Per completare il quadro, volgiamoci al racconto tratto da un altro autore fondamentale nella cura dei PBL, ovvero Kernberg. È un caso molto istruttivo, in quanto, sebbene in maniera inconsapevole, vengono affiancati qui due tipi di approccio: uno, apparentemente passivo a parere del terapeuta, molto vicino ad un atteggiamento traduttorio e che aiuta e solleva la paziente; un altro, ben più attivo ed ortodosso, che però sembra incapace di portare risultati. […] Dunque l’interpretazione reiterata deteriora la relazione terapeutica con la PBL, in quanto tende a far valere un modello sulla parola e sulle emozioni della signora N. È intrigante notare come sia il terapeuta colui che ha maggiori difficoltà a cambiare: «Infine mi arresi» (quanto deve lottare una paziente per farsi ascoltare!). Resa salutare, ma teoricamente inconsapevole. Più avanti, infatti, il terapeuta afferma: «Sorprendentemente dopo diverse settimane in cui mi limitai a verbalizzare il rapporto immediato fra di noi, N. si sentì meglio». L’avverbio ‘sorprendentemente’ sembra insinuare il dubbio che il terapeuta si sia comportato come richiesto dalla paziente (evitare di interpretare ma soltanto riflettere) senza comprendere le ragioni profonde di quella scelta apparentemente obbligata. Era pari dignità, ascolto e ‘traduzione’ ciò che la paziente chiedeva. Ed è su questa strada che si trova la via di un ‘inspiegabile’ miglioramento.

Giovanni Salonia, La luna è fatta di formaggio. Traduzione Gestaltica del Linguaggio Borderline (GTBL), in Giovanni Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio.  Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2013, pp. 51-53