Come sappiamo, chi proietta trova sempre le prove che gli consentono di vedere reali le cose che ha solo immaginato, ma, nello stesso tempo, per chi le ascolta non è possibile non dire niente o fare finta di niente, cose queste che nel paziente diventerebbero ‘dettagli’ che possono aumentare la paura. È importante verbalizzare lo sfondo da cui le figure emergono: «Hai paura perché non sai cosa succede». Un tono attento, chiaro e sicuro permetterà al paziente di far emergere a poco a poco i vissuti che sostengono le sue proiezioni. A volte il contenuto di ciò che il paziente ci porta è incomprensibile, apparentemente lontano dalla sua sofferenza, ma ci deve spingere ad interrogarci su ciò che vuole dirci, ad esempio quando afferma: «Le masse indifferenti mi fanno schifo, le masse sono greggi di pecore… non mi frega niente di nessuno». Forse è più facile disprezzare, anziché contattare il vissuto di vergogna e umiliazione che sente quando sta tra la gente. In effetti, in forme diverse, il sintomo tiene l’altro distante, ma nello stesso tempo allude al bisogno dell’altro e ci parla chiaramente del tipo di bisogno che il paziente ha dell’altro. Il terrore che il paziente grave ha della relazione con l’altro determina il limite e, nello stesso tempo, l’enorme risorsa per la cura…

Valeria Conte, La Gestalt Therapy e i pazienti gravi in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 81-82