La malattia psichica è uno stato, che ‘mi sfugge’ per principio, si rivela ogni tanto con delle ‘vampe’ di dolore, con delle ‘crisi’ del  male, ma che, per il resto del tempo, rimane fuori dalla mia portata senza scomparire. Essa si manifesta per gli altri che me la fanno conoscere e la diagnosticano nella sua natura profonda, che è ‘un puro e semplice essere per gli altri’. Quindi, con il corpo supero il mio ‘essere-in-mezzo-al-mondo’ in favore del mio ‘essere-nelmondo’. Solo abitando possiamo disporre anche del nostro corpo, se cioè abbiamo messo una distanza fra esso e il mondo in cui è immerso e lo situiamo in una casa al limite dell’interiorità e dell’esteriorità. II corpo è il ‘modo’ della separazione, più come un avverbio che come un sostantivo: se così possiamo dire, è un avverbio di luogo che situa in ‘quel certo luogo’ l’essere separato che si pone tra i due vuoti, uno del movimento di interiorizzazione e l’altro del movimento di conquista e lavoro. Il recupero della corporeità come dimensione costituiva dell’identità, quindi come il corpo che noi siamo e non come il corpo che abbiamo, annulla la dicotomia tra soggetto e oggetto e riconquista il mondo nella prospettiva della condivisione.
Giovanna Giordano, La casa, l’ambiente non umano e i pazienti gravi. Un contributo teorico-clinico nell’ottica della psicoterapia della Gestalt in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 254