Solo il terapeuta che sia stato interrogato dalla propria follia o dalla propria confusione potrà riconoscersi nella relazione con l’altro ed assumerne il blocco, attingendo dentro di sé il coraggio gioioso e terribile di stare di fronte ad un altro che ti conosce meglio di quanto tu possa conoscerti. Solo così si possono aprire nuovi orizzonti. Foucault diceva che la cura non è un problema di contenuti ma di potere. Ridare il potere alla relazione (non al paziente) significa apprendere che non è l’organismo che si autoregola (come pensavano le terapie umanistiche nella fase euforica della società narcisista), ma bensì è la relazione che si autoregola. È questa l’intuizione decisiva di GT. Quanto più grave e profondo sarà il disagio, quanto più profonda sarà la mancanza di ground di sicurezze esistenziali, tanto più sarà necessario offrire a chi soffre una ‘comunità terapeutica’, un luogo in cui proprio la presenza di figure relazionali di riferimento e di compagni di sofferenza e di smarrimento, così come il ciclo vitale del gruppo e la vita di ogni giorno diventeranno spazio terapeutico, perché permetteranno la costruzione di quelle certezze esistenziali che consentono l’appartenere e il differenziarsi.

Giovanni Salonia, Disagio psichico e risorse relazionali, in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 66-67