Ma una relazione effettiva presuppone un dialogo di alterità, e ciò non accade spontaneamente nel setting. Il paziente, infatti, vive dentro il circolo vizioso della situazione incompiuta e non riesce ad affrontare in maniera pertinente l’attualità. Vedere davvero l’altro che gli sta davanti è per lui troppo difficile. Egli tende invece a ridurlo ad un puro surrogato dell’alterità desiderata, da cui fuggire poi, con perizia ormai collaudata, qualora, profilandosi la reale possibilità del contatto, l’angoscia di sempre risorgesse. Cosa fa allora il terapeuta? Goodman dice: «Il suo compito è semplicemente quello di porre un problema che il paziente non risolve in modo adeguato e a causa del quale si sente insoddisfatto del suo fallimento ». In termini ermeneutici ‘porre un problema’ vuol dire per il terapeuta collocarsi nella relazione effettivamente come un altro, mantenersi nell’alterità di fronte al paziente, non consentendogli di utilizzare con successo tutte quelle tecniche di aggiustamento e di prematura chiusura del contatto che hanno reso incolore la sua esperienza della realtà.

Antonio Sichera, Ermeneutica e Gestalt Therapy. Breve introduzione ai fondamenti di una diagnosi gestaltica in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 13-14