L’antica amicizia tra il cane e l’uomo, tra l’animale e l’uomo, accompagna l’esistenza della nostra specie: allevia le notti insonni (come non ricordare: «Le mani affogate nel pelo del cane, il cane canuto» della Cvetaeva), educa ad un arcaico e gratuito prendersi cura («La mia beagle, Sciuka» dice Giada, una mia paziente «mi ha insegnato ad amare, a prendermi cura di lei; dopo, lei si è presa cura di me»), interpreta i nostri vissuti (quando la madre del Pascoli dice ‘il’ nome alla cavallina storna: «…Sonò alto un nitrito»), è rimando ad un’armonia dell’esistenza (Duncan canta del cavallo: «Qui, dove la grazia è intrecciata di muscoli, e la forza è costretta dalla gentilezza» e Jimenez scrive dell’«asino, tenero» che «si rallegrava in un caldo richiamo»). Ricordando il comune rimando semantico al termine ‘anima’, De Benedetti parla degli animali come ‘fratelli minori’ affidati agli umani. Sembra proprio che nei confronti degli uomini gli animali manifestino «a volte, un comportamento oscuramente ma innegabilmente religioso» (M. Damien). Ecco perché lo stesso De Benedetti, ricordando i tanti suoi cani, così si rivolge ad Jahweh: «se non prometti che lassù vedrò/ anche Flock, anche Cino, Dick, e Lilla, / Puck e Babù e Fufi / ti restituisco la resurrezione / e resto nello sheol». Nel processo terapeutico la presenza degli animali ha una precisa collocazione e valenza curativa.

Giovanni Salonia, Presentazione, in Aluette Merenda “Incontri terapeutici a quattro zampe. Gestalt therapy e prospettive di zooantropologia clinica”, ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 7