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Dalla rubrica del nostro direttore Giovanni Salonia sulle pagine de La Sicilia. CLICCA PER LEGGERE L’ARTICOLO SUL QUOTIDIANO

di Giovanni Salonia

La tinta delle nostre giornate dipende dai colori della pandemia. Non solo il giallo, il rosso, l’arancione. Dalla pandemia, dal suo assedio, dal suo rifiuto, dal suo dolore, dalla sua stanchezza dipende ogni giorno la tinta della nostra anima. Lo vogliamo o no, il Covid è oggi lo sfondo del nostro essere e del nostro agire, costretti a mosse, a pratiche, a pensieri inusuali. Stiamo sviluppando le abitudini da pandemia, stiamo assimilando un nuovo vocabolario. Il molecolare e l’antigenico, la chirurgica e l’FFP2, il distanziamento e l’amuchina… Tutto questo è entrato nella nostra vita, e se prima provocava sorpresa, ci richiedeva attenzione, ci impauriva o ci scuoteva, oggi sta diventando abitudine. Già sappiamo e ci organizziamo per il prossimo tampone: conosciamo tempi, luoghi, modalità. Abituati ormai come siamo a muoverci dietro orari precisi e regole incorporate che scandiscono le nostre vite. Abituati al conosciuto timore dell’assembramento che acuisce (dovrebbe) la paura nella nostra corsa bendata.

Ma forse, prima di creare il ritmo inconsapevole di nuove abitudini, sarebbe necessario riscoprire la nostra possibilità di essere protagonisti, di essere responsabili (abituati) e consapevoli. Non è facile trovare un equilibrio tra lo stare nelle abitudini, in ciò che è familiare, e l’aprirsi al nuovo. Il familiare dà sostegno e sicurezza. Il nuovo fa paura. Si cresce nel trovare una armonia tra sicurezza e rischio, ricerca di equilibrio tra ancoraggio affettivo e comportamento esplorativo. Le abitudini rappresentano certamente il familiare, lo scontato, il noto. Ed è proprio nell’assumere degli habitus che si richiede una grande responsabilità. Perché le abitudini rischiano di creare assuefazioni, desensibilizzazione. Quando un’abitudine si è consolidata, dà vita a nuove cecità emotive, che impediscono di accorgersi se l’abitudine è sbagliata, se sta creando disagi a noi e agli altri. Le abitudini diventano intoccabili e nascondono una intima ambivalenza. É vero, ci facilitano la vita, ma nello stesso tempo rischiano di deresponsabilizzarci. Il vuoto creato con la pandemia, che ci sta portando verso nuove abitudini, dovrebbe essere vissuto come momento di grande responsabilità, individuale, nell’interesse di tutti.

Tutto ciò che era scontato ora va ripensato. Si sa. Il pensiero separa, rompe la fusione, destruttura le abitudini. Ormai, è noto a tutti: non puoi più buttare i rifiuti dove capita. Devi differenziarli. Devi cioè attivare un pensiero per separare, fermandoti un attimo di più per sapere a quale colore corrisponde il tuo sacchetto. Il pensiero scompone le abitudini. E se prima la sosta ragionata durava un attimo di più, tanto da rendere nervoso anche un gesto così semplice e automatico, piano piano ci siamo serenamente abituati. Oggi non differenziare risulterebbe una forzatura. Così come non indossare una mascherina sarebbe inusuale stranezza. Ma è necessario non vivere le abitudini come ripiego e rassegnazione ma bensì come scelta. E ogni scelta interpella la nostra responsabilità. Perché rispondere al richiamo della responsabilità significa sempre e comunque assumersi il rischio del fallimento. Decidere, rischiare il fallimento, rischiare la solitudine. Spesso la folla e le abitudini ci proteggono dal decidere. Solo quando siamo chiamati a confrontarci con il nuovo, attiviamo la funzione responsabilità. La paura della responsabilità, del rispondere in prima persona, ci consegna alla follia della folla. Essere folla ci rende folli. Dopo tutto, nella folla nessuno si assume la responsabilità di una risposta in prima persona. Si vive una sorta di voluttà del lasciarsi andare, del non assumersi la responsabilità di essere sé stessi, protetti e legittimati dal rischioso “così fan tutti”. Riscopriamo che forse ogni enfasi odierna sulla soggettività, con le sue derive individualiste, nasconde il rifugiarsi in un altro tipo di folla: quella di individui isolati, che sanno reclamare diritti ma sono diventati analfabeti di doveri, del prezzo da pagare alla responsabilità. Soggetti con diritti, ma anche soggetti con doveri e cioè con legami.

In fondo, la pandemia, in modo violento e tragico, ha destrutturato le abitudini e ci ha chiesto di assumerci la responsabilità. E tutto ciò dentro la novità del coronavirus, quella di non poter sentire la forza e il calore dell’unirci contro un pericolo, perché paradossalmente ognuno pensa alla propria sopravvivenza e l’unirsi diventa già rischio di sopravvivenza per il singolo. Così la pandemia ci interpella: prima di creare nuove abitudini ritroviamo la nostra volontà e la necessità di essere noi a decidere! E che sia un Noi responsabile! Responsabile del giardino che ci è stato dato, della vita che ci precede e che continuerà. Che la nostra generazione sia benedetta dai nostri figli e dai figli dei nostri figli! Che casa lasciamo loro? Deponiamo lo scettro che abbiamo rubato alla biosfera e ridiamo lo scettro alla vita non agli uomini. Nelle leggi dell’universo che lega tutti, la logica di vincere sull’altro (sul piu debole: gli animali, il creato) è una logica perdente. Il principio che ‘perde chi vince’ è vero nel microcosmo delle relazioni intime così nel macrocosmo. Rispetto e gentilezza derivano dalla responsabilità. Il destino dell’umanità appartiene a te, a me… Carlo Emilio Gadda lo sapeva: «Tra qualunque essere dello spazio metafisico e l’io individuo intercede un rapporto pensabile: e dunque un rapporto di fatto. Se una libellula vola a Tokyo, innesca una catena di reazioni che raggiungono me». Agiamo insieme allora, responsabilmente, perché sia vero quel che canta il poeta: i giorni migliori sono quelli che non abbiamo ancora vissuto.

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