In ultimo chiediamoci: in questo processo che ruolo ha il linguaggio? Il ‘con/tra esserci’ dei corpi del terapeuta e del paziente, che costituisce lo spazio primario dell’agire terapeutico, fugge dalla parola come da una raffinata menzogna, pensa il linguaggio come uno schermo calato dinanzi alla verità della traità dei corpi? No. In GT non si dà alcuna acritica diffidenza verso il linguaggio in quanto tale; quel che Perls e Goodman contestano duramente nel libro fondativo è solo l’eloquio vuoto, la parola che non serve al contatto ed anzi lo fugge; il suo nome è verbalizing, ovvero ‘verbalizzazione’. Perché la parola che si stacca dal corpo e non rimane legata al sé è condannata a vagare nell’inconsistenza. Ma il linguaggio rimane in GT un aspetto fondamentale dello sviluppo dell’uomo e una condizione essenziale del suo fare esperienza nel mondo. Mentre alcune scuole psicoterapiche, temendo di soggiacere ad un presunto inganno del linguaggio si rifugiano nel silenzio e nella pura corporeità e i filosofi cercano invece di guarire le distorsioni della comunicazione ordinaria con regole astratte, Gestalt Therapy sceglie la strada profondamente ermeneutica della rivitalizzazione del linguaggio comune: «L’opposto del verbalizzare nevrotico è il linguaggio creativo e vario; non è né la semantica scientifica né il silenzio; è la poesia». Si tratta anche qui di un senso ermeneutico della poiesis.

Antonio Sichera, Ermeneutica e Gestalt Therapy. Breve introduzione ai fondamenti di una diagnosi gestaltica, in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 15-16