Infatti, la ‘regola’ è un seme che può germogliare e portare frutto SOLO SE seminata nel terreno fecondo della relazione, solo se prima c’è stato un grembo caldo che ha accolto senza riserve il corpo del figlio e, insieme al calore e al nutrimento, gli ha infuso la fiducia nell’altro, nel mondo, nella vita, oltre che in se stesso. Il limite può essere accettato e assimilato solo se il genitore ha consentito al figlio l’esperienza – prima di tutto corporea – del sentirsi ‘visto’, riconosciuto, incluso in un legame di appartenenza, solo se l’adulto ha fondato nel figlio quel senso dell’esserci che costituisce la prima e più solida forma di identità, una sorta di baricentro stabile intorno al quale i cambiamenti legati «ai ruoli, ai disagi, alle fatiche e ai piaceri del quotidiano, potranno poi compiersi e fluire senza distruggere l’integrità della persona». In tali condizioni favorevoli, il limite non è negazione della libertà/esistenza dell’altro, al contrario gli fornisce una cornice simbolica entro cui la libertà diventa davvero possibile, non più in qualità di agito incontrollato (coazione) ma in quanto autentica ‘possibilità di scegliere’ (e in questo consiste il buon funzionamento della funzione-Io del Sé) coniugando il desiderio (funzione-Es) con la responsabilità (funzione-Personalità), il sentire con la cura di sé, dell’altro e del legame tra i due.

Claudia Angelini, Da Geppetto a Pigmalione: il maschile come presenza che (si) trasforma, in GTK5, Rivista di Psicoterapia, Dicembre 2014, pag. 80