Ritorna l’antica saggezza medievale: bonum quia bonum aut bonum quia iussum? (bene perché bene o bene perché comandato?). E’ necessario un cammino di ascolto del proprio cuore per ritrovare in esso quell’anelito al bene che anche le regole esterne richiedono. Per un terapeuta questo significa avere scoperto/acquisito che la vera istanza regolativa non proviene da un Super-Io, da freni inibitori o da codici, ma dall’essere dentro una relazione e dal viverne con pienezza le regole che la definiscono. Non si tratta di apprendere regole, ma di apprendere una forma vitae, direbbe Giorgio Agamben, che ha studiato con acume la grande differenza nel francescanesimo tra regulae forma vitae. Il poeta non è prigioniero delle regole semantiche e grammaticali, ma se vuole comunicare non può abolire la grammatica: deve re-inventarla e ridisegnarla. Si tratta – come usa dire la Gestalt Therapy – di creare un “adattamento creativo” che è al di là della creatività autoreferenziale (che nega l’altro) e dell’adattamento passivo (che zittisce la propria soggettività).
Giovanni Salonia, La saggezza dell’onestà, in Messaggero Cappuccino, n. 5 Maggio 2013