Uno dei modi meno opportuni ed efficaci di consolare la sofferenza dell’altro è quello di dare subito spiegazioni o significati a ciò che è accaduto, senza attendere che la persona scopra da sola il significato del proprio dolore. Non esistono significati ‘preconfezionati’ che si possono attaccare al dolore dell’altro in modo automatico. Ognuno, con la propria fatica, deve scoprire all’interno dei temi della sua esistenza il senso particolare del proprio dolore. Racconta Viktor Frankl di una vedova fortemente depressa perché non sopportava la separazione dal marito dopo tanti anni di felice matrimonio. Fu illuminante e consolante per questa signora scoprire che il suo dolore era ancora una volta un gesto di amore per il marito. Era lei infatti a portare il peso più duro di una (comunque) inevitabile separazione. Consola, quindi, chi facilita la ricerca e la scoperta del senso del dolore senza sostituirsi all’altro. L’identificarsi con chi soffre, infatti, manifesta spesso una forma sottile di egocentrismo perché toglie all’altro la sua centralità e si appropria di un dolore che non gli appartiene. Ognuno ha il diritto e la forza di portare il proprio dolore. Consolare è accompagnare la persona nel suo cammino di accettazione e di risignificazione della propria fatica di vivere.

Giovanni Salonia, Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Ed. Il Pozzo di Giacobbe, pag. 78