Spesso i maschi – proprio perché non si saranno confrontati con la figura paterna – avranno la tendenza a trasgredire le regole (a cominciare dal non rispetto dell’orario di inizio e di fine) e le donne invece – devote alla figura paterna – le rispetteranno a tal punto da ignorare le loro spinte ad essere trasgressive. Come è ovvio, il terapeuta deve rimanere seduto sulla propria sedia terapeutica (funzione-Personalità) senza lasciarsi contagiare dal narcisismo («Sono bravo perché scelto da un paziente speciale»), sconvolgere dalla squalifica («Forse veramente sono meno bravo di lui» o «Ma come si permette?»), inquietare dalla seduzione («Come fa a capirmi meglio del mio partner?») e quant’altro. Se eviterà questi rischi, sarà capace di comprendere empaticamente la grande sofferenza del narcisista e potrà segare con leggerezza, fermezza e rispetto i confini senza appellarsi a regole superegoiche («Queste cose non sono permesse in terapia») e senza umiliare (trattando il paziente come un bambino capriccioso). Ogni prova che il terapeuta supererà (rimanendo nella posizione di chi si prende cura) servirà a far crescere implicitamente nel corpo del paziente la speranza di potersi finalmente fidare e affidare.

Giovanni Salonia, Pensieri su Gestalt Therapy e vissuti narcisistici, in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 172