«Quando dire è fare»? La frase (senza punto interrogativo) è il titolo di un famoso libro di Austin, che presenta una teoria degli «atti linguistici». Essa sostiene che esistono comunicazioni con carattere informativo ed altre invece che hanno valenza «perfomativa» (parole che sono azioni: es. «prendo te come mia moglie»). Benedetto XVI, nella sua enciclica sulla speranza (Spe salvi), parla proprio del fatto che l’annuncio evangelico è performativo (fa ciò che annunzia). Perché il punto interrogativo? Per sottolineare che in realtà, da un punto di vista relazionale, ogni dire è un fare. Dire «buon giorno» o dare delle indicazioni sulle strade sono sempre comunicazioni performative in quanto ‘creano’ la qualità della relazione. In altri termini, la componente performativa (il ‘peso delle parole’) è sempre presente, in quanto fa riferimento all’aspetto relazionale di una comunicazione (se il contenuto è ciò che dico, la relazione fa riferimento a ‘come te lo dico’, in quale tipo di rapporto). Dunque se quel ‘dire’ o ‘non dire’ provoca sempre effetti emotivi e relazionali (anche sottili) – sia in me che lo dico come in colui che lo riceve – allora la domanda ‘dire o non dire?’ diventa in realtà: ‘quale relazione voglio vivere con l’altro?’.

Giovanni Salonia, Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Ed. Il Pozzo di Giacobbe, pagg. 85-86