L’‘invenzione’ (nel senso medievale) del transfert protegge il terapeuta: mentre svela antichi e sommersi riferimenti della relazione, ne svuota la densità per evitarne il rischio. La relazione che accade tra terapeuta e paziente viene così rimandata ad un altro luogo relazionale, mentre la percezione da parte del terapeuta di vissuti non coerenti con la propria immagine viene esorcizzata con l’inventio del controtransfert, dove alle emozioni del terapeuta si nega una fonte autogena, riconducendole invece al paziente e al suo mondo. Solo in un secondo momento si riconosceranno nel terapeuta nodi relazionali non risolti (gestalt aperte) e disponibili ad essere evocati. È difficile ammetterlo chiaramente, ma il fuoco centrale è la relazione terapeuta-paziente nella sua nudità: non per nulla sia il transfert del paziente che quello del terapeuta (par condicio semantica!) sono stati scoperti ‘fuori’ dal setting, come a dimostrare che l’entrare fino in fondo nella relazione richiede o procura cecità. Uno specchio unidirezionale (due o quattro terapeuti dietro) potranno ridurre il rischio di ‘bruciarsi’ nella relazione terapeutica? C’è solo un modo di uscire dal rischio: ri-conoscerlo!

Giovanni Salonia, Disagio psichico e risorse relazionali, in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 62