In altre parole, abbiamo bisogno di essere unici, distinti dall’altro, anche se l’altro – proprio in quanto altro da noi – diventa una provocazione all’in­vidia. Ecco perché può essere invidiato anche chi ti ha dato la vita: si pensi all’«invidia del seno» di cui parla la Klein e, ancora di più, all’invidia nei confronti di Dio, di cui si è detto. In questo senso ritengo possa essere confusivo indicare l’invidia come ‘emozione relazionale’ senza precisare che accade in una relazio­ne (cosa non è relazionale nell’esistenza?) ma si tratta di un’emozione che per definizione è contraria anche in modo violento all’apertura relazionale. Il limite creaturale e la necessità delle differenze che producono confronto sono il compito aperto di ogni essere umano che deve conquistare la propria maturità: l’invidia è il più dannoso e doloroso falli­mento di questo compito. L’emozione dell’invidia è segno che non abbiamo ancora maturato ed elaborato un’autostima così intima e piena da poter accogliere l’altro e i doni che possiede (si sa: è più facile rico­noscere l’altro come dono, piuttosto che riconoscere i doni concreti e precisi che possiede).

Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pagg. 39-40