Il disturbo della funzione-Personalità è evidente nella difficoltà della persona ad aggiornare il proprio Sé rispetto a ciò che è diventato, a chi è nella vita. L’acquisizione di nuove competenze, i ruoli svolti, non riescono ad integrarsi in modo unitario, non sono assimilati. Vi è in queste persone autonomia ma, al tempo stesso, un’incapacità a separarsi dalla famiglia d’origine, mantenendo un ruolo filiale mai del tutto appagato. Si tratta di una famiglia fusa, i confini non sono delineati, nessuno se ne va mai veramente. Il disturbo della funzione-Personalità riguarda, in particolar modo, i pensieri connessi con l’esperienza, ossia i pensieri ‘corporei’. In una recente rilettura della teoria del Sé, Salonia sottolinea come gli autori di GT descrivano la funzione-Personalità come la capacità di rispondere ad eventuali domande sulla propria esperienza, sul flusso emozionale che il corpo vive: «Chi sono (diventato) io che sento questo». In altre parole, ogni esperienza deve essere dicibile. «Le parole hanno il compito di dare nome alle esperienze», ma nella storia del PBL è stato compromesso l’apprendimento del decodificare i propri vissuti, del dare un nome alle proprie sensazioni. Il PBL dà un nome errato al sentire, le parole non corrispondono al vissuto che sperimenta.
Gabriella Gionfriddo, La trama relazionale borderline. Traduzione gestaltica dei criteri diagnostici del DSM -5 (Modello ‘Alternativo’), in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 67-68