La paura dell’ignoto, la paura dell’abbandono, il sentirsi soli, la gelosia sono ben rappresentati nelle fiabe. Esse, utilizzando un linguaggio analogico, aderiscono ai vissuti profondi dei bambini, traducendo le diverse emozioni senza svelarle direttamente. Le fiabe infatti rappresentano la schermatura giusta per dire – senza investire direttamente il bambino – le sue paure e i suoi dolori. Nelle storie fantastiche raccontate dagli adulti in maniera piena e coinvolgente, i bambini trovano i semi di una narrazione nutriente, di un racconto che li racconta e li dispone alla vita. Dopo aver raccontato la storia di Yorinde e Yoringhel, un giorno la maestra chiede ai bambini di andare in laboratorio per drammatizzarla. Lì i bambini trovano la stanza ornata di tulle e luci soffuse e si siedono sui comodi cuscini, pronti a decidere le parti. Dopo il gioco dei personaggi – che permette loro di scegliere il ruolo e sperimentarlo esplorando le emozioni connesse – ritornano sui cuscini e conversano sulla fiaba.
E. (5 anni): “Yoringhel è stato fatto di pietra, senza respirare, senza ammazzare la strega, senza lacrime”.
M. ”Vi è successo di avere il cuoricino duro?”.
G. (4 anni): “Se uno vede un leone che non è di nessuno e deve scappare il cuore è di pietra”.
D. (5 anni): “Io se avessi il fiore magico come quello di Yoringhel farei scappare tutte le streghe”.
V. (4 anni): ”Io lo coricherei con me”
L. (5 anni): ”E io lo farei vedere alla mia mamma”.

Dada Iacono, Gheri Maltese, Come l’acqua… Per un’esperienza gestaltica con i bambini tra rabbia e paura. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2012, p. 53