Eugenio Borgna, un asceta della cura

 

Ricordiamo con commozione e gratitudine la figura altissima del professore Borgna.

Grazie a Paola Argentino egli entrò molti anni fa nel giro dei prestigiosi docenti invitati ai convegni sulle tragedie greche.

Quante presentazioni di libri nostri scritte sempre con comprensione acuta e con stile impeccabile. Stavo per scrivergli proprio per una prefazione quando ho appreso la notizia.

Quello che mi colpiva era il suo prendersi cura dell’altro, così attento, così profondo, così partecipativo. La gratitudine mia e del mio gruppo per lui è tanta.

Era uomo grande ma anche umile, in una maniera davvero eccezionale.

Quale sorpresa quella volta che mi recai a Novara per una conferenza ed egli venne appositamente per salutarmi!

Quanti convegni assieme e quanti dialoghi, in cui mi diceva della sua paura che la cura farmacologica in psichiatria distruggesse la relazione e l’ascolto del dolore.

Quante cene assieme. Notavi anche in quelle occasioni la sua naturale sobrietà, la sua eleganza, la sua raffinatezza. Era un santo laico.

Mancherà la sua voce, così forte nel rivendicare la centralità della relazione nella cura. Una posizione che ha trovato nel tempo tanti oppositori.

Qualcuno scrisse un giorno sul Sole 24 ore che quelle di Borgna erano solo parole. Certo, è più semplice considerare i pazienti macchine che si sono guastate invece che essere umani travolti dal dolore.

Ecco, questo era Borgna.

Che la sua voce non si spenga.

Che l’ascolto del paziente o, meglio, dell’altro tout court rimanga il suo messaggio.

L’ascolto gentile, che lui incarnava. Perché prendersi cura è la santità dei nostri tempi.

Giovanni Salonia e l’Istituto di Gestalt Therapy GTK

La Gestalt del Cuore: Erving e Miriam Polster. Dal numero 9 della rivista GTK

Nei giorni della scomparsa di Erving Polster, insieme al nostro ricordo, riproponiamo il capitolo dedicato all'incontro con lui e Miriam dal numero 9 della Rivista GTK, dedicata ai 40 anni di storia del nostro istituto.

Iniziano i lunghi anni dell’apprendimento e dell’assimilazione della GT. Consideriamo nostri primi maestri Erving e Miriam Polster. Facevano parte del Gruppo di Cleveland (anche se si erano successivamente trasferiti a San Diego), chiamato Gestalt del Cuore: un gruppo che era stato formato direttamente da alcuni dei sette fondatori della GT. Avevano elaborato dal testo fondativo un loro modello di GT. In modo differente, allievi e staff ci nutrivamo del loro insegnamento teorico e clinico. La Terapia della Gestalt che ci trasmettevano Erving e Miriam Polster si articolava sui grandi concetti teorici e clinici di consapevolezza-contatto-esperimento. Da loro apprendemmo che, contrariamente allo stile abrasivo di Perls e della Gestalt Viscerale, si poteva essere clinicamente efficaci restando eleganti (uno degli insegnamenti più frequenti di Miriam Poster), che la consapevolezza gestaltica è come un fiume carsico che attraversa il nostro Organismo, che l’azione può essere strumento di consapevolezza, sperimentazione di nuove possibilità e celebrazione di integrazioni, che terapia è ripristinare la sinapsi tra sistema sensorio e sistema motorio, che la consapevolezza gestaltica è corporea, che la fenomenologia è stile di vita, che il contatto si manifesta nel diventare vitali e pieni di luce, che la terapia è fare emergere dalle contratture del corpo le potenzialità bloccate del paziente e visibili nell’ovvio della postura, che la terapia è sintonizzarsi con i bisogni del paziente, che ha una valenza terapeutica lasciarsi affascinare dal romanzo che è la vita di ogni paziente, che la positività terapeutica è la lettura rigorosa e puntuale delle spinte alla crescita che fremono nel corpo e nel respiro della persona, che in ogni situazione vibra nel nostro Organismo una freccia come spinta insopprimibile ad andare verso la pienezza per cui la Gestalt rilegge il ‘qui-e-adesso’ delle terapie umanistiche come transizione dal now al next (now-for-next).

Mi colpiva sempre il loro modo originale di lavorare sui sogni, il loro stile terapeutico che apriva il corpo del paziente a quel gesto, a quell’esperimento che – come dicevano loro – «ampliava i confini dell’Io». Ricordo un lavoro in cui un allievo raccontava di una partita di calcio e, dopo aver lavorato sulla partita, Miriam disse: «Identificati adesso con il campo da gioco». Fantastico! Vennero fuori delle consapevolezze interessanti e significative, per l’allievo, sul suo sentirsi sempre disponibile a dare e sulla sua difficoltà a chiedere.

[G. Salonia, “40 anni di Gestalt”, Rivista GTK 9, 2023]

A ERVING POLSTER. I NOSTRI RICORDI

Caro Erving, è triste aver saputo che ci hai lasciati anche se ormai la tua lunga esistenza da tempo ci preparava a questa notizia.
102 anni: che benedizione sei stato per i tantissimi che ti abbiamo incontrato!
Per più di dieci anni sei venuto con costanza nel nostro Istituto. Eri anche contento del fatto che noi, i tuoi amici della Sicilia, avevamo fatto conoscere i tuoi scritti nella lingua di Dante. Non dimenticheremo mai la tua sapienza, il tuo sentirti profondamente interessato e aperto per cui aprivi il nostro cuore e i nostri occhi a nuovi orizzonti di crescita e di pienezza.
È stato un dono della vita averti conosciuto, averti invitato, così come essere venuto per due mesi a San Diego per imparare da te la Gestalt Therapy.
Sei stato geniale nell’essere gestaltista secondo il tuo stile. Non come Perls. Non come From. Ma la GESTALT dei Polster. Simpatico il fatto che tu non ti riconoscevi nella teoria di From e che From accettava sorridente che gli venisse dedicato un libro di cui non condivideva alcune parti.
Il grande rispetto e la stima con cui ti accostavi a me mi trametteva una vicinanza che attraversava e superava - come mi hai scritto nella bella dedica al tuo ‘Ogni vita merita un romanzo’ - le barriere linguistiche.
Mi porto dentro i lavori fatti con te. Li ho raccontati - anche se in modo velato - per ringraziarti della comprensione acuta (in una immagine sintetizzavi anni di sofferenza) e della compassione che mi donavi.
Anche le nostre strade teoriche si sono differenziate - lo sai - ma non ho fatto altro che tornare al tuo terapeuta e maestro Isador.
Grazie Erving, per quel senso di profonda implicita comprensione che ritrovavo nei nostri sguardi.
Per decenni hai dato a ogni persona che hai incontrato il dono di lasciarti affascinare dalla sua vita e di trasformare così ogni esistenza in un’opera d’arte.

Giovanni Salonia

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Di Erving e Miriam Polster ricordo già dal primo seminario formativo, nel 1983, l'eleganza come coppia terapeutica: l'acutezza teorica e clinica di Erving e la raffinatezza e la capacità di cogliere le sfumature di Miriam. Dei nostri incontri mi ha sempre colpito la capacità di superare ogni barriera linguistica: spesso mi trovavo a rispondere loro prima ancora di aver ascoltato la traduzione.
Anche quando le parole erano incomprensibili, insomma, arrivavano in profondità e ci si sentiva raggiunti da un'emozione forte e significativa.
La loro Gestalt ci ha dato il senso profondo del rispetto del paziente, dell’eleganza e dell’accuratezza del lavoro terapeutico.

Valeria Conte

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Ricordo come ora il senso di umanità che ho vissuto negli incontri con Erving . Mi porterò sempre il suo pensiero che la psicoterapia è nella vita quotidiana. Grazie Ervingù

Bruno Foti

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La prima volta che ti ho visto eri in coppia con Mirian. Eravamo a Venezia, eravate gli stranieri invitati a tenere un seminario. Eri alto, robusto e quando lavoravi ti piegavi in avanti verso l'altro accorciando in tal modo la distanza interpersonale. Mostravi interesse per ciò che raccontava, la tua voce era calda. Allora ti ho solo osservato perché scelsi di lavorare con tua moglie. Poi ti ho incontrato a Madrid ad un convegno internazionale. Abbiamo partecipato allo stesso laboratorio. Anche tu ormai anziano maestro hai lavorato come uno di noi. Questo è stato un grande insegnamento per me: stare "tra" senza timore di essere se stessi. Grazie Erving. Un grande abbraccio.

Lucia Marchiori

L’ERRORE DEL SECOLO: L’INGANNO DEL COMPLESSO DI EDIPO

di Giovanni Salonia, direttore dell'Istituto GTK 

Un recente articolo del giornalista e psichiatra Danilo Di Diodoro, pubblicato sul Corriere della Sera, ha preso spunto dai lavori dello studioso americano Jerome C. Wakefield, professore alla New York University, per aprire all’interno del mondo psicoanalitico il dibattito su una domanda inquietante: il complesso di Edipo esiste davvero? 

Di Diodoro ha pure elencato i danni che questa teoria ha causato ai pazienti, a tal punto che qualcuno si è chiesto se fosse il caso di risarcirli. 

È una domanda che risuona da molti decenni nel mondo delle psicoterapie. E molti terapeuti hanno preso le distanze da questa teoria. 

Anche noi ce la siamo posta, già più di dieci anni fa, pubblicando  la prima edizione del nostro “Edipo dopo Freud. Dalla legge del padre alla legge della relazione” (tema a cui, nelle prossime settimane, dedicheremo anche un ciclo di Webinar in collaborazione con Formazione Continua in Psicologia).

Ovviamente negare la validità del complesso di Edipo non significa misconoscere l’importanza di altre teorie di Freud. Il mio maestro di Gestalt, Isadore From, ripeteva sempre che la Gestalt rimane un modello post-psicoanalitico. E io credo che i Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti (1905) contengano idee geniali sullo sviluppo corporeo-relazionale del bambino (quelle che chiamo  ‘idee del primo Freud’), ancora valide e per certi versi insuperabili se lette con strumenti ermeneutici nuovi. Proprio nei Tre saggi però la teoria del complesso di Edipo pare implicitamente contrapporsi e rinnegare le stupende intuizioni precedenti dello sviluppo infantile.  

Si tratta, in fin dei conti, di una teoria errata e confusiva, che genera alcune aporie e alcuni pensieri alternativi:  

  1. Partiamo dalla letteratura. Freud attinge per formularla alla tragedia di Sofocle. Ma da Vernant in poi sappiamo che il complesso di Edipo non c’entra nulla con l’Edipo re, con i problemi e il senso profondo di una tragedia che ruota attorno a un trivio. 
  2. Passiamo alla teoria vera e propria. Primo errore: un bambino può avere un interesse incestuoso nei confronti della madre, ma questo è il sintomo di una patologia. L’errore di Freud è stato quello di aver considerato fisiologico ciò che è patologico.  
  3. Secondo errore. Se fosse fisiologico, il complesso di Edipo sarebbe innato. Non si potrebbe cambiare ma solo controllare. Al limite si tratterebbe di educare il bambino a contrastare la spinta incestuosa, rinunciando alla madre per paura di essere punito dal padre. Ecco perché Freud parla di disagio della civiltà. Dall’errore del complesso di Edipo ne consegue un altro: la teoria del super io. Diventa necessaria nel modello freudiano un’istanza regolativa esterna che svolga le funzioni del controllo. La Gestalt Therapy – insieme con le terapie umanistiche – sostiene che quest’istanza regolativa non è esterna ma proviene dall’Organismo; anzi, ancora più precisamente, che essa proviene dalla relazione: da quanto avviene tra i corpi, tra le persone. È la relazione a generare dall’intimità interpersonale l’auto e l’etero regolazione.
  4. Passiamo al piano clinico. Dal complesso di Edipo in poi si genera la prospettiva, tanto errata quanto diffusa –, che le responsabilità delle eventuali patologie del bambino siano da attribuire al bambino stesso. Si ignora così un fatto fondamentale: la matrice dei disagi infantili è la disfunzionalità della relazione cogenitoriale.
  5. Ancora clinica. L’esperienza clinica dimostra come ‘curare’ il complesso di Edipo coincida puntualmente con la ricostruzione terapeutica di una sana relazione cogenitoriale. L’intervento clinico sul bambino non può mai prescindere dal lavoro sulla famiglia o sui cogenitori. Anche Kohut, pur non avendo maturato il paradigma della cogenitorialità, sostenne che il complesso di Edipo fosse causato da una madre poco empatica, disfunzionale. Ma non portò avanti questa intuizione - come egli stesso scrive - per non mancare di rispetto a Freud.
  6. Dalla clinica alla cultura e all’educazione. Il complesso di  Edipo ha permeato il nostro tempo e ha creato rilevanti disagi educativi nelle relazioni familiari, insinuando sospetti, diffidenze e paure nella relazione padre/figlia, madre/figlio.  La mancanza di un sereno rapporto con il proprio genitore dell’altro genere non permette al figlio o alla figlia di sentire la sicurezza di base necessaria ad andare nel mondo, per andare incontro alle altre relazioni. I figli andranno ‘alla ricerca’ di quella sicurezza e di quella protezione che avrebbero dovuto sperimentare nell’intercorporeità con il proprio genitore di genere differente.
  7. Dalla cultura alle teorie della crescita e ai modelli terapeutici. Primo esempio. I cosiddetti “stili di attaccamento” della Ainsworth appaiono oggi ai nostri occhi come stili complementari a quelli materni e non stili ‘autogenerati’ dal bambino. In definitiva, lo stile della coppia genitoriale, ovvero lo stile cogenitoriale è la matrice di quello infantile. Per capire il bambino bisogna leggere ciò che avviene nel triangolo primario
  8. Secondo esempio. Si insiste con disinvoltura a descrivere ad esempio, come fa Recalcati, le differenze fra Telemaco ed Edipo. Ma il confronto andrebbe compiuto tra la coppia genitoriale Penelope-Ulisse (che per salvare il figlio partecipa alla guerra di Troia) e la coppia Giocasta- Laio (che vuole uccidere Edipo neonato).
  9. Edipo oggi. È necessario che teorici e clinici lavorino insieme sulla linea di Wakefield per far conoscere la falsità, l’inutilità e la pericolosità di una teoria appartenente alla schiera dei famosi ‘idola fori’ di Bacone.
  10. Edipo domani. Dobbiamo dirlo con chiarezza. La sua morte, la morte di Edipo e del suo ‘complesso’ favorirà  un profondo rinnovamento della psicoterapia infantile e della terapia familiare, contribuirà a creare una cultura nuova, farà della relazione il cardine del nostro vivere assieme, la sua realtà e la sua speranza. 

GUARDIAMO AL TRIANGOLO PRIMARIO COME GESTALTISTI

Celebriamo, con i due numeri speciali (il 9 e il 10) della nostra rivista annuale, il quarantesimo anniversario del nostro Istituto e i 70 anni dalla nascita della Gestalt Therapy. Nel numero 9, in particolare, abbiamo ripercorso la nostra storia, il nostro legame con i grandi maestri che ha plasmato le origini del modello e le ricerche che ci hanno condotti a evolverne una nostra interpretazione, una nostra via, che oggi ci consente di parlare di modello GTK.

Condividiamo di seguito un estratto dall’articolo della dott.ssa Valeria Conte “Quarant’anni di Gtk tra teoria, ricerca e pratica clinica”.

Vale la pena chiedersi in che modo per la Gestalt sia possibile osservare il triangolo primario. E la risposta è proprio quella di mantenersi fedeli alla matrice fenomenologico-razionale, dando attenzione al corpo e all’esperienza. Per la GT è fondamentale osservare i vissuti corporeo-relazionali che si stratificano nel tempo tra i componenti del triangolo primario. Sono state avviate delle ricerche in tal senso, con la videoregistrazione del gioco triadico in una fascia di età compresa tra i 18 e i 24 mesi e con l’osservazione dell’esperienza e dei vissuti che avvengono al confine di contatto nell’interazione Padre-Madre-Bambino. Le interviste e il questionario che hanno affiancato la registrazione hanno dato degli spunti di conferma davvero interessanti su come i vissuti che intercorrono tra il padre e la madre influenzino ogni singola diade.

[…] Guardiamo dunque alla genitorialità nei termini di cogenitorialità per comprendere i bisogni dei figli e l’eventuale manifestazione del loro disagio: se l’adulto guarda solo il bambino, la sua visione è parziale. È importante guardare al campo relazionale della triade Padre-Madre-Bambino per comprendere gli aspetti educativi e il disagio, diversamente ogni risposta educativa risulta incompleta e spesso inefficace. Il legame di ogni genitore con il figlio è intrecciato e condizionato all’interno di un’articolazione triadica. Il disagio del bambino è figura che emerge dal disagio dei genitori.

[V. Conte, “Quarant’anni di Gestalt, tra teoria, ricerca e pratica clinica”, Rivista GTK 9, 2023]

L’ERRORE DI PERLS: due errori che hanno impedito la piena comprensione DELLA GT e LA POSSIBILITÀ DI sviluppi inediti

Gli anni trascorsi insieme, gli incontri e le intuizioni: superata la soglia dei quarant’anni di attività per il nostro Istituto e dei settant’anni di storia per la Gestalt Therapy, abbiamo voluto ripercorrerne il percorso e le evoluzioni teoriche e cliniche che abbiamo sviluppato in questi anni con due numeri speciali (il 9 e il 10) della nostra rivista annuale.

Ecco di seguito un estratto dall’articolo del direttore dell’Istituto Giovanni Salonia,  “40 anni di Gestalt”.

Parallelamente al mio avanzare nella comprensione – riletture e approfondimenti – del testo fondativo, mi rendevo conto anche di alcune incoerenze teoriche nella GT che, purtroppo, sono trasmesse a tutti i gestaltisti e in tutta la letteratura gestaltica senza una adeguata masticazione. In modo particolare, ho individuato due errori nella teoria della GT che ne rendono incompleta la comprensione e che, chiariti, rivelano invece prospettive nuove a livello teorico e clinico.

Nonostante la GT fosse nata dall’intuizione di Perls secondo cui la crescita non avviene – come sembrava sostenere Freud – dall’ingoiare (le interpretazioni) ma dal masticare ciò che viene dall’Ambiente, nella letteratura gestaltica esistono due introietti che costituiscono due errori teorici e clinici.

Il primo errore è di Perls. Egli aveva teorizzato che l’aggressività anale è anticipata e già presente nella fase orale. […] In realtà la confusione di Perls sta nel fatto di aver identificato l’aggressività della fase orale con l’aggressività della fase anale. Due energie differenti: la prima – orale – è la re- azione dell’Organismo a ciò che propone l’Ambiente, dato che la dentizione riguarda il cibo (ossia l’Ambiente). L’aggressività anale, invece, non è risposta all’Ambiente ma è l’esperienza della propria energia nel trattenere o lasciare andare qualcosa dal proprio corpo. È espressione della propria autonomia ed è potere nei confronti dell’Ambiente (della figura materna). Questo errore di Perls ha pro- dotto una grave lacuna teorica: non ha elaborato il tema del potere personale, della propria forza.

[…] Considero un altro grave errore l’avere relegato la collocazione della funzione-Personalità del Sé nel post-contatto come funzio- ne inconsapevole di assimilazione dell’esperienza del contatto e principio del divenire. Anche se tutti (tutti!) i gestaltisti sostengono questo, bisogna rendersi conto che non è e non può essere così. […] Forse nel contesto in cui fu elaborata la GT – contesto della «morte del padre» – la funzione-Personalità era stata sottovalutata perché identificata da Goodman con un «grumo di introietti» autoritari (i doveri) che impedisce le espressioni creative del soggetto. Oggi, nel contesto di una società liquida, si scopre che la funzione-Personalità riletta secondo questo nostro modello Salonia-Sichera diventa il filo che cuce il mondo interiore e quello relazionale. Ecco allora la sfida: la novità del “cosa sento” si deve confrontare con “chi sono diventato io che sento”.

[G. Salonia, “40 anni di Gestalt”, Rivista GTK 9, 2023]

LA GESTALT COME MISSIONE: FROM, O POLSTER E LE NOSTRE INNOVAZIONI.

Gli anni trascorsi insieme, gli incontri e le intuizioni: superata la soglia dei quarant’anni di attività per il nostro Istituto e dei settant’anni di storia per la Gestalt Therapy, abbiamo voluto ripercorrerne il percorso e l’evoluzioni con due numeri speciali (il 9 e il 10) della nostra rivista annuale.

Ecco di seguito un estratto dall’articolo del direttore dell’Istituto Giovanni Salonia,  “40 anni di Gestalt”.

A livello organizzativo, l’iniziativa più audace dell’Istituto fu certamente il Primo Convegno di Gestalt Italiano. Invitammo come ospite d’onore Isadore From e come partecipanti i gestaltisti che allora operavano in Italia (Donadio, Festa, Franta, Giusti, Lorusso, Simmons). Fu un Convegno vivace. Da From apprendemmo la differenza qualitativa tra tecniche gestaltiche e Terapia della Gestalt, anche se non ne afferrammo lo spessore e le implicazioni. From fu contestato in quanto rappresentante della Gestalt della Testa ed emerse la frattura storica tra la Gestalt di New York di From e quella della California di Simmons, la Gestalt delle Viscere. Anche le differenze e i conflitti tra gestaltisti italiani resero vivace il Convegno.

Pubblicammo sul primo numero della Rivista Quaderni di Gestalt (QdG) tutti i contributi di questo Primo Convegno di GT.

Seguirono molti convegni in cui facemmo in modo che i Polster fossero conosciuti da colleghi di ogni formazione. Presentammo la GT in molte Università: ci sentivamo ‘missionari’ di un modello che ci affascinava a livello ermeneutico e clinico.

Iniziavamo anche a proporre nostre innovazioni e applicazioni. Un’idea di fondo che cominciavo a diffondere fu il macro-concetto di Modello Relazionale di Base: dai miei lunghi anni di insegna- mento di Psicologia Sociale avevo intuito che i cambiamenti dei e nei modelli di psicoterapia sono variabili dipendenti dal contesto socio-culturale, per cui si instaura un Modello Relazionale Noi (ti- pico delle appartenenze generate dalla paura) o un Modello Relazionale Io (tipico dei contesti di «pace pragmatica»). La terapia, quando si è dentro un Noi fusionale da paura, si concentra nella spinta al differenziarsi, quando invece si vive un contesto in cui emerge come prioritaria la soggettività, assume il compito di favorire la crescita della competenza al contatto.

[G. Salonia, “40 anni di Gestalt”, Rivista GTK 9, 2023]

La terapia a servizio della vita: il primo incontro con la gestalt

Celebriamo, con i due numeri speciali (il 9 e il 10) della nostra rivista annuale, il quarantesimo anniversario del nostro Istituto e i 70 anni dalla nascita della Gestalt Therapy.
Nel numero 9, in particolare, abbiamo ripercorso la nostra storia, il nostro legame con i grandi maestri che ha plasmato le origini del modello e le ricerche che ci hanno condotti a evolverne una nostra interpretazione, una nostra via, che oggi ci consente di parlare di modello GTK.
Condividiamo di seguito un estratto dall’articolo del prof. Antonio Sichera,  “La terapia a servizio della vita. GTK, ermeneutica e Gestalt”.

Era un pomeriggio di primavera di quasi quarant’anni fa. Ghery (che oggi è mia moglie) mi aveva parlato per un anno di questa ‘Gestalt’ di cui stava facendo un’esperienza intensa, entusiasmante. Per questo mi decisi, quel pomeriggio, a partecipare a una ‘due giorni’ dell’Istituto HCC (matrice dell’odierno GTK), dedicata ai sogni. Avevo anche letto un piccolo manifesto in cui si invitava a partecipare chiunque volesse conoscere la Terapia della Gestalt, a quei tempi oggetto misterioso per molti. Ero curioso ma anche prevenuto. I miei rapporti con la psicoanalisi, per me fino ad allora oggetto di lettura e di studio, erano di cordiale diffidenza. Il fatto di diventare oggetto di indagine nelle mani di un medico che mi avrebbe ‘scomposto’ senza spiegarmi mai il come e il perché, ma che poi avrebbe emesso il suo verdetto contro il quale nessun appello era possibile da parte dell’imputato, onestamente non mi entusiasmava. Quei pomeriggi ragusani però mi folgorarono. Intanto perché invece di un setting asettico e medicalizzato mi trovai ad entrare in una grande sala in cui c’erano tante persone che sembravano felici di essere lì. E che erano lì per stare assieme: si lavorava in gruppo! Fu la prima cosa che mi colpì. Non l’algida condizione di uno studio medico, ma la realtà umana di donne e uomini, ragazze e ragazzi che con- dividevano il medesimo spazio, gremito di tappeti e di cuscini, nel quale si disponevano in cerchio, a ‘lavorare’, seduti in posture molto libere, senza scarpe.

Sì, perché al tempo si lasciavano sempre le scarpe all’ingresso della sala, ed era un atto di grande impatto simbolico. Si entrava in uno spazio altro. Scalzarsi era un modo per sentire la differenza, la sacralità giocosa di quel rito. In quella terra non si era padroni di nulla. Non però nel senso del tribunale a cui timorosamente accedi, disarmato e privo di protezione. No. Avvertii subito che i miei compagni di viaggio si scalzavano, quel pomeriggio, come i bambini pronti a correre in spiaggia, vogliosi di un bagno lungo, di un ristoro in cui c’era da mettere in conto l’impegno e anche la fatica del gioco, ma con tutto il piacere connesso a quel rito.

[A. Sichera,  “La terapia a servizio della vita. GTK, ermeneutica e Gestalt”, Rivista GTK 9, 2023]

TEORIA DEL CONTATTO E TEORIA DEL SÉ: LA NOVITÀ DELLA GESTALT THERAPY

Celebriamo, con i due numeri speciali (il 9 e il 10) della nostra rivista annuale, il quarantesimo anniversario del nostro Istituto e i 70 anni dalla nascita della Gestalt Therapy. Nel numero 9, in particolare, abbiamo ripercorso la nostra storia, il nostro legame con i grandi maestri che ha plasmato le origini del modello e le ricerche che ci hanno condotti a evolverne una nostra interpretazione, una nostra via, che oggi ci consente di parlare di modello GTK.

Condividiamo di seguito un estratto dall’articolo della dott.ssa Valeria Conte “Quarant’anni di Gtk tra teoria, ricerca e pratica clinica”.

Le relazioni umane nel loro agire e divenire sono al centro degli studi della GT, che, come sappiamo, ha alla base due importanti teorie: la Teoria del Contatto e la Teoria del Sé.

La Teoria del Contatto indaga cosa succede al confine tra Organismo e Ambiente e studia le modalità di incontro delle persone. Attraverso la microanalisi dell’episodio di contatto e la descrizione dei contatti dell’Organismo con l’Ambiente, è possibile notare la correlazione tra la qualità di questi contatti e le situazioni di salute o disagio psichico.

La Teoria del Sé invece si occupa di cosa succede dentro l’Organismo nel momento in cui Organismo e Ambiente si incontrano. Rispetto alla precedente, questa teoria si focalizza più sul Sé, studiando cosa succede a un dato Organismo nel momento del contatto. Mentre la Teoria del Contatto descrive il processo del contattare, la Teoria del Sé guarda a chi è e cosa sente il soggetto nel momento dell’incontro. [...]

La novità della GT rispetto a queste due teorie è l’introduzione del concetto del Sé come funzione. La Teoria del Sé in GT si fonda sul paradosso di teorizzare l’interiorizzabile, di cogliere l’esperienza nella sua continua mutevolezza; per tale ragione, Goodman ritiene indispensabile, come unica via possibile, trasferire in ambito clinico una rigorosa metodologia fenomenologica.

Dal punto di vista epistemologico, il Sé viene quindi concepito in GT come un evento esperienziale che ha luogo nell’attualità fenomenica. Il campo esprime sia la percezione dell’organismo che quella dell’ambiente e le sue forze sono date dalle percezioni di tutti gli elementi. Il campo può dunque essere definito come un processo relazionale che avviene nel qui-e-ora, in senso olistico e gestaltico, in quanto non include solo la figura ma anche tutto ciò che le è ‘opposto’ e le fa da sfondo.

Questo vuol dire collocare il Sé in posizione mediana tra Organismo e Ambiente. Non possiamo cogliere niente se non attraverso la nostra esperienza, ma nello stesso tempo non siamo mai solo noi stessi, siamo anche il fenomeno in cui siamo inseriti. Afferma Salonia che «il Sé in GT non è un homunculus, un quid, ma una funzione. Il Sé è l’Organismo in contatto e ha, tra le altre, tre strutture importanti abitualmente così descritte: l’Es (il corpo da cui emerge il movimento verso: ‘Cosa sento’), l’Io (per far proprio o alienare quello che emerge: ‘Cosa voglio’), la Personalità (l’assimilazione dopo il contatto: ‘Cosa sono diventato’)». «Come aspetti del Sé in un semplice atto spontaneo, l’Es, l’Io e la Personalità sono infatti gli stadi principali dell’adattamento creativo: l’Es è lo sfondo dato che si dissolve nelle sue varie possibilità, [...] L’Io è l’identificazione pro- gressiva con le varie possibilità nonché la loro eventuale alienazione, [...] La Personalità è la figura creata che il Sé diventa e assimila all’organismo, unendola ai risultati della crescita precedente».

[V. Conte,  “Quarant’anni di Gtk tra teoria, ricerca e pratica clinica”, Rivista GTK 9, 2023]

ERVING E MIRIAM POLSTER E LA GESTALT DEL CUORE, I NOSTRI PRIMI MAESTRI

Celebriamo, con i due numeri speciali (il 9 e il 10) della nostra rivista annuale, il quarantesimo anniversario del nostro Istituto e i 70 anni dalla nascita della Gestalt Therapy. Nel numero 9, in particolare, abbiamo ripercorso la nostra storia, il nostro legame con i grandi maestri che ha plasmato le origini del modello e le ricerche che ci hanno condotti a evolverne una nostra interpretazione, una nostra via, che oggi ci consente di parlare di modello GTK.

Condividiamo di seguito un estratto dall’articolo del prof. Giovanni Salonia “Dalla Gestalt Therapy alla Gestalt Therapy Kairos. Quarant’anni di vitalità e crescita”.

Consideriamo nostri primi maestri Erving e Miriam Polster. Facevano parte del Gruppo di Cleveland (anche se si erano successivamente trasferiti a San Diego), chiamato Gestalt del Cuore: un gruppo che era stato formato direttamente da alcuni dei sette fondatori della GT.

Avevano elaborato dal testo fondativo un loro modello di GT. In modo differente, allievi e staff ci nutrivamo del loro insegnamento teorico e clinico.

La Terapia della Gestalt che ci trasmettevano Erving e Miriam Polster si articolava sui grandi concetti teorici e clinici di consapevolezza-contatto-esperimento.

Da loro apprendemmo che, contrariamente allo stile abrasivo di Perls e della Gestalt Viscerale, si poteva essere clinicamente efficaci restando eleganti (uno degli insegnamenti più frequenti di Miriam Poster), che la consapevolezza gestaltica è come un fiume carsico che attraversa il nostro Organismo, che l’azione può essere strumento di consapevolezza, sperimentazione di nuove possibilità e celebrazione di integrazioni, che terapia è ripristinare la sinapsi tra sistema sensorio e sistema motorio, che la consapevolezza gestaltica è corporea, che la fenomenologia è stile di vita, che il contatto si manifesta nel diventare vitali e pieni di luce, che la terapia è fare emergere dalle contratture del corpo le potenzialità bloccate del paziente e visibili nell’ovvio della postura, che la terapia è sintonizzarsi con i bisogni del paziente, che ha una valenza terapeutica lasciarsi affascinare dal romanzo che è la vita di ogni paziente, che la positività terapeutica è la lettura rigorosa e puntuale delle spinte alla crescita che fremono nel corpo e nel respiro della persona, che in ogni situazione vibra nel nostro Organismo una freccia come spinta insopprimibile ad andare verso la pienezza per cui la Gestalt rilegge il ‘qui-e-adesso’ delle terapie umanistiche come transizione dal now al next (now-for-next).

[G. Salonia, Dalla Gestalt Therapy alla Gestalt Therapy Kairos. Quarant’anni di vitalità e crescita, Rivista GTK 9, 2023]