Dopo un periodo di apparente silenzio si fa risentire il padre, contattandomi personalmente, dicendo che F. vuole fare psicoterapia con una psicologa. Gli dico di farmi telefonare dal figlio, a cui darò un appuntamento; preciso che se F. chiederà se li conosco dirò di sì. F. telefona, chiede un appuntamento, non chiede se conosco i suoi genitori. Come poteva farlo d’altronde? Confluente con il sistema, confuso e spaventato dal mondo esterno, ciò che era normale, come parlare con una persona al telefono, diventava pesantemente difficile. Anche nel mio esserci, i particolari diventavano «particolarmente importanti»: come, ad esempio, non dire bugie e nello stesso tempo non imbrogliarlo, oppure non anticipare risposte che lui ancora non era pronto a sentire… Di questo inizio ne avremmo parlato circa quattro anni dopo. Durante una seduta mi chiese, finalmente ‘risvegliatosi’ dal torpore della funzione-Es: «Ma i miei genitori come l’hanno conosciuta? Lei li ha mai visti o sentiti durante la terapia?» – mi chiede. Gli raccontai allora quello che era successo anni prima: ne fu sconvolto e arrabbiato. Disse che i suoi genitori l’avevano imbrogliato. Lo riportai al qui-e-ora della relazione con me: gli chiesi se si era sentito imbrogliato da me e se era arrabbiato per questo.

Valeria Conte, Il lavoro con un paziente seriamente disturbato: l’evoluzione di una relazione terapeutica in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pp. 96-97