Premesse necessarie queste per introdurre una forma del parlare andata in disuso per molto tempo e che recentemente ritorna come esigenza, e cioè la parresìa, il cui etimo greco significa “dire tutto” (pan è tutto; rhema è il dire fluidamente le cose). Indicata come virtù per la prima volta da Euripide nel V secolo a. C., attraversa il mondo greco, viene assunta dal mondo cristiano, la ritroviamo nei Padri. Proviamo a riscrivere con la sensibilità postmoderna il perimetro di questo “dire tutto” per individuare i confini tra virtù e vizio. Cominciamo con alcune precisazioni necessarie per evitare le facili confusioni a cui questo imperativo “dire tutto” presta il fianco. La prima grande chiarificazione riguarda proprio il senso delle parole. Dire tutto significa che dico tutto quello che “devo” o che “voglio” dire. Nella postmodernità dire tutto ha assunto una valenza particolare: esprimere pienamente se stesso. “Ho detto tutto ciò che volevo dire?” è la domanda che si pone chi vuole riuscire ad essere se stesso di fronte all’altro e non contrarsi o ritirarsi di fronte all’altro. Possiamo definirlo il compito di non tradire se stesso. Dovrebbe essere implicito che il “tutto” cui si fa riferimento riguarda unicamente il vissuto, e cioè la percezione del soggetto, ed esclude del tutto la pretesa di un giudizio o un’offesa sull’altro. Un “tutto”, quindi, che protegge, esprime se stesso ma non ha pretese di “oggettività” tranne quella di esprimere il proprio pensiero come pensiero soggettivo. Dire all’altro “sei antipatico” non è dire tutto: è trasformare in parole offensive un proprio vissuto (“mi sento in disagio con te” o, meglio, “quando tu dici o fai questo…”). E’ proprio la pretesa di trasformare un’esperienza soggettiva in giudizio oggettivo il motivo che ha messo in crisi il dire tutto (parresìa) come virtù.
Giovanni Salonia, La sincerità crocifissa. La parresìa diventa virtù quando si espone agli altri, in Messaggero Cappuccino, n. 06/Giugno-Luglio 2009, pagg. 11-13