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Stefania Antoci intervista Carmen Di Bella

Rivista GTK n. 08

Stefania Antoci

Ho avuto il piacere di conoscere Carmen Di Bella durante il percorso della mia formazione per Didatti ed è stato un incontro davvero eccezionale: un completamento per lo psicoterapeuta della Gestalt è poter ‘giungere al corpo’ e attraverso l’esperienza del corpo ciò diventa possibile. Infatti secondo la prospettiva della Gestalt, che integra olisticamente il corpo con la mente, l’Organismo umano è una totalità dinamica in relazione[1]: ‹‹il corpo è il luogo in cui è scritta tutta la nostra storia, in ogni sua piega è conservata la memoria di ogni esperienza vissuta. A partire da quello che evoca il nostro ombelico, che ci ricorda che non ci siamo fatti da soli, ma che siamo dentro una storia, ci rendiamo conto che il corpo “racconta” le nostre esperienze[2]››. È per me entusiasmante intervistare Carmen Di Bella, di cui apprezzo proprio la possibilità di restituire al corpo la bellezza e l’autenticità che gli appartengono. Partirei con il chiedere come nasce il lavoro che da anni porta avanti con passione e dedizione.

Carmen Di Bella

Desidero fare una piccola premessa. Dopo qualche anno di lavoro con la DanzaMovimento Terapia nei gruppi, ho avuto la fortuna di ‘contattare’ la Gestalt Therapy prima come paziente, poi come allieva, seguendone il corso di formazione. Questo incontro è stato il kairòs per

eccellenza della mia vita, personale e professionale. Sentivo che la mia formazione di danzaterapeuta aveva delle lacune, la sentivo mancante dal punto di vista metodologico ed epistemologico. L’incontro con la GT e i suoi maestri è stato determinante ed ho sentito di essere approdata nel luogo nutritivo per eccellenza, nel quale poter trovare la completezza che cercavo. Ritornando alla tua domanda, nel mio lavoro il protagonista è il linguaggio del corpo, che è il linguaggio dell’anima, il linguaggio delle emozioni. Più di qualsiasi parola ‘parla’ delle nostre emozioni un gesto, uno sguardo, un fremito, un rossore. Mi piace presentare il mio modello di lavoro cominciando dalla ‘visione del setting’. Il setting ‘corporeo’ richiede una costruzione rigorosa (ed in questo mi è stata maestra, più di chiunque altro, Laura Sheleen, psicoterapeuta, danzaterapeuta junghiana, ma molto influenzata dalla teoria e psicoterapia gestaltica perché ha vissuto nello stesso appartamento con Perls e la moglie negli anni ’50, a New York, appartamento che per decenni fu luogo di studio e di ricerca con i grandi psicoterapeuti dell’epoca.

Stefania Antoci

Dai seminari quello che mi ha colpito è il rigore nella strutturazione del setting. Ci sono dei criteri a cui occorre attenersi per svolgere al meglio l’attività di gruppo?

Il protagonista è il linguaggio del corpo, che è il linguaggio dell’anima, il linguaggio delle emozioni. Più di qualsiasi parola ‘parla’ delle nostre emozioni un gesto, uno sguardo, un fremito, un rossore

Carmen Di Bella

Esatto. Mi attengo sempre a criteri specifici qualunque sia lo spazio a disposizione e la tipologia di utenti dei miei stage. Il primo criterio riguarda la disposizione spaziale del gruppo, in particolare lo spazio deve essere delimitato da confini precisi: invito il gruppo a formare un cerchio, il più possibile regolare, il cerchio come simbolo di ‘appartenenza’, uguaglianza e sacralità. Nella costruzione del cerchio è importante mantenere una doppia equidistanza, una rispetto ai componenti del gruppo, l’altra rispetto alla distanza con il centro del cerchio (punto totemico). In seguito cerco di individuare la direzione del nord, che sarà occupato dal conduttore del gruppo, che resta il punto di riferimento e la guida, quella del sud, di fronte al conduttore, che sarà occupato dal tutor o dal collaboratore.

Invito il gruppo a formare un cerchio, il più possibile regolare, il cerchio come simbolo di ‘appartenenza’, uguaglianza e sacralità. Nella costruzione del cerchio è importante mantenere una doppia equidistanza, una rispetto ai componenti del gruppo, l’altra rispetto alla distanza con il centro del cerchio (punto totemico)

Il secondo criterio riguarda i ‘rituali’ di apertura e chiusura della sezione di lavoro. I rituali di apertura corrispondono al Pre-contatto (che all’inizio del mio percorso di formatrice chiamavo ‘riscaldamento psico/fisico’) e sono rappresentati da gesti semplici, lenti, graduali, ripetuti e carichi di simbologia (terra, cielo, sole, respiro), che conferiscono alla fase iniziale dell’incontro un’importanza quasi sacrale. I rituali di apertura hanno un duplice scopo: il primo è quello di allontanare mentalmente e fisicamente i partecipanti dalle sollecitudini della vita quotidiana e dai pensieri disturbanti, favorendo il rilassamento mentale, muscolare e la consapevolezza respiratoria. La consapevolezza respiratoria, in particolar modo, agevolata da lavori con il suono della voce e il respiro profondo, favorisce l’apertura del canale corporeo più emozionale. Le varie parti del corpo (capo, spalle, busto, bacino, braccia, gambe) saranno contemporaneamente sensibilizzate con crescente energia. Il secondo scopo è quello di ‘fondare’ le tracce dell’appartenenza al gruppo. Questa iniziale gestualità, ripetuta ad ogni incontro, oltre che rassicurante e contenitiva, diventa un momento di riconoscimento personale e collettivo. Ho imparato, in anni di lavoro corporeo, a non sottrarre mai questo momento iniziale, soprattutto lavorando con soggetti portatori di sofferenze psicologiche come attacchi di panico, FOC, disturbi borderline e disturbi d’ansia anche lievi.

La consapevolezza respiratoria, in particolar modo, agevolata da lavori con il suono della voce e il respiro profondo, favorisce l’apertura del canale corporeo più emozionale

Altrettanta importanza hanno i rituali di chiusura ed i momenti di verbalizzazione e di saluto (goodbye) che ci permettono di prepararci a lasciare il gruppo e a tornare alla vita esterna. Il saluto di separazione ci permette di ri-conoscere l’altro e l’importanza che ha avuto per noi durante l’esperienza appena conclusa ed accettarne la separazione. È importante poter e saper chiudere la gestalt, solo così sapremo che l’esperienza è stata sana, nutritiva, e questo ci permetterà di aprirci a nuove esperienze.

Stefania Antoci

In questa tua esaustiva risposta colgo, tra gli altri, un concetto fondamentale per la Gestalt Therapy e cioè il respiro. Come ricorda Giovanni Salonia, la respirazione rappresenta il cuore della corporeità, e come sottolinea Goodman «bisogna partire dal respiro», definito come «la strada che ci permette di compiere quel lungo viaggio che ci conduce al punto da noi più lontano e più vicino: il nostro corpo e la nostra storia. Il respiro è quel flusso sotterraneo di consapevolezza che in ogni momento ci tiene aggiornati su noi stessi e sul nostro coinvolgimento con l’esistenza e con il mondo[3]». Quanto nella tua attività è importante e come lo custodisci e lo salvaguardi nel rapporto con il paziente?

Carmen Di Bella

Direi fondamentale. Seguo costantemente il respiro dei ‘danzatori/pazienti’ e lo considero un importante parametro di lettura. Il primo autore in cui ho riscontrato l’attenzione al respiro è Reich. Come un precursore di quello che, in maniera del tutto innovativa, faranno i terapeuti della Gestalt, Reich si dedica allo studio ed alla rieducazione della respirazione. Egli si accorge che nei momenti di maggior tensione il paziente manifesta attacchi di ansia dovuti ad un blocco respiratorio nella fase inspiratoria. La psicoterapia della Gestalt, vicina alla scoperta reichiana, sottolinea l’importanza che il terapeuta deve prestare al processo respiratorio del paziente, per utilizzare ciò che emerge ai fini diagnostici e terapeutici[4].

Uno dei primi obiettivi del terapeuta gestaltista sarà quello di fare acquisire al paziente consapevolezza del blocco respiratorio ed accompagnarlo nella fluidità del respiro, fase in cui grande importanza sarà data alla fase espiratoria.

È importante poter e saper chiudere la gestalt, solo così sapremo che l’esperienza è stata sana, nutritiva, e questo ci permetterà di aprirci a nuove esperienze

Una intuizione geniale, a parer mio, dei gestaltisti pionieri è stata quella di non formulare una ‘visione topografica’ delle emozioni, come aveva fatto Reich, ma capire che ogni emozione può emergere in qualsiasi parte del corpo, differentemente da un individuo all’altro. Cosicché una emozione come la rabbia può esprimersi in qualsiasi parte del corpo[5]. Nell’esperienza di DMT l’individuo danza la sua rabbia, il suo lutto o la sua gioia con modalità, tensione, fluidità corporea che lo diversificano dagli altri. Il danzaterapeuta deve saper cogliere questa differenza, questa modalità soggettiva di esprimersi: solo così potrà coglierne il vissuto, l’esperienza bloccata ed il messaggio sotteso.

Sperimentare con i gesti danzati e le posture le proprie sensazioni ed emozioni permette al paziente di poter rendere visibile anche ciò che le anima[6]. Coadiuvato dal terapeuta, il paziente può rendersi consapevole di quei messaggi corporei che possono segnalargli una ‘interruzione nel rapporto con l’ambiente’: deve poter toccare, osservare, ascoltare, annusare per sperimentare e capire cosa interrompe il suo contatto pieno con il mondo circostante.

Il modello gestaltico si avvale di tecniche in cui parola, gesto, movimento e respiro favoriscono la spontaneità e la creatività spesso frustrate nel paziente. Non potevo che cogliere appieno, nel mio lavoro di DMTerapeuta, questa visione gestaltica.

Stefania Antoci

Quando spieghi agli allievi il tuo modo di lavorare ricordo che utilizzi alcune parole chiave che tu stessa definisci delle vere e proprie metafore di vita. La prima è l’analisi del movimento. In che cosa consiste?

Nell’esperienza di DMT l’individuo danza la sua rabbia, il suo lutto o la sua gioia con modalità, tensione, fluidità corporea che lo diversificano dagli altri. Il danzaterapeuta deve saper cogliere questa differenza, questa modalità soggettiva di esprimersi: solo così potrà coglierne il vissuto, l’esperienza bloccata ed il messaggio sotteso

Carmen Di Bella

Laban, grande coreografo e ballerino ungherese, è il più autorevole studioso di lettura e interpretazione di un ‘corpo in movimento’ secondo dei parametri evidenti ed oggettivi. Il suo metodo applicativo è chiamato Labanalisi. Nell’ultimo ventennio mi sono dedicata allo studio e all’applicazione di questo meraviglioso e complesso concetto, trasponendolo nel setting terapeutico, con i miei allievi o con i pazienti, integrandolo e sovrapponendolo, dove ho potuto, ai concetti gestaltici. L’assunto di base dell’analisi di movimento di Laban è che ogni gesto ha bisogno, per essere espresso, di una energia ‘meccanica’ che viene, a sua volta, messa in moto da una forza interna, una energia ‘emotiva’ (vedi il riferimento gestaltico a sensazione, orientamento, direzionalità etc.). Questa forza interna viene proiettata nello ‘spazio’, con un certo ‘peso’, con un certo ‘ritmo’ e una certa ‘fluidità’. Un esperto danzaterapeuta potrà, così, conoscere e comprendere aspetti della personalità del paziente, la sua ‘attitudine verso il mondo’. Questo canale prioritario di conoscenza avvantaggerà il percorso terapeutico. Possiamo riportare le sue intuizioni alla gestualità della vita quotidiana e traducendo questo in Gestalt Therapy ci indica il movimento energetico che c’è in ciascuno prima di qualunque azione, quando intercettiamo l’istante in cui sentiamo un desiderio, un bisogno, un impulso o decisione che ci orienta e spinge verso. Ogni azione va letta sulla base di alcuni parametri, che in Labanalisi si definiscono EFFORT:

Il TEMPO/RITMO (quando): quanto tempo ci metto per compiere l’azione? ci dice molto sull’aspetto intuitivo della persona nel senso del kairòs, sulla capacità di cogliere il ritmo ed il momento adeguati per quell’azione;
Lo SPAZIO (dove): in quale direzione va la nostra azione? Quanto spazio occupiamo per svolgerla? Svela l’idea dell’approccio verso la vita, la modalità relazionale, l’affettività;

Ogni gesto ha bisogno, per essere espresso, di una energia ‘meccanica’ che viene, a sua volta, messa in moto da una forza interna, una energia ‘emotiva’ (vedi il riferimento gestaltico a sensazione, orientamento, direzionalità etc.). Questa forza interna viene proiettata nello ‘spazio’, con un certo ‘peso’, con un certo ‘ritmo’ e una certa ‘fluidità’

Il PESO (quanto): quanta tensione muscolare il mio corpo attiva per fare questo movimento? ci dice molto dell’aspetto ‘fisico’ della persona. Più armonico ed elastico sono, più riesco a dosare la mia tensione muscolare;
Il FLUSSO (come): con quale fluidità svolgo questa azione? Se l’energia, il respiro, il gesto, l’intenzionalità sono fluidi o interrotti. Ci mette in contatto con la reazione emozionale della persona.
In questo modo, attraverso l’analisi del movimento avremo molte notizie sull’individuo, lontana da qualsiasi connotazione critica, positiva o negativa, per conoscere il suo stile, la sua ‘qualità’, il suo modo di muoversi, che è sintesi di tutte le sue esperienze di vita.

Stefania Antoci

Un altro tema importante è il grounding. Puoi spiegarci di cosa si tratta e cosa ci dice della persona?

Attraverso l’analisi del movimento avremo molte notizie sull’individuo, lontana da qualsiasi connotazione critica, positiva o negativa, per conoscere il suo stile, la sua ‘qualità’, il suo modo di muoversi, che è sintesi di tutte le sue esperienze di vita

Carmen Di Bella

Il grounding ha una duplice valenza, una strettamente fisica, l’altra simbolica, metaforica. È il nostro modo di ancorarci al terreno e sostenerci in posizione eretta, è come comunichiamo ma è anche il modo in cui ci ‘sosteniamo’ psicologicamente ed emotivamente nell’attraversamento della vita, dei progetti di vita, delle difficoltà che incontriamo. In questo ci fa da supporto lo sguardo, una sorta di grounding proiettato nello spazio, che ci àncora all’obiettivo da raggiungere e costituisce un sostegno ambientale in più per il progetto verso il futuro, per la nostra intenzionalità. Guardare in avanti, verso la meta e verso l’altro invece che guardare per terra, diventa un sostegno ed un orientamento. Il sostegno che cerchiamo nell’altro e nell’ambiente accresce e stabilizza il grounding originale, ossia quel radicamento familiare che nel corso della vita possiamo nutrire, modulare, renderlo più stabile se occorre, o più flessibile se troppo rigido.

Stefania Antoci

Un altro concetto chiave è la kinesfera. Puoi spiegare il significato di questa parola chiave nel tuo lavoro?

Carmen Di Bella

Con il concetto di kinesfera in DMT si intende lo spazio pericorporeo, la cui ampiezza va dallo spazio vicinissimo, quasi ad un soffio dalla pelle, al massimo permesso dall’estensione estrema degli arti verso fuori. Dal punto di vista psicologico la kinesfera rappresenta lo «spazio vitale» di cui parla Lewin, personale, intimo, che appartiene esclusivamente a se stessi, che delimita e definisce i confini tra il ‘me’ e il ‘non me’. Nella ‘danza delle kinesfere’, esercizio che propongo spesso, il danzatore, con le braccia morbidamente aperte, gira su se stesso, alternando la direzione destra e sinistra (per evitare i capogiri) e contemporaneamente dovrà ‘vedere e sapere intuire’ dove sono gli altri danzatori, quale spazio stanno occupando, se vicini o lontani e tutti, responsabilmente, dovranno evitare di ‘invadere’ la kinesfera altrui. Nella danza delle kinesfere molta importanza viene data all’osservazione del grounding in movimento di ciascun individuo. La modalità in cui l’individuo poggia i piedi sul pavimento ci dice molto sulla sua stabilità o la sua insicurezza, la forza o la debolezza. L’osservazione darà al terapeuta delle informazioni importanti sul soggetto rispetto al suo ‘radicamento’, alla fiducia o meno verso l’ambiente, alla sua capacità di autosostegno, al suo ‘attraversare’ il mondo etc.

Il sostegno che cerchiamo nell’altro e nell’ambiente accresce e stabilizza il grounding originale, ossia quel radicamento familiare che nel corso della vita possiamo nutrire, modulare, renderlo più stabile se occorre, o più flessibile se troppo rigido

Stefania Antoci

Nell’attenta descrizione che ci hai regalato emerge lo sfondo teorico ed ermeneutico della Gestalt Therapy, che sembra sposarsi in modo sintonico con la DM terapia. Ci racconti come è avvenuto questo incontro?

Carmen Di Bella

Grazie Stefania, mi dai l’opportunità di approfondire il perché e il come sono arrivata all’integrazione con la Gestalt. La prospettiva unificante dell’essere umano, presentata come ‘arte di vivere’, la sua visione olistica della persona come organismo in relazione con l’ambiente, il valore dell’esperienza nel ‘qui e ora’ della relazione fanno della Gestalt, a mio avviso, il ‘partner’ ideale della DMT, l’approccio più efficace ed autentico per garantire quell’esperienza globale che vede il corpo ‘parlare’ e la parola ‘incarnarsi’. Nel mio personale incontro con la GT, trovavo in totale sinergia con la mia esperienza il concetto, esposto dai terapeuti gestaltisti, della ‘relazione’ come di una danza, in cui le persone coinvolte sono equamente responsabili. Termini e concetti, inoltre, come consapevolezza, contatto, armonia, adattamento creativo, relazione, polarità, funzione senso-motoria, respirazione, esperimento, tempo, ritmo, campo, li sentivo così simili a quelli della danza da considerare come insostituibile, per il mio lavoro di danzaterapeuta, questo approccio terapeutico. Questi concetti comuni mi hanno spinta a concretizzare un nuovo modo di fare DMT e costruire il metodo integrato di Gestalt Therapy/DMT che porto nei miei seminari di formazione ed esperienziali.

Stefania Antoci

Qual è il concetto gestaltico che secondo te esprime meglio la DanzaMovimento Terapia?

Carmen Di Bella

Certamente il contatto e il suo ciclo. La danza è per eccellenza ‘contatto’, contatto fisico ed emozionale, dove tutto ciò che proviene dal corpo e va al corpo, la musica, la scenografia, i compagni che danzano, gli occhi che si guardano, i corpi che si sfiorano, le emozioni che tutto questo provoca nell’individuo e nel gruppo, si sviluppa in modo sintonico seguendo le fasi del ciclo di contatto. E il percorso che propongo nei miei laboratori segue linearmente il Ciclo del Contatto Gestaltico. Come accennavo all’inizio, il momento iniziale rappresenta il Pre-contatto, quella fase in cui ogni individuo, sebbene già inserito nel ‘campo’ del gruppo, avrà dei momenti tutti suoi, quasi di estraneazione rispetto agli altri, per entrare nell’esperienza gruppale vera e propria attraverso dei passaggi che lo preparano dolcemente all’esperienza sempre più intima con l’altro, rappresentati dal ‘rituale d’apertura’, dalla danza delle kinesfere e dall’elaborazione spazio-temporale.

Durante la fase centrale, quella del Contatto, si dispiega la relazione vera e propria, si realizza cioè l’incontro vero e proprio con l’altro, fatto di contatto non più casuale, ma volontario, in cui i corpi possono sfiorarsi, gli occhi si ‘agganciano’ e comunicano. I lavori vengono proposti a coppie, poi si evolvono in triadi, infine in piccoli gruppi, talvolta si arriva a coinvolgere il gruppo intero. Questa è la fase in cui viene elaborata, più che nelle altre, l’immagine corporea. Altri temi da elaborare in questa fase sono: la ‘dinamica degli opposti’ (così chiamo, nei miei laboratori, le polarità), gli ‘attraversamenti spaziali’, su diversi piani, sagittali e verticali, la ‘canalizzazione dell’aggressività’, nella cui elaborazione propongo esercizi di grande tensione muscolare. Utilizzo ‘rituali guerrieri’, con gesti e suoni che esprimono fermezza, assertività ma, al contempo, accettazione delle regole e rispetto per gli altri.

La prospettiva unificante dell’essere umano, presentata come ‘arte di vivere’, la sua visione olistica della persona come organismo in relazione con l’ambiente, il valore dell’esperienza nel ‘qui e ora’ della relazione fanno della Gestalt, a mio avviso, il ‘partner’ ideale della DMT, l’approccio più efficace ed autentico per garantire quell’esperienza globale che vede il corpo ‘parlare’ e la parola ‘incarnarsi’

Finalmente si giunge al Contatto Pieno, fase clou dell’esperienza, la parte più emblematica, creativa, di notevole valore fenomenologico e simbolico. È la fase dell’improvvisazione in cui nulla è preparato o strutturato ma i danzatori saranno liberi di interpretare come desiderano la ‘consegna’ del Tema Emozionale (prima di conoscere la GT chiamavo questa fase ‘improvvisazione su tema’) in programma per quella seduta. Mi piace chiamarla la fase della ‘danza del sé’. Infatti nell’improvvisazione tutte le funzioni del Sé sono attivate, la funzione-Es nei suoi aspetti biologici e corporei, la funzione-Io con la capacità di scelta di movimento, di immagini, di ricordi, ed infine la funzione-Personalità, che sintetizza tutte le esperienze e gli apprendimenti conquistati dalla persona: tutte le funzioni saranno integrate per creare la ‘sua danza’. È il momento in cui l’immaginario può emergere, favorito, anzi indotto, dalla musica che è accuratamente scelta dal terapeuta a seconda del tema di quello specifico incontro. È, spesso, anche il momento dell’intimità con l’altro. Il tema dell’improvvisazione è strettamente legato alle elaborazioni psicomotorie delle fasi precedenti, così che l’individuo possa esplorare ed ‘osare’, nel qui ed ora della danza, oltre la guida e le indicazioni che il conduttore gli ha offerto nelle fasi pregresse: è come affrontare il mondo da soli, dopo essere stati sostenuti, guidati, consigliati. Questa fase è vissuta dal gruppo non solo come momento creativo ed espressivo, ma, anche, fortemente liberatorio.

Ultima tappa della sessione di lavoro è il post-Contatto, la fase dell’assimilazione, nella quale il gruppo si rimette in cerchio per ricreare la ‘sacralità’ dei momenti più corali e solenni, con la ‘verbalizzazione’ e il ‘rituale’ di conclusione. Viene favorito, così, il completamento di tutta l’esperienza, la sua ‘chiusura’ in termini gestaltici e in alcuni passaggi si realizza un’esperienza cognitiva, che va ad aggiungersi, per integrarla, all’esperienza emozionale vissuta nei lavori precedenti.

Stefania Antoci

Il nostro viaggio dentro il tuo affascinante modello di lavoro è giunto al termine: grazie Carmen per il prezioso contributo che ci hai dato, per aver partecipato all’intervista con cura e passione, integrando in una danza armonica la grande esperienza professionale e lo sfondo teorico.

Mi piace chiamarla la fase della ‘danza del sé’. Infatti nell’improvvisazione tutte le funzioni del Sé sono attivate, la funzione-Es nei suoi aspetti biologici e corporei, la funzione- Io con la capacità di scelta di movimento, di immagini, di ricordi, ed infine la funzione-Personalità, che sintetizza tutte le esperienze e gli apprendimenti conquistati dalla persona: tutte le funzioni saranno integrate per creare la ‘sua danza’

Commento a cura di Carmen Ventura

Ripercorrendo la descrizione dell’affascinante lavoro di Carmen Di Bella, trovo molto interessante questo intreccio armonico tra la Danza Movimento Terapia ed il modello gestaltico del quale sembra cogliere i punti emblematici, soprattutto quelli inerenti al lavoro sul corpo che la Gestalt Therapy, negli ultimi anni, ha approfondito e perfezionato, elaborando un modello di intervento psicoterapeutico raffinato ed efficace.

Questo connubio tra la danza e la psicoterapia offre la possibilità di contattare il corpo nella sua spontaneità oltre che nella sua funzionalità: il ritmo ed il movimento favoriscono il libero fluire dell’energia, coadiuvato dalla respirazione, agevolando la sintonizzazione con il proprio sentire, che, nell’ottica gestaltica, è fonte sorgiva di consapevolezze.

Come si legge dall’intervista, la GT considera il corpo come il luogo dell’identità, dov’è scritta la storia di ciascuno in ogni suo segmento, dov’è depositata la verità più profonda del nostro essere, traghettando così da una visione del corpo pensato come ‘un oggetto che si possiede’ alla dimensione del ‘corpo vissuto ed abitato pienamente’. 

La GT, in linea con i cambiamenti culturali in atto, ha sviluppato un approccio alla ‘persona’ rispettoso della totalità che la contraddistingue, in cui mente e corpo dialogano in maniera continua, ricomponendo così lo split mente/corpo ormai obsoleto, per inscriversi in un contesto socio-culturale che guarda ai bisogni del paziente ormai mutati. Consapevole del fatto che l’uomo non è semplicemente un essere-nel-mondo, ma anche un essere-con-gli-altri, vira verso panorami relazionali e guarda all’Organismo Umano in continua interazione con il suo Ambiente elaborando la teoria del contatto che, insieme alla teoria del Sé, costituiscono l’anima pulsante del modello.

L’incontro con l’Altro, che si estrinseca nel contatto, favorisce la possibilità di una crescita sana e nutriente, contrassegnata non solo dai cambiamenti propri del corpo, ma soprattutto dai vissuti relazionali che avvengono tra i corpi e che cambiano nelle varie fasi dello sviluppo; di contro il mancato o disfunzionale contatto non contribuisce ad uno sviluppo sano ed equilibrato.

La rilettura della teoria evolutiva[7], che Salonia ha brillantemente coniugato con la dimensione Intercorporea[8], evidenzia l’importanza dei vissuti corporeo-relazionali, offrendo così nuove chiavi di lettura sia nell’ambito dello sviluppo sano dell’individuo sia nello studio e nella cura del disagio psichico. In quest’ottica, la sofferenza non è di natura intrapsichica derivante pertanto da impulsi inconsci o da blocchi muscolari, ma un disturbo della competenza relazionale.

La storia del paziente ci narra, dunque, di ciò che è mancato, di un bisogno non appagato, di un gesto atteso, di una parola non detta, di un’emozione non espressa perché non ha trovato accoglienza o sostegno nei corpi genitoriali nel momento in cui è emersa o nel momento in cui l’O si apprestava a compiere un movimento verso l’A (next step), bloccando così la spontaneità della sua espressione o, a livelli più gravi, della sua percezione.

Il bambino sviluppa il senso intimo del proprio corpo attraverso esperienze specifiche di contatto e vicinanza corporea con le figure genitoriali, favorendo la percezione delle varie parti e determinando la formazione dello schema corporeo implicito[9].

Questo connubio tra la danza e la psicoterapia offre la possibilità di contattare il corpo nella sua spontaneità oltre che nella sua funzionalità: il ritmo ed il movimento favoriscono il libero fluire dell’energia, coadiuvato dalla respirazione, agevolando la sintonizzazione con il proprio sentire, che, nell’ottica gestaltica, è fonte sorgiva di consapevolezze

L’esperienza della nostra corporeità equivale al nostro modo di abitare il mondo: le sensazioni tattili, termiche, viscerali e propriocettive ci forniscono quell’esperienza immediata dell’esistenza di unitarietà corporea e contribuiscono alla percezione dello schema corporeo che nella patologia, in modi diversi, risulta compromessa. 

Poiché tutti i vissuti hanno una matrice corporea e relazionale, il disagio è visibile nel corpo, che attraverso la postura narra la storia relazionale del soggetto. Nella prospettiva intercorporea, la postura equivale al modo in cui il corpo ha appreso a stare con l’altro corpo, cioè al modo in cui i corpi interagiscono, includendo lo sfondo delle sensazioni prodotte dallo stare insieme.

Quando la relazione intercorporea è disfunzionale, il corpo si adatta assumendo una postura antalgica per evitare di sentire il dolore. Quest’adattamento diventa un habitus che designa il modo in cui normalmente il soggetto reagisce ed è legato alle interruzioni di contatto[10].

La postura antalgica conferma una modalità relazionale che non è nutriente e che influenza in modo determinante la qualità delle relazioni interpersonali. Essa non è consapevole fino a quando un evento doloroso, ciò che Goodman chiama «emergenza», «novità»[11], rimette in discussione l’intero schema corporeo.

Il corpo attraverso il sintomo cerca in modo creativo di lanciare la sua richiesta di aiuto.

Le tensioni muscolari oltre a rappresentare il modo in cui il soggetto reagisce a relazioni difficili, concorrono a configurare la postura che, è influenzata da ciò che è mancato nella propria storia[12] e pertanto può essere destrutturata e ristrutturata solo nell’ambito di una relazione significativa quale quella psicoterapeutica.

Compito del terapeuta è ripristinare la spontaneità organismica che si è bloccata e favorire la possibilità di riprendere il percorso che è stato interrotto.

Nell’approccio gestaltico il terapeuta è egli stesso strumento di cura, consapevole dei propri vissuti corporeo-relazionali e, che con sagace intuizione, utilizza al momento propizio nell’ambito della seduta, favorendo nel paziente la consapevolizzazione dei suoi vissuti in un gioco di figura/sfondo.

L’esperienza della nostra corporeità equivale al nostro modo di abitare il mondo: le sensazioni tattili, termiche, viscerali e propriocettive ci forniscono quell’esperienza immediata dell’esistenza di unitarietà corporea e contribuiscono alla percezione dello schema corporeo che nella patologia, in modi diversi, risulta compromessa

Il corpo del terapeuta diventa così corpo complementare che permette al paziente di sperimentare nel qui e ora dell’incontro terapeutico una esperienza nuova che favorisce l’emergere di sensazioni ed emozioni mai provate. Il corpo complementare, nella storia del paziente, è quel corpo ‘speculare’ che nell’intercorporeità non ha accolto il cambiamento, interrompendo così il fluire tra corpi, rendendo ‘logica’ tale postura. Attraverso il corpo complementare il terapeuta comprende il motivo per cui è nata la postura antalgica e quale corpo nella storia del paziente è mancato. Sperimentare nuove posture consente di sentire emozioni nuove ed apre la strada al cambiamento che diventa possibile solo se parte dal corpo, frutto dell’assimilazione inconsapevole dell’esperienza, che andrà a ristrutturare lo schema corporeo[13]. Se, con un colpo d’ala, guardiamo al lavoro della danzaterapia, possiamo osservare come anche qui il paziente, attraverso il gesto e le posture, può sperimentare ed esprimere emozioni e sensazioni inedite, lasciando emergere in figura la storia dei contatti che sta sullo sfondo, diventando così consapevole di ciò che interrompe la sua interazione con l’A. perché, come evidenzia la GT, il corpo oltre ad essere biografia vissuta è anche la possibilità inesplorata.

Cambiamento vuol dire trovare un orientamento nell’angoscia, cioè continuare a respirare quando il respiro tende a chiudersi. Perls afferma che il rischio e la paura si incontrano nel respiro, la via maestra che ci conduce dal ‘corpo che ho’ al ‘corpo che sono’ (corpo vissuto)[14.

Un corpo abitato pienamente è vitalizzato dal respiro che ne percorre ogni parte, favorendo la sua percezione e donando un senso di armonia ed una luminosa sensualità.

Il terapeuta, in contatto con il proprio sentire, osserva cosa accade nell’intercorporeità, cioè cosa succede nel suo corpo e in quello del paziente quando sono nella traità corporea dell’incontro terapeutico. Il terapeuta individua l’interruzione della sequenza processuale del contatto, che genera sintomi, cioè parole e azioni ‘instead of’, per fornire il sostegno adeguato al corpo disorientato, sostenendo il libero fluire della respirazione che condurrà al compimento dell’intenzionalità relazionale.

Non si tratta più di sciogliere semplicemente blocchi muscolari o far emergere emozioni trattenute, ma accompagnare il paziente affinché possa riprendere il percorso di crescita interrotto ed apprendere la valutazione organismica corporea attraverso l’integrazione del ‘corpo che ho’ con il ‘corpo vissuto’ e il ‘corpo con cui sono in relazione’.

Se, con un colpo d’ala, guardiamo al lavoro della danzaterapia, possiamo osservare come anche qui il paziente, attraverso il gesto e le posture, può sperimentare ed esprimere emozioni e sensazioni inedite, lasciando emergere in figura la storia dei contatti che sta sullo sfondo, diventando così consapevole di ciò che interrompe la sua interazione con l’A. perché, come evidenzia la GT, il corpo oltre ad essere biografia vissuta è anche la possibilità inesplorata

Ed ecco che il corpo si svela nella sua genuinità rivelandoci quei ‘segreti’ che per secoli hanno affascinato ed incuriosito filosofi e letterati. Non ci sono misteri da scoprire, ma corpi da ‘sentire’. Si tratta di essere aperti all’ascolto dell’Altro che nell’incontro ci svela la sua verità raccontandoci la sua storia, che è unica ed irripetibile, lasciandoci affascinare dal suo racconto e guidare dal suo corpo.

Riuscire a relazionarsi nel rispetto dei tempi e dei modi di ciascuno favorirà il fluire del legame, come in una danza, in cui l’altro mi conosce e possa riconoscersi, offrendo un grembo accogliente e un terreno fertile dove la diversità possa germogliare, donando speranza e ridando dignità alla persona sofferente.

Ed ecco che il corpo si svela nella sua genuinità rivelandoci quei ‘segreti’ che per secoli hanno affascinato ed incuriosito filosofi e letterati. Non ci sono misteri da scoprire, ma corpi da ‘sentire’

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[1] Cfr. G. Salonia (2008), La psicoterapia della Gestalt e il lavoro sul corpo. Per una rilettura del fitness, in S. Vero, Il corpo disabitato. Semiologia, fenomenologia e psicopatologia del fitness, Franco Angeli, Milano, 55-72.
[2] Id., (2011), Sulla felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Il Pozzo di Giacob- be, Trapani, 20.
[3] Ib.
[4] V. Coleman (1988), Stress management technique: managing people for healthy profit, Mercury, London.
[5] Cfr. F. Perls, R.F. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1951), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma.
[6] P.L. Bernstein (1975), Theoretical Approaches in DanceMovement Therapy, Vol. I, Kendall/Hunt, Dubuque.
[7] Cfr. G. Salonia (2013), Gestalt Therapy and developmental theories, in G. Fran- cesetti, M. Gecele, J. Roubal (eds.), Gestalt Therapy in Clinical Practice. From Psychopathology to the Aesthetics of Contact, Franco Angeli, Milano, 235-250.
[8] L’intercorporeità è intesa come tra-corporeità, cioè la relazione che avviene tra i corpi. Questa prospettiva offre un’integrazione ‘incarnata’ tra la teoria del Sé e quella del ciclo di contatto.
[9] Cfr. Corpo-parola-corpo. L’itinerario terapeutico della Gestalt Therapy, infra.
[10] Cfr. G. Salonia, Meeting Nazionale Il Now for next della postura antalgica,Roma, 28-29-30 giugno 2013.
[11] Cfr. F. Perls, R. F. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1951), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma.
[12] Per la psicofisiologia, l’atteggiamento posturale non è soltanto legato ad una meccanica biologica, cioè la tensione dei muscoli per mantenere una posi- zione, ma esprime il modo caratteristico con cui una persona assume quella posizione, per cui c’è qualcosa di ogni persona che è stabile nel tempo, cioè il modo in cui si organizzano le tensioni tra di loro e che è il prodotto della propria storia. Cfr. V. Ruggieri, Meeting Nazionale Il Now for next della postura antalgica, Roma, 28-29-30 giugno 2013.
[14] Cfr. G. Salonia, La Psicoterapia della Gestalt e il lavoro sul corpo. Per una ri- lettura del fitness, in S. Vero, II corpo disabitato. Semiologia, fenomenologia e psicopatologia del fitness, Franco Angeli, Milano.

Carmen Di Bella

Psicologa, psicoterapeuta, DanzaMovimentoTerapeuta, già docente di attività motorie e danza in Istituti statali, nel corso della sua lunga carriera ha elaborato esperienze di studio e di ricerca presso riconosciute scuole ad approccio psico-corporeo in Italia ed in Francia.

Oltre che esperta di bioenergetica, ginnastica dolce e musico-terapia, ha conseguito la formazione di DanzaMovimentoTerapia presso l’Istituto Riza Psicosomatica di Milano. Dal 1999 è iscritta al registro italiano dei DMT-APID (associazione professionale dei danzamovimento terapeuti), oltre all’albo nazionale dei Supervisori DMT-APID.

Laureata in Psicologia, si è formata in Psicoterapia della Gestalt presso l’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairos con cui attualmente collabora come docente esterna nei seminari di formazione degli allievi della scuola di specializzazione. Partecipa con attivi contributi del suo lavoro a congressi internazionali in Italia ed in Europa, oltre che con pubblicazioni sul suo metodo d’intervento.

Conduce workshop, gruppi esperienziali e seminari di formazione, integrando le tecniche di Danza-Movimento con quelle Relazionali-Gestaltiche.

Stefania Antoci

Psicologa e psicoterapeuta della Gestalt, svolge attività libero professionale ed è docente incaricato presso la Scuola di Specializzazione quadriennale in Psicoterapia della Gestalt hcc Kairos diretta dal Prof. Giovanni Salonia e dalla Dott.ssa Valeria Conte. Dal 2018 lavora come psico-oncologa c/o il Reparto Hospice dell’ospedale M.P. Arezzo di Ragusa, portando avanti un progetto e un modello di lavoro ormai ben strutturato per pazienti, operatori e famiglie, dal titolo “La relazione che cura”. 

Carmen Ventura

Psicologa, psicoterapeuta, laureata presso l’Università degli Studi di Urbino in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Si è specializzata in Psicoterapia della Gestalt presso l’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairos, sede di Ragusa, dove ha approfondito gli aspetti clinici e di supervisione formandosi come didatta.

Attualmente svolge attività didattica presso lo stesso Istituto, collaborando con il gruppo di ricerca nell’ambito dell’età evolutiva.

È Psicologa referente dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti della Sezione di Ragusa dove svolge anche il ruolo di consigliere sezionale e dove ha avuto modo di approfondire la conoscenza delle problematiche inerenti le disabilità visive, occupandosi anche di sostegno alla genitorialità.

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