Per questo, è proprio un ritorno di «cried» a sigillare il romanzo: Peter vede che Wendy è cresciuta, se lo sente dire con dolore, e grida: «‘What is it?’ he cried […] ‘What is it?’ he cried again». Poi, quando constata l’irreparabilità della crescita della sua amica e compagna, si mette a piangere, senza potersi fermare, seduto sul pavimento: «He sat down on the floor instead and sobbed […] Peter continued to cry» (p. 205). 
Risultati immagini per WENDY STILIZZATA
Nei suoi ritorni estremi, nelle propaggini finali del romanzo, la forma «cried» (con i suoi satelliti) viene a raccontarci di un’infanzia perduta, di una nostalgia irredimibile per quel che è stato e non è più. Il pianto di Wendy e di Peter chiude la fiaba di Neverland alludendo a una fine non necessaria, ma inscritta nel corpo stesso del testo dai gesti mancati e dai contatti interrotti, che impediscono, direbbe Goodman, di portarsi dentro da grandi «la spontaneità, l’immaginazione, la serietà ardente e l’allegria, l’espressione diretta dei sentimenti» (Perls, Hefferline, Goodman, 1997, 114): il tesoro emotivo e relazionale di un’infanzia accolta e riconosciuta.

Antonio Sichera, Le venti parole di Peter Pan, in Giovanni Salonia (ed.), La vera storia di Peter Pan. Un bacio salva la vita. Cittadella Editrice – 1° Edizione Dicembre 2015, pagg. 49-50