Perché ritornare alle origini della parola, ricominciare a dirla, innocente, priva di ogni orpello, pura, è il frutto più intimo e struggente del dolore attraversato in terapia, dove necessariamente non possono trovare posto i rumori mondani. Il dolore è fonte, nel setting gestaltico, di una rigenerazione del linguaggio, mossa da un desiderio inestirpabile, che il dolente si porta dentro, di purezza, di autenticità, di verità delle parole. Poche, contate, misurate: ‘le’ parole, dice Ungaretti. Esse soccorrono chi soffre fino allo spasimo, e il desiderio del paziente, sostenuto dall’ascolto del silenzio, dal confronto con la morte, dal lavoro sul corpo spento insieme al terapeuta, punta alle stesse, poche parole vere a cui punta la grande poesia. Solo queste parole possono aprire il corpo, riscattare dal rimorso, scoperchiare le tombe e farsi annunzio sommesso della vita: «Dal rimorso, latrato sterminato, / Nel buio inenarrabile / Terribile clausura, / Riscattami, e le tue ciglia pietose / Dal lungo tuo sonno sommuovi […] Insperata risùscitati, / Misura incredibile, pace;» (Nelle vene). E solo grazie a questo lavoro, nel Dolore ungarettiano così come nella vita di chi è stato accompagnato verso la parola che libera e che riscatta, si riscoprono lentamente e con grande stupore i segni della vita, le epifanie della bellezza, le sorprese e gli avventi di quanto sembrava ormai muto e impossibile.

Antonio Sichera, Ungaretti. Il dolore, in GTK 6, Rivista di Psicoterapia, Maggio 2016, pagg. 70-71