[…] Agostino fa emergere, nella sua narrazione, le modalità tipiche dell’apprendimento linguistico infantile, ponendo in primo piano il segno corporeo, la movenza, l’espressione, la voce e i suoi accenti. Sono questi elementi a guidare il piccolo Agostino verso il mondo fascinoso dell’espressione verbale. E’ grazie al contesto e alla forza indicale del corpo che il bambino accede alla funzione linguistica e ne può disporre, in un momento successivo, secondo la propria volontà, ovvero in vista di una comunicazione attiva. Per il bambino che impara a parlare, in principio c’è il corpo e l’ascolto fruttuosamente passivo di una voce. Che cosa fa infatti la madre quando senza saperlo introduce al linguaggio il proprio bambino? Sin dall’inizio del loro rapporto, la madre usa il registro linguistico come “dorsale” della relazione, che accompagna e sostiene ogni gesto e ogni atto di accudimento e di comunicazione. Nel suono delle sue parole, nel modo di pronunziarle, nel movimento labiale e nella cinestetica la tensione vitale di un “noi” che ormai sappiamo essere già ab origine un “io-tu”. Ogni aspetto del mondo, ogni oggetto, ogni volto, ogni gioco è colorato dalla parola materna, che carica il mondo di valenze affettive con il suo dono spontaneo di ricreazione adamitica, col suo ri-dire e ri-plasmare in una maniera nuova, come per la prima volta, i lemmi del vocabolario comune, le forme del linguaggio di sempre (le “lettere fruste dei dizionari”, avrebbe detto Montale).


Antonio Sichera, Per un’ermeneutica della narrazione, in Testo. Studi di teoria e storia della letteratura e della critica, 63 Nuova Serie- Anno XXXIII, Gennaio-Giugno 2012, Fabrizio Serra Editore, pag. 26