È una cura che ci fa incamminare verso territori nuovi, che chiede di stare accanto a colui che viene chiamato ‘folle’ senza le sicurezze del sapere che rassicurano e le risposte del fare che placano, che mette il gruppo degli operatori dinanzi al dolore che spiazza, che chiede di fare a meno delle certezze scontate e di rischiare di sentirsi impotenti e comunque fiduciosi nonostante ricadute, crisi e fallimenti. Ecco perché nel lavoro con il paziente grave è prioritaria, anche perché non scontata, la costruzione di una rete di relazioni terapeutiche. Spesso, infatti, il gruppo degli operatori è l’unico riferimento e possibile contenimento per iniziare a (ri)costruire i confini del Sé, invasi e confusi, che sono stati all’origine del crollo psicotico.
Ero pazza, completamente fuori di me. Ero stata un pericolo, mi tengono d’occhio, in realtà credo che avessero una paura matta di me. Non che li biasimi, perché all’epoca ero proprio fuori, anche se la pazzia è assicurata, con i tuoi e tua sorella che ti gira intorno in punta di piedi, ti guardano di traverso… non dicono niente e poi cercano di fare finta che non sia successo nulla e che fili tutto liscio. Avrebbero dovuto parlarne, qualcuno avrebbe dovuto dire qualcosa, fare qualcosa, qualsiasi cosa.”(Tratto dall’opera teatrale di C. Dowie, Adult Child/Dead Child, trad. it. di A. Parnanzini e M. Rose).
Il paziente, immerso nell’angoscia e nel dolore, attende di essere compreso e, anche se si esprime in maniera incomprensibile, attende comunque di essere ascoltato per poter placare la sua sofferenza.

Valeria Conte, La Gestalt Therapy e i pazienti gravi in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 80