Un giorno Ginetta porta una lumachina e ne parla in circoletto, raccontandone la storia. Martina si arrabbia – «l’avevo avuta io l’idea a casa!» – e in­siste dicendo che ne può parlare soltanto lei. Si alza, prende la lumachina e la butta nella spazzatura. Poi la riprende e la vuole schiacciare. Interviene la maestra a bloccarla. Martina piange tra le sue braccia. Lo stesso accade con la casetta degli uccellini che Ginetta e il suo papà costruiscono per la scuola. Martina non ce la fa a reggere la cosa, si infuria, grida che l’idea era sua. L’intervento sereno della maestra si rivolge ad entrambe le bambine: a Martina, contenendola nei gesti e placandola nell’angoscia, a Ginetta, che in quanto invidiata non deve essere lasciata sola, inve­stita com’è dai sentimenti di Martina. Con Ginetta la maestra trova un momento in cui starle vicino per rassicurarla sulle sue cose, i suoi animaletti, il suo spazio. In termini gestaltici, si tratta di una mancanza di sintonia relazionale, in cui il confine di contatto di Ginetta viene violato e forzato dal desiderio di Marti­na, agitata dall’appagamento di Ginetta che vorrebbe per sé. La maestra deve in questo caso fare del suo corpo e della sua presenza un confine diverso e ospi­tale, capace di reggere l’ansia di possesso di Martina e di lasciare libertà al funzionamento sereno del contat­to sereno di Ginetta.

Dada Iacono – Ghery Maltese, “L’invidia, i bambini, le fiabe”, in Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pagg. 85-86