A volte provocatori, incapaci di rilassarsi, i pazienti gravi mettono in atto un controllo continuo per contenere l’infinita angoscia che vivono: «Gli psicologi sono tutti ignoranti, non capiscono niente». Sarà necessario non farsi uncinare dalle proiezioni, fare da ‘contenitore’ a sentimenti anche forti di odio, disprezzo e violenza, un contenimento che permette al paziente di ridurre la tensione interna e di verificare la stabilità della relazione. «Vediamo se resta» – è come se dicessero. È importante empatizzare con il loro bisogno di proiettare e non con il contenuto della proiezione: «Sei molto arrabbiato… Non sai se ti puoi fidare». Come il bambino che si terrorizza quando non trova l’adulto che contiene le sue paure, così il paziente grave si terrorizza quando l’ambiente si impaurisce di lui. Per un paziente grave è fondamentale avere di fronte qualcuno a cui poter dire le cose più brutte che pensa e che teme: «Dimmi tu se è vero. Penso di avere fatto qualcosa di terribile a qualcuno, le ho strappato il cervello, può essere che non lo ricordo? E che sia vero, veramente?». È importante essere chiari e diretti, essere una presenza rispettosa e attenta, che riesca a stare alla giusta distanza: né troppo vicino né troppo lontano. È fondamentale, in una prima fase della costruzione della relazione terapeutica, non lavorare sulla consapevolezza e non indagare sui contenuti alla ricerca di una presunta verità, quanto piuttosto placare il terrore che ‘fa impazzire’, tentando di sintonizzarsi con il vissuto che sostiene le proiezioni.
Valeria Conte, La Gestalt Therapy e i pazienti gravi in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 81