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 Si può designare un modello di estetica a partire da queste note (dove l’arte sveli il proprio volto dialogico e relazionale in quanto generata dal ‘per altri’ della parola materna e compiuta dal ‘per me’ della ricezione filiale, in un dinamismo che costituisce così lo sfondo del ‘per-altro’, cioè del mondo significato implicitamente aperto), ma si possono anche ricavare indicazioni importanti per la nostra ricerca. Se è questo il luogo ideale da cui prenderà le mosse, per il bambino, la padronanza linguistica e dunque la sua vocazione narrativa, il suo essere – in quanto dotato di linguaggio – un creatore di storie, allora lo spazio primigenio del racconto è la parola da cui si è detti, la parola che poeticamente ci narra e, direi etimologicamente, ci rac-coglie. Come a dire che ogni racconto, ogni narrazione ha alle spalle e presuppone un inizio musicale che ci sfugge, un verbumincomprensibile e contenitivo, un’alterità fondativa imperscrutabile, l’equivalente relazionale dell’”Inespresso esistente” di Pasolini (e originariamente di Benjamin). Al racconto letterario, come ad ogni racconto umano, non bisogna accostarsi con la sicumera dell’interprete che lo consideri un tutto dispiegato, ma con il rispetto di chi vi ascolta anzitutto, grazie ad un silenzioso esprit de finesse, la risposta creativa ad un dialogo inafferrabile, la corresponsione ad una parola originaria da cui il narratore è stato a propria volta narrato.
Antonio Sichera, Per un’ermeneutica della narrazione, in Testo. Studi di teoria e storia della letteratura e della critica, 63 Nuova Serie- Anno XXXIII, Gennaio-Giugno 2012, Fabrizio Serra Editore, pagg. 27-28



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