Kimura – rifacendosi alla tradizione giapponese – individua nello aida intrapersonale due declinazioni: mizukara (l’essere rivolto a se stesso) e onozukara (il movimento che parte da se stesso e va verso). Solo se si riesce a vivere una traità coraggiosa e chiara con l’estraneo con cui si abita, si sperimenta la pienezza sia del proprio essere integro (essere se stesso) che dell’arrivare al confine di contatto con l’altro. Non si tratta di creare scissione o di ritornare ad una visione intrapsichica che dimentica la relazione, ma di evidenziare come l’episodio di contatto includa i momenti dell’incontro e del ritiro dal contatto, quando accade l’esperienza dell’assimilazione. Dopo un contatto pieno con l’altro si ri- torna accresciuti al contatto con se stessi, ossia alla traità intrapersonale. E forse – come ci aiutano a dire le neuroscienze – l’estraneo a se stessi da ascoltare non è che il proprio corpo. Il corpo, infatti, ha sue intime leggi (una sorta di ordo carnis) con le quali – a volte in modo amaro e aspro, come ci ricorda Marcel Proust – bisogna fare i conti.

Giovanni Salonia, L’esser-ci-tra. Aida e confine di contatto in Bin Kimura e in Gestalt Therapy, in Bin Kimura, TRA per una fenomenologia dell’incontro, ed. Il Pozzo di Giacobbe, pagg. 12-13