica di un’interpretazione coerente del libro fondativo della Gestalt, dimostra come le tre funzioni del Sé siano tutte e tre iscritte nel corpo e il corpo vissuto ne rappresenta l’insieme e il funzionamento adeguato.
Purtroppo è una delle cose più difficili da trasferire, non solo a livello educativo, ma anche a livello clinico. Un esempio tipico è la reazione ai comportamenti dei bambini, che spesso vede gli adulti limitarsi a chiedere «Cosa significa? Cosa devo fare?»: se la domanda è posta in questi termini, vuol dire che l’adulto si sottrae alla relazione e non mette in campo il proprio vissuto di madre, padre o insegnante, che è comunque inscritto nel suo corpo e che a volte resta nello sfondo, alla ricerca di soluzioni esterne che non saranno mai del tutto risolutive. Quando riscopriamo la possibilità di ascoltarci fino in fondo e le parole sono davvero parole corporee, magicamente ne restiamo affascinati. Restare interessati, curiosi e aperti al mistero dell’altro, non chiusi in una logica di giusto/sbagliato, torto/ragione, ma chiedendosi «Cosa sto vivendo e cosa posso fare io?», ci riapre alla possibilità di essere produttori di benessere personale e relazionale e protagonisti del nostro e altrui futuro.

ANTONIO
Questo richiederebbe una rivoluzione copernicana, dal punto di vista delle scienze dell’ascolto. Come dicevamo all’inizio, siamo ancora alle prese con saperi troppo presuntuosi e con modi di organizzare concettualmente il mondo – secondo un’impostazione ancora una volta freudiana e lacaniana – che richiede che qualcuno dall’esterno ci dia categorie sul mondo.
Invece l’idea gestaltica, sin dall’autentica scienza terapeutica, è di partire non dagli schemi ma dall’ascolto: quella che nell’ambito della terapia abbiamo chiamato autoregolazione della relazione, dimostra che è dalla possibilità di un ascolto autentico di noi stessi e del mondo che possiamo trovare anche le vie del cambiamento?

VALERIA
Sicuramente, tirando le somme, possiamo dire che la piena libertà di espressione delle differenze necessita della capacità di coniugare amore e potere attraverso potenzialità e risorse ancora non del tutto sviluppate. Ritornando, come abbiamo detto, al concetto di potere, vediamo che quello personale di ogni essere umano è espressione di maturità e di responsabilità e non può essere confuso con il potere sull’altro: il potere personale non entra in gioco come lotta per la supremazia, ma come capacità di essere sé stessi fino in fondo di fronte all’altro. Perché questo avvenga, spesso è necessario attraversare il confronto e a volte anche il conflitto, sapendo che si tratta di un passaggio necessario − specie nelle relazioni intime e nei rapporti di coppia −, che rappresenta una fase evolutiva in un cammino di crescita che permette alla coppia di ridefinirsi. 

L’infelicità, allora, nasce quando si perde il corpo e si sogna qualcosa che è fuori dal corpo, al di là del nostro limite, della fame che dovremmo sentire: mangiare senza fame è patologico, porta al rischio del delirio di onnipotenza, mentre sentire la fame ci fa cercare e ritrovare il cibo di cui abbiamo davvero bisogno. Nella nostra carne e nelle nostre relazioni si spianano le strade più feconde del nostro futuro

La teoria portata avanti dal nostro istituto, nell’ottica di un’interpretazione coerente del libro fondativo della Gestalt, dimostra come le tre funzioni del Sé siano tutte e tre iscritte nel corpo e il corpo vissuto ne rappresenta l’insieme e il funzionamento adeguato

 

L’idea gestaltica, sin dall’autentica scienza terapeutica, è di partire non dagli schemi ma dall’ascolto

Non affrontare il rischio del confronto, interrompendo prematuramente il conflitto per evitare la sofferenza, non produce esistenze felici ma scisse o desensibilizzate. Attraversare il conflitto significa invece avere fiducia nella relazione e permettere di esprimersi alle sue due spinte: il bisogno di appartenere e quello di individuarsi.
E allora non c’è dubbio che se guardiamo dentro il caos attuale potremmo disorientarci, ma se guardiamo da dove viene e verso dove va, quale nuova forma sta prendendo, ecco che acquista un significato: una complessità che ci sembra senza direzione, in effetti sta cercando un’evoluzione, in una forma nuova e positiva. Una forma che penso si possa definire globalizzazione, nel senso più bello del termine: possiamo infatti essere tutti diversi e questa diversità può dialogare, si può confrontare in una dimensione in cui ognuno ha valore e si possono esprimere una creatività nuova e una pienezza più grande.

GIOVANNI
Possiamo esprimere questa opportunità in diversi modi. Innanzitutto: ripensiamo l’etica in termini di felicità vissuta. L’etica è ciò che permette al mio corpo in relazione di sentirsi integro e pieno: “fitness and fullness[12], ovvero essere al posto giusto nel modo giusto (sentirsi fit) ed esprimere le proprie potenzialità (la sensazione di pienezza, full).
Inoltre, è necessario transitare dalla prospettiva del cogito ergo sum a quella realistica che ci hanno donato le psicoterapie e le neuroscienze: cogito ergo sumus. Educhiamoci, cioè, alla matrice relazionale del pensiero: se pensiamo quel che pensiamo è perché siamo immersi nelle relazioni. Il pensiero nasce nella relazione, ha bisogno di creare relazione per essere un pensiero umano, altrimenti diventa un pensiero folle. Ed educhiamoci allo sfondo, cioè alle certezze implicite che come un fiume carsico scorrono nel nostro corpo e nella storia che viviamo e creiamo.
Per ritrovare questa sensibilità e questa attenzione al nostro centro e al cuore dell’altro dobbiamo ritrovare il “gusto”: il gusto come nuova e intrigante indagine del mondo personale e relazionale.
Parlerei, per dirla con Agamben, di «educazione al gusto»[13].
Questi sono i criteri che possono davvero condurci ad individuare i marcatori di umanità che cerchiamo e che, se abbiamo fiducia nella nostra condizione, potranno darci quei sentieri di pienezza che da soli e insieme cerchiamo, perché scritti nell’intimo più profondo dei nostri corpi.

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[1] Cfr. J.-F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1981.

[2] Cfr. G. Salonia, Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2011.

[3] Cfr. E. Durkheim, Il suicidio. Studio di sociologia, Rizzoli, Milano 1987.

[4] Cfr. F. Perls, La Terapia Gestaltica Parola per Parola, Astrolabio, Roma 1980

[5] Cfr. Agostino d’Ippona, De civitate Dei.

[6] Cfr. M. Buber, Il principio dialogico, Comunità, Milano 1958.

[7] Cfr. H.G. Gadamer, Verità e Metodo, Bompiani, Milano 1983.

[8] Cfr. P. Ricoeur, Sé come un altro, Jaca Book, Milano 1993.

[9] Cfr. S. Freud, Il disagio della civiltà, Boringhieri, Torino 1971.

[10] Cfr. E. Bloch, Il principio speranza, Garzanti, Milano 2005.

[11] Cfr. H. Jonas, Il principio di responsabilità, Einaudi, Torino 1990.

[12] Cfr. G. Salonia, La Gestalt Therapy e il lavoro sul corpo. Per una rilettura del fitness, in S. Vero, Il corpo disabitato. Semiologia, fenomenologia e psicopatologia del fitness, Franco Angeli, Milano 2008.

[13] Cfr. G. Agamben, Gusto, Quodlibet, Macerata 2015.

Possiamo infatti essere tutti diversi e questa diversità può dialogare, si può confrontare in una dimensione in cui ognuno ha valore e si possono esprimere una creatività nuova e una pienezza più grande

È necessario transitare dalla prospettiva del cogito ergo sum a quella realistica che ci hanno donato le psicoterapie e le neuroscienze: cogito ergo sumus. Educhiamoci, cioè, alla matrice relazionale del pensiero: se pensiamo quel che pensiamo è perché siamo immersi nelle relazioni

Per ritrovare questa sensibilità e questa attenzione al nostro centro e al cuore dell’altro dobbiamo ritrovare il ‘gusto’: il gusto come nuova e intrigante indagine del mondo personale e relazionale

Giovanni Salonia

Psicologo, psicoterapeuta e teologo. Formato in Terapia Roger- siana (H. Franta), Terapia Familiare (M. Kirschenbaum – C. Gam- mer), Bodytherapy (G. Downing). Diplomato in Gestalt Therapy (E. e M. Polster, I. From, J. Zinker).
Già docente di Psicologia Sociale presso l’Università LUMSA di Palermo e di Psicologia presso la Facoltà Teologica di Palermo. Do- cente invitato presso l’Istituto Telogico San Paolo di Catania. Do- cente incaricato presso l’Università Pontificia Antonianum (Roma). Insegna alla Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Universi- tà Cattolica del Sacro Cuore. Già Visiting professor presso l’Univer- sità del Connecticut (USA).
Direttore Scientifico della Scuola di Specializzazione in Psicote- rapia della Gestalt dell’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairòs (Vene- zia, Roma, Ragusa) e dei Master di II livello cogestiti con l’Universi- tà Cattolica del Sacro Cuore di Roma.
Direttore del Consultorio Familiare Oasi Cana di Palermo.
Didatta conosciuto a livello internazionale e professore invita- to presso numerose università italiane ed estere. Già Full Member dell’Instituto di Gestalt Therapy di New York (NYGT). È stato Presi- dente della FISIG (Federazione Italiana Scuole di Gestalt).
Ha scritto: Comunicazione Interpersonale (con H. Franta), Kai- ròs, Odòs, Sulla felicità e dintorni, Danza delle sedie e danza dei pronomi e, come coautore, Devo sapere subito se sono vivo e La luna è fatta di formaggio, I come invidia e La vera storia di Peter Pan, che trattano di tematiche sia antropologiche che cliniche.

Valeria Conte

Psicologa, Dirigente presso il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASP provinciale di Ragusa; psicoterapeuta e Didatta Superviso- re Ordinario riconosciuto dalla FISIG (Federazione Italiana Scuole ed Istituti di Gestalt). Membro del comitato scientifico e responsa- bile didattico e clinico dell’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairòs.
Formata con i maggiori esponenti nazionali ed internaziona- li della Psicoterapia della Gestalt, ha ampliato la sua specifica for- mazione con training di specializzazione in Terapia Familiare e in Terapia Corporea. Ha approfondito il modello epistemologico della Gestalt Therapy nel lavoro con i pazienti psichiatrici, le coppie e le famiglie, i cui risultati sono stati pubblicati su riviste nazionali ed estere.

Antonio Sichera

Antonio Sichera insegna Letteratura italiana moderna e con- temporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’U- niversità degli Studi di Catania ed è docente di Fenomenologia ed Ermeneutica nella Scuola di Specializzazione post-universitaria dell’Istituto di Gestalt Therapy Kairòs. Formatosi in Lessicografia e Semantica della lingua letteraria europea alla prestigiosa scuo- la catanese di Giuseppe Savoca, ha scritto saggi e monografie su Foscolo, Pasolini, Pavese, Pirandello, Montale, Quasimodo e su molti altri autori della contemporaneità letteraria, in un’ottica interdisciplinare ed ermeneutica. Si è occupato a più riprese di teoria della critica e dell’agire letterario, in rapporto con il sapere filosofico e teologico, fra Gadamer, Benjamin e Jossua. Sul ver- sante clinico, è autore di diversi saggi sugli aspetti ermeneutici ed estetici della Gestalt Therapy. Ha tradotto dal greco (A Diogneto) e dal francese (diversi testi del Padre Jossua).

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