Disperazione che incessante aumenta
La vita non mi è più,
Arrestata in fondo alla gola,
Che una roccia di gridi.
(G. Ungaretti)

La vita ora è disperazione, che aumenta «incessante». Perché non si tratta qui di una disperazione filosofica, contornata dal pensiero, ma si discorre della disperazione ‘sentita’, che come in un tremendo climax cresce oltre ogni limite, alla stregua di un tachimetro impazzito. Quando si soffre così, la disperazione non ha una soglia, non ha un punto estremo, ma si avvita su se stessa e si autoalimenta. E in perfetto sincronismo la vita si arresta. Ed è un blocco collocato nel corpo, nella gola. I «gridi» non sono qui il segno vivente di una mancanza infantile e beata della parola, ma la fine disperante, l’impossibilità radicale di quella parola che potrebbe narrare e dare senso, di quella «pietà» che in Mio fiume anche tu «in grido si contrae di pietra». «Duri come la roccia» questi gridi che fanno muro nella gola, che non liberano ma ottundono, impediscono, pietrificano la vita e interrompono il respiro. Perché il grido del dolore ultimo è muto, non è scenografico, e dunque non apre all’aria, ma la blocca. Che cosa resta allora? Solo il desiderio urgente, spasmodico, lancinante del corpo dell’altro: «Se tu mi rivenissi incontro vivo, / Con la mano tesa, / Ancora potrei, / Di nuovo in uno slancio d’oblio, stringere, / Fratello, una mano» (Se tu mio fratello). È un’immagine efficacissima e potente. 

Opera di Angelo Ruta

Si è lì, caduti dall’infanzia, separati dalle fonti, immersi in una notte infinita, soggetti ad una disperazione senza limiti, con un solo desiderio nel cuore: poter toccare ancora quel corpo, poterlo riavere, stringergli la mano, come si fa in un patto, in un’alleanza che si vorrebbe eterna. Perché non c’è nulla da fare: quello che ci manca di lui, o di lei, è il corpo. È lo stigma stesso dell’umano, la condizione elementare e mai sfuggibile. Da lì si comincia, perché si nasce da un corpo, dopo aver abitato un corpo, ed essendo stati posti, una volta apparsi alla luce, sul ventre di un corpo-dimora.

Antonio Sichera, Ungaretti. Il dolore, in GTK 6, Rivista di Psicoterapia, Maggio 2016, pagg. 66-67