di Giovanni Salonia *
«Il conflitto è padre di tutte le cose, di tutte re», dice Eraclito, uno dei sapienti antichi. Difficile dargli torto. Veniamo al mondo uscendo dal conflitto più antico (e narrato) dell'esistenza umana: il passaggio lungo il canale del parto. E siamo subito immersi nella lotta: per conquistare l’ossigeno vincendo le resistenze meccaniche (e naturali) dell’ambiente. Certo, tutto questo accade mentre qualcuno si prende cura di noi, mentre siamo toccati da un corpo materno. Ma è altrettanto vero che si nasce a sé stessi dicendo per la prima volta di ‘no’ alla propria madre. Lì celebriamo la nostra unicità, l’unicità di ogni corpo: nessun corpo può essere pròtesi di un altro corpo Lo stesso vale per il ‘no’ di ogni mamma, che fa rinascere il figlio o la figlia alla loro singolarità, adempiendo pienamente la funzione materna. Perché il ‘no’ non è uno stop al legame ma uno step necessario. Ogni relazione cresce infatti nel ritmo – a volte cacofonico – del ‘no’ e del ‘sì’. Il calore del ‘sì’ ha bisogno della forza del ‘no’. In questo gioco di calore e di forza risuona la musica dell’esistenza. Il bambino che mangia integra la fiducia nell’ambiente (da dove il cibo entra nel suo corpo) con la forza (lo mastica per farlo suo). Anche il rapporto sessuale – Freud ce lo ha insegnato – è pieno e autentico quando congiunge il calore, la forza e l’autonomia. Il conflitto ‘caldo’ e il calore ‘forte’ generano la vita. Solo gli umani possono inventare spazi in cui il ‘no’ riscalda e il ‘sì’ mantiene la distanza.
E se in ogni conflitto ci chiedessimo: a quale nuova statura questo conflitto mi sta chiamando? La nostra cultura ci ha abituato a dare un'accezione negativa all’esperienza del conflitto spesso vissuto come fonte e causa di sofferenza. La ricerca ostinata dell’analgesia e la fuga dal vissuto vitale del dolore fanno il resto. Eppure c’è un dolore costruttivo, quello che permette ai polmoni di espandersi col primo vagito, quello delle prime cadute dei bambini in cerca dell’equilibrio. I conflitti tra genitori e figli hanno un senso evolutivo e ci preparano ad affrontare il conflitto nella città. Il conflitto calibrato, sensato diventa dunque il motore dell’esperienza intesa come crescita, come superamento delle difficoltà, come conquista di nuove realtà. Chiediamoci allora: quali sono le qualità che permettono al conflitto di generare vita?
La soluzione di ogni conflitto richiede quindi il rispetto di sé stessi e dell’altro, in vista di una composizione, magari sofferta, di interessi e obiettivi, nella logica del vita tua vita mea. Perché questo accada è necessario mantenere salda – nella casa, nella città, nel proprio corpo – la fiducia nella parola. Nell’ascolto delle ragioni che sono presenti anche nel pensiero folle. Il punto non è cercare chi ha ragione ma quali ragioni sono in gioco nel conflitto. Sono le parole genuine che trasformano il conflitto in crescita personale e relazionale. Gli uomini inventarono il fuoco quando scoprirono che le pietre che si strofinano a lungo e con fiducia generano una scintilla vitale. Forse dobbiamo ancora una volta imparare che i conflitti non sono un modo per distruggere se stessi, per distruggere gli altri, ma una semina in cui siamo «riconquistati al movimento, al fuoco, all’eterna metamorfosi» (Luzi).
Più di cinquant’anni fa, per introdurre nuovamente il libro che aveva dato inizio alla Terapia della Gestalt, nata a ridosso della fine della seconda guerra mondiale, Frederick Perls scriveva: «Abbiamo una polarità peculiare in questo mondo: l’ascoltare contro il combattere. Le persone che ascoltano non combattono, e quelle che combattono non ascoltano. Se le fazioni in guerra nella nostra società – i partners in un matrimonio, i soci d’affari – aprissero i loro orecchi e ascoltassero i loro avversari, le ostilità nel nostro ambiente e tra le nazioni diminuirebbero grandemente. Il concetto di “Ti sto dicendo ciò di cui hai bisogno”, sarebbe sostituito da “Sto ascoltando ciò che vuoi”, e sarebbe aperta la base di una discussione sensata. Ciò si applica tanto ai nostri conflitti interni quanto alla situazione mondiale in generale. Ma come aprire gli orecchi e gli occhi del mondo? Io considero il mio lavoro come un piccolo contributo alla risoluzione di quel problema che potrebbe contenere le possibilità di sopravvivenza dell’umanità».
*Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine del quotidiano La Sicilia.