Costruire la relazione terapeutica – diventare presenza significativa nell’immensa solitudine della vita del paziente grave – diventa un ancoraggio unico e significativo per stare con meno drammaticità nell’esistenza. Diventa altamente terapeutico per il paziente essere-di-fronte-a-qualcuno a cui poter dire parole che per altri sono incomprensibili e per il terapeuta sforzarsi di divenire una persona che renderà dicibile il suo linguaggio: «Avevo paura, lo psichiatra mi faceva delle domande, le cose che diceva avevano senso. Capivo dove voleva arrivare». Apprendere il linguaggio del paziente serve non solo a comprenderlo, ma anche ad apprendere a parlare con lui con parole non minacciose, non ostili, non distruttive e non sorde alla sua paura e immensa angoscia: «La parola che cura non è quella giusta, ma quella che viene detta nel modo giusto e nel tempo giusto». Il tempo giusto è il tempo del cambiamento: la figura riemerge solo quando si ri-presenta la condizione iniziale per completarla/chiuderla. Solo in un presente che ha lo stesso contesto del passato, come la relazione terapeutica, si rimettono in campo le stesse energie necessarie a completare l’esperienza che nel passato è mancata. La relazione terapeutica attenta a questo processo ri-costruisce lo sfondo relazionale che è mancato, ri-costruisce il ground di base necessario per l’emergere di nuove figure.
Valeria Conte, La Gestalt Therapy e i pazienti gravi in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 82-83