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Sara Pretalli e Giuseppina Adamo

“Il mio disegno non era il disegno di un cappello.
Era il disegno di un boa che digeriva un elefante…
Bisogna sempre spiegargliele le cose ai grandi.
A. de Saint Exupéry, Il piccolo principe
Cosa vuoi diventare da grande Thomas?
Felice. Voglio diventare felice
Guus Kuijer, Il libro di tutte le cose

Rivista GTK n. 07

La violenza assistita[1] ha atteso a lungo prima di essere vista e considerata come forma di maltrattamento al pari di tutte le altre. Oggi ritroviamo questo stesso processo nel lento riconoscimento delle singole storie. Possiamo affermare, infatti, che i bambini e le bambine vittime di questa tipologia di violenza rimangono a lungo invisibili senza che nessuno si accorga di ciò che stanno subendo. Questo perché le persone che più di tutte dovrebbero prendersene cura sono impegnate ‘altrove’, spesso inconsapevoli di causare una sofferenza anche non agendo direttamente contro di loro una violenza.
In questo lavoro l’attenzione è rivolta esclusivamente alla violenza assistita di genere cioè alle violenze e ai maltrattamenti di cui i/le bambini/e sono testimoni, dentro le mura domestiche e non solo, perpetrati contro le loro mamme per mano dei loro papà.
Una conferma di quanto il fenomeno sia recente in Italia la si trova anche nella mancanza di dati statistici (si ricorda che la violenza assistita non si configura in uno specifico reato ma è ritenuta una aggravante), sebbene negli ultimi anni siano state condotte diverse indagini campionarie a livello nazionale[2], dove è possibile riscontrare l’ampia diffusione del fenomeno. Nonostante ciò il rilevamento di queste situazioni risulta ancora difficile ed il mancato intervento non è da sottovalutare: molti, troppi, i bambini rimasti orfani di madre o uccisi insieme a lei dal loro stesso padre[3].
La violenza assistita ha come caratteristica intrinseca quella di collocarsi sullo ‘sfondo’ di una violenza più grande, i cui protagonisti sono piccole/i testimoni che si trovano nella situazione paradossale di sapere che la loro sopravvivenza dipende dalle cure dei propri genitori e nello stesso tempo sentono forte l’urgenza di proteggere la loro mamma. Riferisce Giacomo in un colloquio con la psicologa: «Non volevo andare a scuola perché avevo paura che quando io non c’ero i miei genitori si uccidessero».

La violenza assistita può essere trattata alla pari di un segreto familiare, in quanto essa agisce come se lo fosse, un segreto condiviso tra tutti i componenti della famiglia e taciuto a chiunque altro viva al di fuori di essa. All’inizio, almeno per i primi anni di vita del/della bambino/a, le dinamiche familiari intrise di violenza appaiono ai suoi occhi come normali in quanto rappresentano una quotidianità.
Alcuni/e bambini/e provano a svelare il segreto in maniera maldestra, rivolgendosi a persone non sufficientemente adeguate o pronte ad accogliere la loro richiesta di aiuto. A casa di Mirko sono arrivati gli amici di mamma e papà, lui corre loro incontro dicendo: «Il papà ha fatto male alla mamma». Nessuno gli risponde e da quel momento Mirko non ne parla più. Altri/e compiono veri e propri gesti nel tentativo di prestare soccorso alle loro mamme: «Enrico fermava tutti i vigili e i carabinieri che incontravamo per strada così gli chiedeva di aiutarci». Infine, possono confidarsi con insegnanti, compagni di scuola, amichetti, ma nel momento in cui le loro parole non verranno accolte, comprese o credute, i/le bambini/e si sentiranno confusi, feriti, impauriti, arrabbiati, etc., potranno divenire ancora più inaccessibili o apparire incomprensibili.
Allo stesso modo la variabile tempo può determinare effetti diversificati: si tratta, in genere, di esperienze continuative che avvengono in specifiche fasi evolutive dello sviluppo dei bambini. Un bambino che all’età di due anni perde la mamma perché uccisa dal marito, avrà una esperienza diversa da quella di un bambino di otto anni che al lutto potrebbe aggiungere anche un senso di colpa per non essere riuscito a proteggerla. Con la crescita i bambini sviluppano un maggior senso di responsabilità.
Altro aspetto da tener presente in questi casi è che, come esistono diverse forme di violenza domestica, esistono anche diverse sfaccettature di violenza assistita (psicologica, fisica, economica, sessuale) con risvolti e conseguenze psicologiche molto diverse.
Per avviare il lavoro terapeutico è necessario partire da un’ovvietà: i bambini e le bambine funzionano in modo diverso dagli adulti, comunicano le loro emozioni soprattutto attraverso il corpo ed il gioco; quest’ultimo rappresenta senza alcun dubbio il canale diretto per conoscere il loro mondo più intimo.

All’inizio, almeno per i primi anni di vita del/ della bambino/a, le dinamiche familiari intrise di violenza appaiono ai suoi occhi come normali in quanto rappresentano una quotidianità

I giochi dei bambini e delle bambine che hanno assistito a violenze in famiglia possono assumere, infatti, in una fase iniziale, un ritmo ripetitivo: Gabriel ha otto anni quando affronta il percorso di terapia, per molte sedute sceglie di fare il gioco delle bolle di sapone e rivela la sua esperienza relazionale: «Ti uccido bolla, muori, ti uccido», poi chiede alla terapeuta di salvare le bolle. Tra i primi giochi scelti da Desirée, dieci anni, ci sono le bambole con le quali mette in scena una sequenza ridondante di situazioni caratterizzate da temi adulti e violenti, come ad esempio dare da bere la birra alle bambole, fare sesso, darsi le botte, andare in ospedale per partorire o per ricevere cure.
Attraverso i loro giochi Gabriel e Desirée ci parlano delle loro diverse esperienze di violenza assistita. Gabriel ha assistito a violenze fisiche molto efferate, lui stesso è stato coinvolto in un grave incidente; Desirée è nata in seguito ad un abuso sessuale ed è cresciuta assistendo a questo tipo di violenze fino al giorno in cui in piena notte la madre è scappata con le tre figlie.

I giochi dei bambini e delle bambine che hanno assistito a violenze in famiglia possono assumere, infatti, in una fase iniziale, un ritmo ripetitivo

I loro giochi si sono sviluppati attraverso comportamenti ripetitivi, fissità e rigidità. Ciò può essere letto come una loro difficoltà, come quella di molti altri bambini che hanno avuto esperienze simili, di comprendere, dare significato e chiudere l’esperienza vissuta. Con il gioco raccontano, narrano e sperimentano, nel qui ed ora della seduta di terapia, i vissuti non espressi e le azioni mancate. Uno dei principali scopi della terapia diventa allora quello di fornire al bambino, attraverso la relazione terapeutica, la possibilità di ripristinare la spontaneità del suo percorso di crescita (bloccato dall’esposizione alla violenza), favorendo una nuova integrazione delle parti di sé.
Nel corso della terapia con Gabriel il gioco delle bolle di sapone procede nella ripetizione, poi si apre allo scambio dei ruoli, che fa emergere la figura del gioco, traducibile in: uccidere-salvare-guarire. Gabriel approda alla possibilità di sperimentare il ruolo del ‘salvatore’ e poi ‘guaritore delle bolle ferite’, infine attraverso un altro gioco può abbandonare il controllo (anche a livello corporeo), lasciarsi cadere sul pavimento, aprirsi all’esperienza di essere lui stesso ‘vittima’ e permettere che la terapeuta si prenda cura di lui, in modo accogliente e non confusivo, risvegliandolo dalla sua ‘morte’.
Desirée con il trascorrere delle sedute di terapia inizia a portare alcuni giocattoli da casa. Si tratta di piccoli bambolotti con i quali prova ad inventare giochi inverosimili, sembra impacciata e goffa nell’esprimere il suo bisogno di giocare e di essere piccola, è quasi imbarazzata da questo nuovo ruolo. Con il tempo ed il sostegno della terapeuta, Desirée è arrivata a giocare seduta sulla piccola sedia e ‘vestire’ gli abiti di una bambina della sua età. È pronta per aprirsi a nuovi racconti: la scuola, le amichette, il fidanzatino, etc.
I temi di vita che abbiamo sviluppato con i/le bambini/e all’interno del loro percorso psicoterapeutico sono stati molteplici, ogni terapia ha presentato aspetti unici e assolutamente individuali come unica è la storia familiare che ciascuno di loro ha vissuto. Tuttavia, alcuni di questi temi si sono imposti come sfondo di tutte le storie di violenza assistita, come a voler tracciare il fil rouge tra tutti/e i/le bambini/bambine vittime di questo tipo di violenza.

Con il gioco raccontano, narrano e sperimentano, nel qui ed ora della seduta di terapia, i vissuti non espressi e le azioni mancate. Uno dei principali scopi della terapia diventa allora quello di fornire al bambino, attraverso la relazione terapeutica, la possibilità di ripristinare la spontaneità del suo percorso di crescita (bloccato dall’esposizione alla violenza), favorendo una nuova integrazione delle parti di sé

Paura/Sicurezza
Benché siano passati quasi dieci anni, Aurora racconta con estrema lucidità i momenti di paura vissuti quando aveva quattro anni e il papà picchiava con regolarità la mamma, anche avvalendosi di attrezzi da giardinaggio, avendo attenzione però di allontanare il fratello, forse proprio perché maschio o perché più grande; invece lei era sempre lì, presente in mezzo a loro e drammaticamente invisibile ai loro occhi, malgrado provasse ad urlare, a far qualcosa perché il padre smettesse.
Ricorda i minimi dettagli di quando la mamma è fuggita da casa con lei e suo fratello in braccio e ha comprato loro una pizza da mangiare in macchina, «per farci stare meno male». Ricorda la paura provata quando il padre cercava di abbattere la porta della casa dove avevano trovato rifugio. Questa paura è entrata così radicalmente dentro il corpo di Aurora che non potrà certo passare solo con il trascorrere del tempo, né potranno esserle di aiuto le rassicurazioni sul fatto che ora non ha più nulla da temere.
La paura ha accompagnato anche la crescita di Desirée; ad anticiparlo è proprio la madre che nel corso dell’anamnesi riferisce: «Dai tre ai cinque anni ha sofferto di attacchi di panico, li abbiamo curati con fiori di Bach. Si metteva sotto le coperte per la paura e tremava per ore».
È la stessa Desirée che nel corso della terapia, attraverso le storie, ci aiuta a comprendere la sua esperienza di vita: «…nella casetta vive una famiglia che si trova ad affrontare l’arrivo di uragani e terremoti… la famiglia però si può preparare perché la bambina li preannuncia». La sequenza del gioco diviene: «annunciare, far tremare, smontare i pezzi della casa, far scappare la famiglia e finire esclamando: Che bello!». Desirée ci dice che la violenza arriva all’improvviso, travolge, distrugge e l’unico modo per sopravvivere è scappare. Assumere un ruolo da protagonista nel gioco è una sorta di rivalsa per tutto ciò che ha subito, le consente di portare fuori il terrore e l’angoscia, di riappropriarsi di un potere come non è accaduto nella realtà.
La paura, che forse rimarrà per sempre nei vissuti di queste bambine, potrà in parte essere modulata sostenendo la crescita della sicurezza: questo potrà essere possibile all’interno di una relazione terapeutica dove la bambina sarà ‘vista’ e ascoltata, dove le sue paure, imprigionate dentro la memoria corporea, saranno comprese e ‘prese sul serio’, dove i suoi bisogni, espressi anche attraverso i sintomi, saranno riconosciuti, accolti, accettati e sostenuti come espressione della sua capacità stessa, tutta personale e quindi unica, di adattarsi ad una situazione difficile.
I/Le bambini/e hanno assistito a violenza non possono aver sperimentato pienamente le sensazioni di protezione e sicurezza, per tale ragione riteniamo fondamentale che l’incontro terapeutico offra loro la possibilità di ri-sperimentarle nel qui ed ora della seduta, nella relazione con il/la terapeuta. Solo ‘nutriti/e’ da questi vissuti potranno aprirsi verso nuove possibilità di sé e al mondo.

La paura, che forse rimarrà per sempre nei vissuti di queste bambine, potrà in parte essere modulata sostenendo la crescita della sicurezza

I/Le bambini/e che hanno assistito a violenza non possono aver sperimentato pienamente le sensazioni di protezione e sicurezza

Modalità confluente/Contatto pieno
Alessia, sin dalla prima seduta, si relaziona con la terapeuta come se fossero amiche da sempre, ricercando la vicinanza fisica ed esprimendo una modalità di contatto corporeo che la terapeuta sente troppo veloce ed intima per una terapia ancora in fase di avvio. Anche nel colloquio riferisce di ‘grandi’ regali fatti ad amici, peraltro appena conosciuti. La terapeuta ha la sensazione di ‘troppo’: troppa vicinanza fisica, troppe parole, troppi regali, troppa velocità nei passaggi della seduta, troppo da fare. Alessia porta nella relazione con la terapeuta la confusione dei confini corporei ascrivibile ad uno stile di contatto confluente.
La novità che Alessia potrà sperimentare in terapia sarà quella di sentirsi accolta e sentire il calore che la terapeuta le trasmette senza la necessità di ‘fare troppo’, scoprire pian piano il piacere di incontrare la terapeuta in piccole e piacevoli esperienze di gioco, gioco che lentamente diventerà sempre più adeguato alla sua età e al contesto.
Potere/Amore
Ciò che ci appare estremamente peculiare in queste situazioni sono i temi dell’amore e del potere.
Mentre nel triangolo violento i genitori occupano due posizioni di potere differente, il bambino si troverà a decidere come collocarsi nel campo: potrà porsi accanto al genitore maltrattato per difenderlo, eventualmente anche attaccando il genitore maltrattante, o allearsi con il genitore più forte infierendo sul genitore più debole, o scegliere un’altra modalità che gli consenta di adattarsi creativamente alle relazioni del campo. Ma il bambino che vive tra relazioni di violenza viene ingannato non solo sul tema del potere ma anche su quello dell’amore. Il tema dell’amore nelle situazioni di violenza è molto complesso. In questa sede vogliamo accennare a una delle dicotomie più comuni con cui questi/e bambini/e si devono confrontare, quella del “ti amo-ti picchio”.

Il bambino che vive tra relazioni di violenza viene ingannato non solo sul tema del potere ma anche su quello dell’amore

Tra i possibili “apprendimenti sbagliati” si potranno rilevare: “picchiare come modo per dimostrare il proprio amore”, “essere picchiate come possibilità dell’essere amate” e ancora “picchiare è normale, lo fanno tutti”.
Di questo parla Gabriel quando nel corso di una seduta, orientato dalla terapeuta verso l’esplorazione della sua consapevolezza, dice: «Io sono amaro perché uccido le bolle. Quelle che uccido mi dicono “Ti amiamo Gabriel”, quelle che salvo dicono “Ti odiamo Gabriel”».
L’esperienza della violenza familiare ha messo Gabriel in un difficile campo relazionale: per non soccombere si è ‘schierato’ a fianco del padre, assumendone il ruolo up e squalificando la figura materna. Così si relaziona con la terapeuta all’inizio delle sedute, mettendo in atto comportamenti di sfida e giochi di potere, senza possibilità di un reciproco riconoscimento (Io-Tu).
Anche nel caso di Luca l’identificazione col genitore violento l’ha portato ad assumere atteggiamenti di provocazione; la modalità relazionale che conosce meglio è quella di far provare paura agli altri e questa modalità l’ha portato a definirsi lui stesso pericoloso, violento.
Nel corso della terapia è stato importante, attraverso il gioco − disegni e i giochi di ruolo −, fargli sperimentare nuove modalità di espressione della rabbia, rese possibili dal fatto che la terapeuta non si spaventava di lui, ma riusciva a contenere la sua energia rimandandogliela in una modalità non più distruttiva.
Con i bambini travolti da esperienze più grandi di loro, come l’aver assistito a violenze tra i propri genitori, diviene importante accompagnarli a sperimentare che l’ambiente, in questo caso rappresentato dal/dalla terapeuta, è in grado di contenerli, un ambiente in cui non si perde la pazienza, non si agisce violenza, non si scompare né si implode. Tutto ciò costituisce per i bambini un nuovo ground di sicurezza e li accompagna, infine, alla novità di sentirsi amati e stimati in maniera autentica.

Tra i possibili “apprendimenti sbagliati” si potranno rilevare: “picchiare come modo per dimostrare il proprio amore”, “essere picchiate come possibilità dell’essere amate” e ancora “picchiare è normale, lo fanno tutti”

Segreto/Rivelazione
In alcuni casi diventa liberatorio per i bambini poter “finalmente” raccontare i fatti per come realmente sono. Nel dire alla terapeuta che «il papà fa male alla mamma» recuperano la loro spontaneità (normalmente bloccata nel segreto) e i loro comportamenti, spesso letti troppo velocemente dagli altri in modo disfunzionale, acquistano un nuovo significato. È il caso, per esempio, dei tanti bambini che non vogliono andare a scuola perché sentono l’esigenza di dover controllare cosa accade in casa.
In altri casi invece i bambini non ci hanno rivelato la loro storia attraverso racconti espliciti ma solo attraverso le scene di gioco, in cui la tematica è emersa spesso come ‘figura’. Se da un certo punto di vista possiamo dire che la violenza è rimasta indicibile è altrettanto importante ricordare che la comunicazione verbale è solo una delle modalità di esprimere vissuti e non è certo quella preferita dai bambini, soprattutto da quelli più piccoli.
Gli esempi che abbiamo illustrato nel corso dell’articolo sono solo alcuni di quelli che abbiamo raccolto nel corso delle sedute. Alla luce di tutto questo possiamo affermare che le tematiche portate da questi bambini sono singolari/tipiche, non ritrovabili in bambini e bambine che non hanno vissuto questo tipo di esperienza.
La specificità del trauma delle vittime di violenza assistita ci appare ben esemplificata dalle parole di Perls quando scrive: «probabilmente non si verifica mai un singolo momento traumatico ma piuttosto una serie traumatica di momenti più o meno simili frustranti e pericolosi, durante i quali la tensione e il sentimento e l’esplosività pericolosa della risposta gradualmente si intensificano e, l’inibizione di queste ultime si rafforza, finché il sentimento e la risposta vengono cancellati»[4].
Come terapeute della Gestalt Therapy possiamo leggere questo tipo di trauma come una emozione senza pre-contatto, dove sono mancate le figure genitoriali per aiutare il/la bambino/a ad elaborare l’esperienza traumatica.
Ciò che diviene fondamentale nel percorso di psicoterapia con chi ha subito un trauma, non è tanto la rievocazione della scena traumatica, in quanto questo non “libera” di per sé l’organismo, ma il recuperare il desiderio rimasto libero e fornire all’organismo il sostegno specifico affinché possa soddisfare il suo bisogno e compiere il “gesto mancato” riprendendo così il normale percorso di crescita.
Rivolgiamo un augurio a tutti i bambini e le bambine che abbiamo seguito, e che tuttora stiamo seguendo, con alle spalle esperienze tristemente simili, perché nella loro vita futura possano riparare la ferita relazionale recuperando la fiducia necessaria per incontrare l’ambiente, vivere nuovi contatti nutrienti in cui poter esprimere i propri bisogni e desideri, affrontando la diversità con il “sano” conflitto come purtroppo non è accaduto nelle relazioni del loro triangolo primario.

***

[1] «Per violenza assistita intrafamiliare si intende l’esperire da parte del bambino/a qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulte e minori. Il bambino può fare esperienza direttamente quando essa avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore è a conoscenza della violenza), e/o percependone gli effetti. Si include l’assistere a violenze di minori su altri minori e/o su altri membri della famiglia e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni di animali domestici», CISMAI (1999).
[2] La Ricerca Istat anno 2014 La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia mostra in maniera molto preoccupante l’aumento di violenze domestiche a cui i figli sono esposti: la quota è salita al 65,2% rispetto al 60,3% del 2006. In particolare hanno assistito alla violenza raramente nel 16,2% dei casi di violenza, a volte nel 26,7%, spesso nel 22,2%, in crescita rispetto al 2006 (rispettivamente 16,3%, 20,5% e 21,4%). Nel 25% dei casi, inoltre, i figli sono stati coinvolti nella violenza, (15,9% nel 2006), in particolare il 10,8% ne è stato vittima raramente (6,7% nel 2006), l’8,3% qualche volta (5% nel 2006) e il 4,5% spesso (4,2% nel 2006).
[3] Sono millecinquecento gli orfani di femminicidio dal 2000 al 2013, secondo la stima del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli all’interno del progetto europeo Switch-off (Who, where, what. Supporting children orphans from feminicide in Europe). Sito www.switch-off.eu.
[4] F. Perls, R.F. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1951), Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento nella personalità umana, Astrolabio, Roma, 104.

Sara Pretalli

psicologa clinica, psicoterapeuta formatasi presso l’Istituto di Gestalt-Therapy H.C.C Kairòs di Venezia. Ha conseguito un Master biennale in “Fenomenologia delle relazioni intime e della violenza modelli di intervento sui legami di coppia e genitoriali” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Attualmente vicepresidente della cooperativa Iside, dove da diversi anni è impegnata nella progettazione e realizzazione di azioni di contrasto alla violenza di genere e nell’educazione alle pari opportunità.
Svolge attività terapeutica in modalità libero-professionale nell’ambito dell’età evolutiva e adulta presso il proprio studio privato con sede a Padova e Mestre-Venezia.

Giuseppina Adamo

psicologa, psicoterapeuta della Gestalt. Lavora come dirigente psicologa presso il Servizio Età Evolutiva del Distretto Sanitario dell’AULSS 3 Serenissima, sede di Stra (VE). E’ didatta presso l’Istituto di Gestalt-Therapy H.C.C. Kairòs, sede di Venezia-Mestre.

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