Ora, il magistero linguistico materno assomiglia molto, nelle sue nervature centrali, a quel che da sempre fanno (o cercano di fare) i poeti lirici della grande tradizione occidentale. Come per la madre, così per il lirico, la materia sonora, la hyle è il linguaggio nella sua pura datità, repertorio di parole e di espressioni consuete, o anche ricco vocabolario, ma vasto ed inerte. E’ questa sostanza che nella diade viene come riscaldata e rifusa nell’altoforno della relazione, rifatta secondo il telos animante dell’incontro, quell’intentio primaria del raggiungimento dell’altro che rappresenta anche la finalità strutturante del testo poetico, quale comunicazione-di-sé-ad-altri. Non c’è incontro però senza desiderio. La dynamis che vivifica il linguaggio, che fa della parola materna come di quella poetica un fenomeno inedito è la potenza erotica, il pulsare di un’apertura profonda, la cui forma, la cui energeia è il volto dell’altro: la madre sceglie le parole, le modula, le ritma in un inesausto dialogo col volto del figlio, in un reciproco rispecchiamento che guida e norma il flusso sonoro; il poeta dà la forma della sua voce e del suo corpo alle parole grazie al dialogo incessante con la propria storia, i propri vissuti e i propri poeti (ed è nella conversazione con i suoi ‘fratelli’ e i suoi ‘avi’ che acquisisce le competenze tecniche, linguistiche e musicali specifiche del’arte, ovvero il proprium del testo poetico).
Antonio Sichera, Per un’ermeneutica della narrazione, in Testo. Studi di teoria e storia della letteratura e della critica, 63 Nuova Serie- Anno XXXIII, Gennaio-Giugno 2012, Fabrizio Serra Editore, pag. 26-27