Non molto tempo fa il corpo era percepito prevalentemente come strumento di salute o di malattia, di guerra o di fatica, di generazione o di peccato.  Un corpo usato più che curato, produttivo più che significativo, consumato più che vissuto. Solo nel periodo postbellico il corpo ha assunto un interesse primario nel mondo dei valori e delle riflessioni della cultura postmoderna. Il corpo percepito come un mondo inesplorato nelle sue molteplici potenzialità: identità e relazione, arte e danza, creatività e gioco, fitness e bellezza, sensualità e sessualità. Il corpo si impone come protagonista nei territori della meditazione, della psicoterapia, della palestra, della chirurgia estetica, del fitness, delle arti. Anche la religione riscopre che caro cardo salutis, che liberamente tradotto, suona come “ogni salvezza parte dal e si compie nel corpo”. Il primo senso che emerge è quello del tatuaggio come firma sul proprio corpo. Possiamo liberamente pensare ad una sorta di intima rivincita sulla condizione umana che impone al soggetto un corpo senza una precedente consultazione. Con la scelta del tatuaggio si recupera la libertà di porre il segno del nostro potere proprio sul corpo che ha preso forma senza il nostro consenso: una firma che riscatta la nostra inevitabile creaturalità. Come se il senso ultimo fosse imporre all’altro il modo in cui deve vedere il mio corpo visto che a me è stato imposto questo corpo!
Giovanni Salonia, Firma tattoo. Per corpi in vibrazione, in Messaggero Cappuccino, Marzo-Aprile 2014, pag. 16