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‹‹Insomma: torniamo a dare credito alla felicità.
Una sua goccia genuina può addolcire un torrente amaro di tristezza…
dare credito alla felicità significa rivisitare il presente,
il luogo in cui dobbiamo ri-incontrarla,
imparando a dare senso ai suoi momenti bui,
quando le relazioni diventano dure e la vita pare tradirci››.
G. Salonia

“Dottoressa, sa, le mie amiche mi chiamano… e ora mi tocca consolarle!”
Esordisce così una carissima paziente ricoverata da molti mesi. È una mamma, una moglie, una vita dedicata al lavoro, alla casa, agli altri, una diagnosi infausta. Ci incontriamo per il quotidiano colloquio in reparto e sullo sfondo il Coronavirus, come in tutte le relazioni, da qualche settimana ad oggi.
Non possiamo non parlarne e dopo avere espresso la preoccupazione per la sua famiglia afferma: “Io… io, purtroppo lo so che cosa vuol dire combattere con un nemico invisibile… che non vedi, che non hai cercato, che non avresti mai voluto. Tutti sono disperati perché costretti a rinunciare a tante attività, a tante abitudini. Beh, io questo l’ho fatto un anno fa e con tanta forza e con il vostro aiuto ho riscoperto nuove risorse. È da molto tempo che sono in questo letto e tra rabbia, pianto e tanta determinazione sono qui, con il sorriso sulle labbra”.

La testimonianza della signora G. offre lo spunto per riflettere su come i pazienti che ricevono la notizia di una diagnosi infausta possono aiutarci a comprendere quello che oggi ciascuno di noi vive a causa della Pandemia scatenata dal Covid-19.

Elisabeth Kübler-Ross, psichiatra svizzera, pioniera nel sostenere ed accompagnare gli ammalati nel percorso di fine vita, descrive in modo accurato le fasi che contraddistinguono il percorso di elaborazione del lutto estendibile anche all’elaborazione del rapporto con patologie invalidanti, degenerative e inguaribili e spunto di confronto con quello che la popolazione mondiale sta vivendo.
Le fasi sintetizzate sono cinque, presentate in sequenza, ma, non trattandosi di stadi, possono alternarsi e riemergere, con variabile intensità, nei momenti di elaborazione del dolore, o successivamente alla comunicazione di aggravamento dello stato di malattia.

La prima fase è di “Rifiuto e Isolamento” e si verifica nel momento iniziale, solitamente appena avviene la comunicazione di qualcosa che la persona non accetta: affermazioni come “No, io no, non può essere vero”, richieste incessanti di ulteriori approfondimenti, momenti di schock o mancamenti, sono le principali modalità con cui la persona reagisce al sentire dalla voce del medico la diagnosi di una patologia inguaribile. L’utilizzo del rifiuto come meccanismo di difesa è temporaneo e inizialmente necessario a proteggere la persona da un’eccessiva ansia di morte e funzionale a concedersi il tempo opportuno per riorganizzare la nuova condizione di vita.
Questa fase è molto importante, perché, come dice la Kubler-Ross “il rifiuto dopo un’inattesa notizia scioccante ha la funzione di paracolpi, permette al malato di ritrovare coraggio e con il tempo, mobilitare altre difese meno radicali”.
Non appena il Covid-19 è arrivato in Italia e i media hanno cominciato a raccontare quello che accadeva, ciascuno di noi ha inizialmente vissuto questa fase di negazione, perché inaccettabile e invisibile, perché secondo alcuni un fenomeno controllabile, secondo altri un’esagerazione mediatica.

La seconda fase è definita “La Collera”. A seguito dell’iniziale rifiuto iniziano a esplodere emozioni forti, come rabbia, paura, sconforto: percorrendo tutte le direzioni, investono tutti, familiari, operatori sanitari, preti, Dio. È una fase difficile da affrontare, il paziente si sente intrappolato in una rete senza uscita e grida con disperazione la sua sofferenza. La rabbia è rivolta verso il destino (Perché adesso, Perché a me?) e verso tutto ciò che è messaggio di vita, ma che continua solo per gli altri. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico, che richiede accoglienza calda e chiara da parte di chi assiste e cura.
Chi, sentendo la minaccia del Coronavirus non ha sentito un bel po’ di rabbia? Credo tutti, percepire che qualcosa sta prendendo il controllo della nostra vita e ci richiede di modificare molte abitudini, naturalmente genera collera!

La terza fase è definita “Venire a patti”, descritta come il momento del compromesso, tentativo di nutrire il desiderio di prolungare la vita ed essere temporaneamente liberati dal dolore o dal disagio fisico: si barattano i mesi, i giorni, si concordano le terapie, come una sorta di negoziato per verificare cosa la persona è in grado di fare ed in quali progetti può spostare la speranza.
La disponibilità della tecnologia in questo momento storico è un’arma molto pericolosa, se utilizzata male. Leggendo diversi articoli che riguardano la nuova gestione della giornata e le nuove norme di comportamento e igiene, tra le notizie fondate si nascondono, purtroppo, tante “fake news”. Alcuni esempi: se assumiamo vitamina C possiamo difenderci dal virus, l’acqua calda lo uccide, inviti a utilizzare un solo paio di scarpe per andare fuori, tutte modalità che vorrebbero concedere all’uomo la possibilità di poter controllare i contagi, venendo a patti con il virus.

La quarta fase è denominata “La depressione”. L’abbassamento del tono dell’umore, lo sconforto, i sintomi depressivi indicano che la persona non può più negare la sua condizione di malattia: è il primo momento consapevole in cui si fanno i conti con le perdite subite e con quelle che stanno per accadere, realizzando il primo vero e proprio bilancio della propria vita. La depressione reattiva, ad esempio, è il momento in cui ci si accorge che molte attività non è più possibile farle: almeno per ora, a causa della velocità di diffusione e del contagio non è possibile stare vicini, stare con gli amici, ritrovarsi, fare acquisti nei negozi di abbigliamento, comprare regali, festeggiare e moltissime altre cose che naturalmente abbassano il tono dell’umore. Quindi che fare? Riscoprire nuovi modi di stare bene, modi che già sono dentro di noi e che possono aiutarci a fronteggiare le giornate. Quello che facciamo con i pazienti è stimolare le risorse che ciascuno ha, cogliendo quella capacità di adattamento creativo che permette il passaggio dalla condizione di malattia negata alla condizione di malattia integrata.
Nel momento storico che stiamo vivendo siamo chiamati a colorare creativamente le giornate e sono molti i tentativi di gestire la depressione da covid-19: frasi che ora sono celebri e che hanno dato vita ad appuntamenti fuori dai balconi, ad incontri virtuali, alla realizzazione di cartelloni, come #andràtuttobene, #iorestoacasa, #iorestoincucina, #uniticontroilvirus e tantissimi altri sono modi che aiutano a mantenere quella vicinanza che per prudenza ci è stata momentaneamente negata.

La quinta fase è chiamata “L’accettazione”. Si tratta di un momento delicato, in cui si possono raccogliere i frutti delle precedenti fasi, che se vissute e attraversate, permetteranno il raggiungimento di una comprensione intima della propria condizione.
Se accettiamo che la prudenza e l’attenersi alle regole sono le uniche, ma potentissime armi che oggi abbiamo per sconfiggere il Coronavirus, non tiriamoci indietro e restiamo a casa!
Al termine del colloquio la signora G. conclude: “Io direi a tutti, voi restate a casa con il sorriso che #iorestoinhospiceconilsorriso”. 

Ascoltiamola!

Dott.ssa Stefania Antoci
Psicologa-Psicoterapeuta
Psico-oncologa

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