Certo la nuova consapevolezza che ci viene dagli studi di psicologia evolutiva e cognitiva, e dunque la ricollocazione del racconto in ambito rappresentazionale e di donazione di senso, ci impedisce di pensare l’esperienza della scrittura moderna in termini intrapsichici, come pura espressione solipsistica di una sofferenza più o meno arcaica, di un blocco edipico o preedipico, considerato alla stregua di un complesso, di un fatto, di una cosa che colpisce, ferisce e costringe alla scrittura. Ma se da un lato possiamo ormai riconsegnare il soffrire al suo spessore relazionale, riportandolo alla situazione incompiuta, alla ferita  e all’apertura dell’incontro mancato o incompiuto con l’altro (così da disvelarne la profonda intenzionalità di contatto), appare urgente, per converso, concentrarsi in maniera adeguata sul processo stesso della scrittura finzionale in quanto attivazione del versante interno del confine di contatto, in cui la “traità” costitutiva assume un carattere “intrapersonale” e dove il sé funziona dunque quale elastica membrana di contatto fra l’io, soggetto della parola, titolare del suo lessico, del suo ritmo, del suo tono , e il tu interno all’organismo, che tale  pronunzia rimodula facendosene ascoltatore e modificatore, in base “all’aspettativa instaurata dai sentimenti”. Che è poi sintagma equivalente, in una coerente esegesi di Goodman, al ‘tu’ in quanto altro dall’io, quel ‘tu’ che si impara a dare a sé stessi in un processo di crescita sana e che si va costruendo nel campo organismo/ambiente come frutto dell’assimilazione delle molteplici maschere dell’esperienza vissuta. E’ questo ‘tu’ ad agire e a modellare dall’interno la parola raccontata sulla pagina, in quanto istanza che definisce insieme con l’io lo spazio traitario e intrapersonale del sé.

Antonio Sichera, Per un’ermeneutica della narrazione, in Testo. Studi di teoria e storia della letteratura e della critica, 63 Nuova Serie- Anno XXXIII, Gennaio-Giugno 2012, Fabrizio Serra Editore, pag. 30