Prendersi cura di un paziente DA significa creare le condizioni per attivare una confluenza sana dove l’Ambiente deve diventare nutriente in quanto sostiene contatti validi e funzionali. Lo scopo diviene andare verso il paziente riuscendo a far esprimere il contatto pieno fornendo il sostegno adeguato. Infatti, il deteriorarsi delle funzioni di contatto fa sì che il paziente, gradualmente, non sia «più in condizione di adattarsi fluidamente al suo mondo» e quindi di realizzare contatti funzionali alla sua stessa sopravvivenza. Il lavoro terapeutico mira, dunque, a creare un Ambiente protesico che sostenga, nel modo minimo necessario, il Sé del paziente nell’evoluzione di tale patologia. Rileggere i comportamenti disfunzionali dei pazienti alla luce dei deficit funzionali specifici e della ricollocazione temporale può renderli comprensibili. Il curante così, attraverso la conoscenza della malattia e della storia personale e familiare del paziente, può recuperare parte dello sfondo condiviso e quindi provare a dare senso ai suoi vissuti, a contestualizzare alcune sue azioni, a comprendere ciò di cui ha bisogno seguendo ed esplorando la sua intenzionalità di contatto. Chi si prende cura del malato deve, quindi, riuscire a ristabilire una funzione-Personalità ‘ausiliaria’ e osservare il comportamento problematico del paziente che emerge al confine di contatto qui e ora per riconoscere e comprendere (qui la confluenza sana) i suoi bisogni del momento.

Grace Maiorana e Barbara Buoso, Il frammentarsi delle traità nella Demenza di Alzheimer. Ed io avrò cura di te: ricucire trame smarrite, in GTK 6, Rivista di Psicoterapia, Maggio 2016, pagg. 30-31