Per farsi ‘altro’ effettivamente, il terapeuta deve però sfuggire al pericolo dell’invischiamento e della simbiosi: a questo serve essenzialmente il modello teorico di riferimento, ciò che in termini ermeneutici si chiama pre-comprensione e che nei testi di Gestalt Therapy corrisponde al concetto di phronesis che Gadamer mutuerà e rileggerà da Aristotele. La teoria che il terapeuta ha a disposizione non è da considerare, infatti, come un sapere immutabile e monolitico (episteme), né come una pura tecnica da applicare ad un caso concreto (techne), ma come un sapere coinvolto ed interessato che nasce e si struttura in un’intima familiarità con l’azione, una norma che non precede l’atto, ma è ad esso intrinseca (la phronesis, appunto). Il terapeuta si mette in gioco, ‘gioca’ se stesso e il suo sapere nel dialogo col paziente, perché la terapia è un gioco, ovvero una relazione che, una volta avviata, acquista un primato ed una normatività indiscussi rispetto ai suoi attori. A comandare in essa non sono né il terapeuta né il paziente, bensì il ‘gioco’ stesso dell’esperienza, quello che secondo Goodman obbedisce al ‘modo medio’ dei verbi greci e che esemplifica come nell’esperienza non si sia mai né attivi né passivi (è lo stesso senso della dinamica ermeneutica dello Spiel).
Antonio Sichera, Ermeneutica e Gestalt Therapy. Breve introduzione ai fondamenti di una diagnosi gestaltica, in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 14