Oggi siamo, invece, di fronte ad una contraffazione della bellezza, ad una distorsione percettiva, perché non si può assaporare la bellezza se non si è attraversato il brutto, il disagevole, il difficile, il lancinante e l’incomprensibilmente doloroso dell’esistenza. Questo non significa e non può significare, però, d’altra parte, che si debba puntare lo sguardo solo sugli oppressi, sciogliendo un inno alla seriosità fine a se stessa, ad una concentrazione sul mondo violato, che rifiuta a priori ogni epifania del bello. E’ un rischio presente nella nostra formazione giovanile, nei gruppi di matrice marxista o cattolica degli anni ‘70, e che potrebbe rinascere nei movimenti di protesta no-global, insidiando anche i nuclei più impegnati del mondo del volontariato: il rischio di definire il bello come borghese, di vedere nel godimento, nel nutrimento interiore, nell’abbandono al flusso del tempo, nel rapporto con l’arte, la musica, la filosofia, la letteratura, con il pensiero in generale, un insostenibile lusso. Si formano, così, personalità giudicanti, sempre insoddisfatte, arrabbiate, in perenne e sterile conflitto con il mondo, soggette alle formazioni reattive, inconsapevoli della loro specularità a quel vivere sociale che vorrebbero contestare. Si tratta, in genere, di personalità rigide e dipendenti dalla fragile sicurezza ideologica conquistata, che restano chiuse o cedono di schianto: chi si vieta di vedere la bellezza, chi chiude la porta ad ogni forma di riscaldamento del cuore, di concentrazione integrale del sé che gode della propria opera, sia essa anche una visione o una lettura, non potrà mai cambiare il mondo se non in peggio.
Antonio Sichera, Povertà e bellezza. Dialogo di Maurilio Assenza, Giovanni Salonia  Antonio Sichera, in  M. Assenza – L. Licitra – G. Salonia – A. Sichera, Lo sguardo dal basso. I poveri come principio del pensare, EdiARGO, Ragusa II edizione 2006, pagg. 32-33