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Il cammino nel quale impariamo a disegnare i confini del dono e dello stupore, del dovuto e dello scontato, inizia molto presto. Ad un bambino non si domanda gratitudine se ci si prende cura di lui, ma la si chiede di fronte all’estraneo che gli fa un regalo. Come a dire che la gratitudine gioca su due registri: il fuori e il dentro, il separare e l’avvicinare. Quando in una relazione, paritaria o asimmetrica, si vive la fase della fusione, non ci si ringrazia. Al limite, due partner ringraziano la Vita per il dono che ‘assieme’ stanno vivendo; e il sorriso soddisfatto del bambino che ha poppato è l’inconsapevole e incantevole «grazie» che la madre raccoglie. Quando verrà la fase della differenziazione e i due saranno maggiormente sensibili alle loro diversità, emergerà il «grazie» come segno di un nuovo momento della storia affettiva. Quanto più i figli sono distanti dai genitori, tanto più riescono a nutrire e dimostrare gratitudine.
Il «grazie» permette alle esperienze affettive di arrivare a compimento: nel momento in cui si ringrazia per il dono, si chiude l’esperienza e si ricrea equilibrio.
Giovanni Salonia

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