La figura materna e quella paterna custodiscono tale costitutiva e inscindibile duplicità del compito educativo. La mancanza di una delle due danneggia la crescita affettiva e relazionale del figlio. Una relazione tra genitori è valida non a motivo della presenza fisica dell’altro o per l’assenza di conflitto, ma perché madre e padre hanno maturato vissuti genitoriali che includono come insostituibile la funzione dell’altro genitore (e cioè: il suo punto di vista, la sua sensibilità, le sue reazioni). Se, ad esempio, i due genitori hanno pensieri molto differenti sull’orario di rientro del figlio, l’inevitabile conflitto può essere gestito in tre modi: accusatorio («Tu fai crescere nostro figlio impaurito»; «Tu sei incosciente e non valuti i rischi di un rientro così tardivo»); razionale («Troviamo l’orario intermedio») o relazionale. In questa prospettiva, ogni genitore è consapevole della complessità della situazione che include il bisogno sia che la figlia venga protetta, sia che si trovi sostenuta nel rischio. Ognuno dei due partner è grato all’altro perché porta avanti una polarità, opposta sì ma altrettanto importante. La discussione non punterà né alla vittoria di uno né ad un’astratta disamina su torti e ragioni, ma terrà conto creativamente della complessità di un contesto che richiede una contrattazione tra due polarità educative («Apprezzo che lei esprima una paura che pure io vivo ma che riesco a controllare»; «Meno male che c’è lui che porta avanti quel coraggio che io ammiro ma che non riesco ad avere»).
Giovanni Salonia, Edipo dopo Freud. Dalla legge del padre alla legge della relazione, in G. Salonia e A. Sichera, Edipo dopo Freud, GTK Books 1 – Rivista di psicoterapia, pagg. 37-38