Mi piace leggere in questa prospettiva il racconto delle due nascite del vestito nella Genesi: «Adamo ed Eva… intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» (Gn 3,7) e, poco dopo, «Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì» (Gn 3,21). Adamo ed Eva si coprono perché percepiscono Jahvè come un estraneo e si vergognano della loro nudità percepita quale segno inequivocabile della creaturalità. Il vestito che essi inventano (le foglie di fico) nasce dalla logica del nascondersi («si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino», Gn 3,8), dell’annullarsi mimetizzandosi con il creato: rifiutando la creaturalità (il limite) dimenticano che del creato sono stati proclamati signori. Jahvè invece dona ad Adamo ed Eva due tuniche di pelle per insegnare loro il pudore: il vestito sarà un’altra pelle del corpo, la pelle sociale. Devono andare vestiti non di foglie (copertura precaria perché esposta ad ogni vento), ma con abiti regali: due tuniche di pelle. Il fatto che si siano ribellati non ha tolto loro la dignità. Rimangono signori del creato e saranno rivestiti di pelle di animali. Possiamo forse affermare a questo punto che il coprirsi per vergogna (del limite o della colpa) ha il significato primario di nascondersi e rimanda al vestito ‘intrecciato di foglie di fico’, mentre il vestirsi per pudore proclama la regalità del limite e rimanda al vestito costruito dalle stesse mani di Jahvè (le due tuniche di pelle).
Giovanni Salonia, Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Ed. Il Pozzo di Giacobbe, pag. 47